La Federazione ha sostenuto il nuovo modello della filiera assistenziale. Ma la stessa legge impone agli Ordini di promuovere e assicurare indipendenza, autonomia e responsabilità della professione. Le due cose possono convivere solo a una condizione: che l’infermiere non paghi il prezzo della riorganizzazione.
C’è una domanda che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di porre senza giri di parole:
chi difenderà l’autonomia della professione infermieristica se proprio chi istituzionalmente è chiamato a tutelarla ha sostenuto il modello organizzativo nel quale entra l’Assistente infermiere?
La questione non è ideologica.
Non è una guerra contro gli OSS.
Non è una crociata contro l’Assistente infermiere.
E non è nemmeno il solito riflesso corporativo di una professione che avrebbe paura di perdere qualche attività.
La questione è molto più seria.
Riguarda responsabilità, autonomia professionale, organizzazione dell’assistenza e tutela del cittadino.
Ed è proprio per questo che bisogna parlarne apertamente.
Mettiamo subito una cosa in chiaro: l’Assistente infermiere non è stato istituito dalla FNOPI
Partiamo dalla precisione, perché quando si affrontano temi così delicati è inutile regalare facili contestazioni.
L’Assistente infermiere è stato istituito attraverso l’Accordo tra Governo, Regioni e Province autonome del 3 ottobre 2024.
L’Accordo lo definisce come un operatore di interesse sanitario, già in possesso della qualifica di OSS, che acquisisce un’ulteriore formazione e opera all’interno dell’équipe assistenziale.
Quindi sarebbe scorretto sostenere che “l’ha creato l’Ordine degli infermieri”.
Ma sarebbe altrettanto scorretto raccontare che la FNOPI sia rimasta estranea alla scelta.
La stessa Federazione, nel novembre 2024, ha descritto un percorso di confronto da essa avviato con Ministero della Salute, Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, Università, FIASO, Federsanità e altri soggetti, spiegando di promuovere un nuovo modello organizzativo e professionale della filiera assistenziale.
E all’interno di quella discussione la FNOPI collocava esplicitamente anche l’Assistente infermiere.
Dunque le parole contano.
La FNOPI non ha materialmente istituito la figura.
Ma non è stata neppure uno spettatore seduto in ultima fila.
Ha partecipato alla costruzione e alla promozione di un modello organizzativo nel quale quella figura trova spazio.
E allora, proprio per questo, oggi ha una responsabilità enorme.
Perché chi accompagna un cambiamento deve rispondere anche delle sue conseguenze
Non basta affermare che l’Assistente infermiere “non sostituirà mai l’infermiere”.
Non basta scriverlo nei comunicati.
Non basta ripeterlo durante i convegni.
Bisogna garantire che non possa accadere nei reparti.
Perché il vero problema non nasce nei documenti nazionali.
Nasce quando quei documenti arrivano dentro aziende sanitarie con organici insufficienti, turni scoperti, difficoltà di reclutamento, pressione sui costi e necessità quotidiana di “far funzionare comunque il servizio”.
È lì che le definizioni teoriche incontrano la realtà.
Ed è lì che bisognerà verificare se l’Assistente infermiere rappresenterà davvero un supporto alla professione infermieristica oppure diventerà, lentamente e magari senza che nessuno lo dichiari apertamente, uno strumento per compensare la carenza di infermieri.
La differenza è gigantesca.
La norma dice una cosa molto precisa
L’Accordo del 3 ottobre 2024 stabilisce che l’Assistente infermiere opera collaborando con l’infermiere e attenendosi alle sue indicazioni e ai suoi programmi.
Le attività possono essere direttamente attribuite dall’infermiere oppure derivare dalla pianificazione assistenziale.
E soprattutto vengono collocate nell’ambito di situazioni caratterizzate da bassa discrezionalità decisionale ed elevata standardizzazione.
Lo stesso Accordo ribadisce che il responsabile dell’assistenza infermieristica generale resta l’infermiere.
