Nel dibattito sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale si è affermata una narrazione ormai ricorrente: aumentare i finanziamenti alla sanità è necessario, ma inefficace se prima non si interviene su sprechi e inefficienze.
Un’impostazione che richiama i principi della value-based healthcare e della riallocazione delle risorse verso ciò che produce reale valore di salute.
Sul piano macroeconomico, questa lettura è corretta. Immettere nuove risorse in un sistema caratterizzato da sovra-utilizzo di prestazioni a basso valore, sotto-utilizzo di interventi efficaci, governance frammentata e inefficienze di procurement produce inevitabilmente rendimenti decrescenti della spesa. Versare fondi senza correggere i meccanismi di allocazione equivale, in effetti, a riempire un secchio bucato.
Tuttavia, questa impostazione rischia di essere incompleta se non si affronta un nodo strutturale che viene sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: nel SSN il risparmio non è stato ottenuto prioritariamente sugli sprechi, ma sul personale infermieristico, sanitario e socio sanitario.
Il risparmio già fatto: gli infermieri come variabile di contenimento della spesa.
L’idea di “disinvestire dagli sprechi per reinvestire nel personale” è condivisibile come principio generale. Il personale sanitario è il principale determinante degli esiti di cura e rappresenta l’asse portante della sicurezza assistenziale. Ma questa affermazione presuppone che il sistema, finora, non abbia già risparmiato sulle risorse umane.
Per quanto riguarda gli infermieri, questa premessa non regge.
Da oltre cinquant’anni il Servizio sanitario nazionale ha costruito una parte significativa della propria sostenibilità attraverso:
sottodimensionamento cronico degli organici infermieristici;
carenza strutturale di personale di supporto;
demansionamento sistemico;
estensione informale delle responsabilità professionali;
compressione dei tempi assistenziali;
progressiva confusione dei confini di ruolo.
Gli infermieri non sono stati il destinatario mancato di un reinvestimento futuro, ma lo strumento attraverso cui il risparmio è già stato realizzato. Questo dato storico è essenziale per comprendere perché molte riforme, pur formalmente orientate all’efficienza, non producano un reale miglioramento della sicurezza delle cure.
Un dato oggettivo: l’Italia in coda in Europa per rapporto infermieri/cittadini
A rafforzare questa lettura non è un’opinione, ma un riscontro quantitativo difficilmente contestabile. Secondo i dati comparativi OCSE ed Eurostat, l’Italia registra stabilmente uno dei più bassi rapporti infermieri/popolazione in Europa.
Il nostro Paese si attesta intorno a 6,4–6,6 infermieri ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media europea superiore a 8 e valori che superano i 10–12 nei principali Paesi dell’Europa occidentale. Questo colloca l’Italia nelle ultime posizioni tra i grandi sistemi sanitari europei, non come evento contingente, ma come condizione strutturale protratta nel tempo.
Un rapporto così basso non è un indicatore neutro. Significa meno tempo assistenziale per paziente, maggiore carico di lavoro per gli infermieri in servizio, ridotta capacità di prevenzione, aumento del rischio clinico e difficoltà nel controllo delle infezioni correlate all’assistenza.
Questo dato dimostra che il SSN non è in attesa di investire sugli infermieri, ma ha già costruito la propria tenuta comprimendone sistematicamente il numero e il tempo disponibile.
Risparmio e rischio clinico: il legame con le ICA.
Il modello di contenimento della spesa basato sulla riduzione strutturale degli infermieri non è neutro. Produce effetti clinici, economici e legali misurabili. Il dilagare delle infezioni correlate all’assistenza in Italia non può essere letto esclusivamente come problema comportamentale o locale, ma come esito sistemico di scelte organizzative di lungo periodo.
La letteratura e la pratica di risk management indicano con chiarezza che:
carenza di personale infermieristico qualificato;
sovrapposizione tra attività “sporche” e “pulite”;
utilizzo improprio di personale non adeguatamente formato;
frammentazione delle responsabilità operative;
sono fattori di rischio diretti per ICA ed eventi avversi.
Ogni ICA comporta aumento dei giorni di degenza, incremento dei costi sanitari, maggiore esposizione al contenzioso e peggioramento degli esiti di salute. Il paradosso è evidente: il risparmio ottenuto a monte sul personale viene annullato, e spesso superato, dai costi a valle del rischio clinico.
Perché la narrazione sugli sprechi non può essere neutra.
Distinguere tra sovra-utilizzo, sotto-utilizzo e inefficienze è analiticamente corretto. Ma se questa analisi non viene accompagnata da una lettura storica delle scelte di risparmio già operate, rischia di produrre una narrazione incompleta: quella secondo cui basterebbe eliminare gli sprechi per liberare risorse, come se il sistema non avesse già scaricato per decenni il peso dell’efficienza sugli infermieri e altri professionisti sanitari.
In questo schema, il personale continua a essere trattato come variabile di aggiustamento, non come infrastruttura critica della sicurezza delle cure.
Il “basta” degli infermieri come segnale di sistema.
Il crescente rifiuto degli infermieri non è una rivendicazione corporativa. È un segnale sistemico. Indica che il modello di sostenibilità fondato sul sacrificio professionale ha raggiunto il limite di tenuta.
Dire “basta” significa rifiutare di essere l’ammortizzatore delle carenze organizzative, il tappo delle inefficienze strutturali, il parafulmine del rischio clinico e il soggetto chiamato a rispondere di decisioni che non governa.
Una possibile soluzione: uscire dalla logica del risparmio compensativo.
La soluzione non può ridursi a un aumento lineare dei fondi né a un generico richiamo al reinvestimento nel personale. Occorre cambiare il modello di sostenibilità del SSN, superando la logica del risparmio compensativo fondato sulla compressione del lavoro infermieristico.
Una risposta credibile deve poggiare su quattro assi tecnici.
1. Definire una soglia minima di sicurezza assistenziale.
Il rapporto infermieri/cittadini deve diventare un indicatore vincolante di sicurezza delle cure, non una variabile elastica. Sotto una certa soglia aumentano eventi avversi, ICA e costi complessivi del sistema.
2. Separare in modo netto autonomia professionale e supporto operativo.
La confusione dei ruoli è uno dei principali moltiplicatori di rischio clinico. Servono organici adeguati di personale di supporto e responsabilità cliniche chiaramente non diluibili.
3. Collegare il finanziamento agli esiti di sicurezza.
Il reinvestimento deve essere condizionato a indicatori come incidenza delle ICA, eventi avversi, turn-over infermieristico e contenzioso. Un sistema che risparmia sul personale e poi paga l’aumento degli eventi avversi non è efficiente, è altro.
4. Spostare il baricentro dal contenimento alla prevenzione.
La prevenzione del rischio clinico richiede tempo assistenziale reale, continuità e stabilità dei team. Questo non è un costo aggiuntivo, ma un investimento che riduce la spesa futura.
Il Servizio sanitario nazionale non si salva solo aumentando i fondi, né semplicemente correggendo gli sprechi. Si salva interrompendo un modello che ha finanziato la propria sostenibilità comprimendo strutturalmente la professione infermieristica e altre professionalità, portandola sotto la soglia di sicurezza.
Finché questo nodo non verrà affrontato esplicitamente, ogni riforma continuerà a versare acqua in un secchio bucato, chiedendo agli infermieri di reggerlo. Riconoscerli come infrastruttura critica della sicurezza delle cure non è una concessione professionale, ma una condizione necessaria per la tenuta del sistema.
Alfio Stiro
Infermiere
NurseNews.eu