Benissimo.
Allora prendiamo queste parole tremendamente sul serio.
Perché se la responsabilità dell’assistenza generale infermieristica rimane all’infermiere, l’infermiere deve conservare anche il potere professionale necessario per esercitarla realmente.
Non può restare responsabile sulla carta mentre qualcun altro decide organizzativamente quante, quali e come determinate attività debbano essere distribuite.
Responsabilità senza reale capacità decisionale non è autonomia.
È soltanto esposizione professionale.
Il paradosso: la responsabilità resta all’infermiere
Ed eccoci al punto probabilmente più delicato dell’intera operazione.
Il DM 739/1994 non lascia molti dubbi: l’infermiere è responsabile dell’assistenza generale infermieristica.
È l’infermiere che identifica i bisogni assistenziali, formula gli obiettivi, pianifica, gestisce e valuta l’intervento infermieristico.
Ed è sempre il DM 739 a prevedere che, per l’espletamento delle proprie funzioni, l’infermiere possa avvalersi dell’opera del personale di supporto.
La legge 251/2000 aggiunge un altro elemento decisivo: gli infermieri svolgono le loro attività con autonomia professionale, attraverso metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza.
Quindi abbiamo una situazione molto semplice da descrivere:
la responsabilità rimane all’infermiere.
E allora la domanda inevitabile è:
quanto potere di scelta resterà davvero all’infermiere sull’attribuzione delle attività?
Potrà decidere sulla base della valutazione clinico-assistenziale?
Oppure l’attribuzione diventerà progressivamente un automatismo organizzativo?
Potrà dire che, in quella particolare situazione, quella determinata attività non è opportuno affidarla?
Oppure dovrà adeguarsi a protocolli aziendali costruiti principalmente per sopperire alla carenza di personale?
Perché qui si misura l’autonomia vera.
Il resto è retorica.
Non vogliamo un infermiere responsabile di tutto e padrone di niente
Questo è il rischio che la professione dovrebbe evitare ad ogni costo.
Costruire un sistema nel quale l’infermiere rimane formalmente responsabile dell’assistenza, deve pianificare, valutare, attribuire, controllare, supervisionare e rispondere professionalmente del processo assistenziale, mentre una parte crescente dell’esecuzione viene spostata verso altre figure per necessità organizzative.
Sarebbe una trasformazione pericolosa.
Perché rischieremmo di arrivare al paradosso dell’infermiere responsabile di tutto ma progressivamente padrone di sempre meno.
E quando qualcosa andrà storto?
La risposta la conosciamo.
Si aprirà la documentazione.
Si analizzerà la pianificazione.
Si valuterà se l’attività poteva essere attribuita.
Si valuterà se l’assistito era sufficientemente stabile.
Si valuterà se l’infermiere aveva effettuato una supervisione adeguata.
Si valuterà se avrebbe dovuto riconoscere un cambiamento delle condizioni cliniche.
E improvvisamente quell’autonomia professionale che magari l’organizzazione aveva compresso durante il turno tornerà ad essere gigantesca quando arriverà il momento delle responsabilità.
Troppo comodo.
L’autonomia non può diminuire nell’organizzazione e riespandersi magicamente nel momento in cui bisogna individuare un responsabile.
Ed è qui che entra in gioco la FNOPI
La FNOPI non può limitarsi a rassicurare gli infermieri dicendo che nessuno potrà sostituirli.
Deve fare qualcosa di più.
Deve vigilare affinché il modello che ha contribuito a sostenere non venga utilizzato per produrre proprio l’effetto che dichiara di voler evitare.
Perché esiste una norma che riguarda direttamente gli Ordini e la Federazione.
La legge 3/2018 stabilisce che Ordini e Federazioni nazionali delle professioni sanitarie promuovono e assicurano l’indipendenza, l’autonomia e la responsabilità delle professioni e dell’esercizio professionale.
E la stessa norma precisa che gli Ordini non svolgono rappresentanza sindacale.
Questo passaggio è fondamentale.
Difendere l’autonomia degli infermieri non significa fare sindacato.
Non significa difendere uno stipendio.
Non significa negoziare un turno.
Significa assolvere una funzione istituzionale prevista dalla legge.
Quindi, quando qualcuno sostiene che “l’Ordine non deve entrare nelle questioni organizzative”, bisognerebbe distinguere.
L’Ordine non deve sostituirsi al sindacato.
Ma quando un modello organizzativo incide sull’autonomia, sulla responsabilità e sul corretto esercizio professionale dell’infermiere, quella materia non può diventare improvvisamente estranea all’Ordine.
Altrimenti che significato avrebbe il verbo “assicurano” contenuto nella legge?
Lo dice anche il Codice deontologico scritto dalla stessa FNOPI
La contraddizione diventa ancora più evidente leggendo il Codice deontologico 2025.
All’articolo 1 viene affermato che l’infermiere agisce in maniera consapevole e autonoma relativamente alle proprie responsabilità nei percorsi e nei processi professionali di cura.
Ma soprattutto l’articolo 45 stabilisce che l’infermiere e l’Ordine delle Professioni Infermieristiche si impegnano affinché l’agire professionale sia libero da impropri condizionamenti, interessi e indebite pressioni provenienti da soggetti terzi.
Parole pesantissime.
E allora prendiamole sul serio.
Una pressione organizzativa che spingesse l’infermiere ad attribuire attività non sulla base della propria valutazione professionale, ma semplicemente perché “il modello aziendale prevede così”, sarebbe compatibile con questo principio?
Una standardizzazione che riducesse l’infermiere a semplice distributore di attività sarebbe coerente con la sua autonomia?
Un’organizzazione costruita con l’obiettivo primario di sopperire alla carenza di infermieri potrebbe finire per condizionare l’agire professionale?
Sono domande legittime.
E sarebbe grave liquidarle come resistenza al cambiamento.
Perché la carenza di infermieri è l’elefante nella stanza
Possiamo raccontarci tutte le sofisticate teorie organizzative che vogliamo.
Ma esiste un dato politico e organizzativo che non possiamo fingere di non vedere:
mancano infermieri.
Ed è proprio questo il contesto nel quale nasce la nuova filiera assistenziale.
La stessa FNOPI, presentando la propria proposta di revisione dei modelli organizzativi, collega il cambiamento alla crescente complessità assistenziale e alla grave carenza di infermieri.
Ed è qui che deve scattare la massima attenzione.
Perché un conto è creare un nuovo modello per valorizzare le competenze degli infermieri.
Un altro conto è utilizzare nuove figure per rendere sostenibile un sistema che non riesce più ad assumere e trattenere abbastanza infermieri.
Sono due cose profondamente diverse.
E noi vogliamo sapere quale delle due prevarrà nelle aziende.
Non si cura la carenza di infermieri riducendo il bisogno di infermieri sulla carta
Questa dovrebbe essere una linea rossa.
Se una professione è carente, la soluzione strutturale dovrebbe essere renderla più attrattiva.
Stipendi adeguati.
Carriere reali.
Specializzazioni riconosciute.
Condizioni di lavoro dignitose.
Organici coerenti con i bisogni assistenziali.
Maggiore potere professionale.
Valorizzazione delle competenze avanzate.
Non semplicemente costruire una filiera nella quale una quota crescente di attività possa essere affidata a personale diversamente formato.
Perché altrimenti nasce un sospetto difficile da cancellare:
che invece di chiedersi “come aumentiamo gli infermieri?”, qualcuno abbia iniziato a chiedersi “come facciamo a funzionare con meno infermieri?”.
Sono domande apparentemente simili.
In realtà raccontano due sistemi sanitari completamente diversi.
Il problema non è l’Assistente infermiere. È come verrà utilizzato
Questo va ribadito con chiarezza.
L’Assistente infermiere non è il nemico dell’infermiere.
L’OSS che decide di formarsi ulteriormente non sta sottraendo nulla a nessuno.
Il problema non sono le persone.
Il problema sono i modelli organizzativi.
È chi stabilisce quanti infermieri devono esserci in un turno.
È chi decide quali attività vengono attribuite.
È chi stabilisce i livelli di supervisione.
È chi decide se il professionista mantiene realmente la possibilità di valutare caso per caso.
È chi potrebbe essere tentato di trasformare uno strumento assistenziale in uno strumento di risparmio sul personale.
Prendersela con l’ultimo anello della catena sarebbe persino comodo.
Le responsabilità vere stanno molto più in alto.
Per questo la FNOPI oggi non può stare alla finestra
E arriviamo alla questione politica.
Se la FNOPI avesse contestato dall’inizio il modello dell’Assistente infermiere, oggi potrebbe semplicemente denunciarne eventuali distorsioni.
Ma avendo sostenuto una revisione della filiera assistenziale nella quale questa figura è stata esplicitamente ricompresa, la sua responsabilità è persino maggiore.
Chi accompagna una riforma deve vigilare anche sui suoi effetti.
Non basta dire:
“L’infermiere rimarrà responsabile.”
Dovete verificare che accada.
Non basta dire:
“L’Assistente infermiere non sostituirà l’infermiere.”
Dovete impedire che venga utilizzato per ridurne progressivamente le dotazioni.
Non basta dire:
“Le attività saranno attribuite dall’infermiere.”
Bisogna garantire che l’attribuzione rimanga davvero una decisione professionale e non diventi un obbligo organizzativo mascherato.
Non basta celebrare l’autonomia.
Bisogna difenderla quando costa qualcosa difenderla.
Gli Ordini provinciali dovranno fare la loro parte
E non riguarda soltanto la Federazione nazionale.
Riguarda anche gli OPI provinciali.
Quando sul territorio nasceranno modelli organizzativi nei quali gli infermieri riterranno compromessa la propria autonomia professionale, gli Ordini non potranno limitarsi a rispondere:
“È materia aziendale.”
Dipenderà dal problema.
Il turno è materia sindacale.
Lo stipendio è materia sindacale.
Il contratto è materia sindacale.
Ma autonomia, indipendenza, responsabilità e corretto esercizio della professione sono esattamente le materie sulle quali la legge attribuisce funzioni agli Ordini.
E questa differenza deve essere chiarissima.
Perché altrimenti rischiamo di avere Ordini molto presenti quando bisogna parlare dell’immagine della professione e improvvisamente prudentissimi quando bisogna affrontare ciò che concretamente ne determina il futuro.
Anche gli infermieri, però, devono svegliarsi
Non possiamo scaricare tutto sulla FNOPI.
C’è anche una responsabilità della comunità professionale.
Gli infermieri devono conoscere le norme.
Devono conoscere il profilo professionale.
Devono conoscere il Codice deontologico.
Devono conoscere le responsabilità che derivano dall’attribuzione delle attività.
Devono imparare a distinguere collaborazione da sostituzione, supporto da surroga, organizzazione da imposizione.
E soprattutto devono smettere di accettare qualsiasi cambiamento con il ritornello:
“Ce lo chiede l’azienda.”
L’azienda organizza il lavoro.
Ma l’azienda non può cancellare con una disposizione di servizio ciò che una legge attribuisce alla responsabilità professionale.
L’autonomia non può diventare una parola buona soltanto per i congressi
Per trent’anni abbiamo raccontato agli infermieri che erano diventati professionisti autonomi.
Abbiamo superato il mansionario.
Abbiamo conquistato la formazione universitaria.
Abbiamo costruito lauree magistrali.
Abbiamo parlato di ricerca, specializzazione, management, infermieristica di famiglia, competenze avanzate e prescrizione infermieristica.
E adesso?
Adesso che il sistema è in difficoltà, rischiamo di riscoprire una professione il cui principale compito diventa organizzare e distribuire attività ad altri?
Se questa è l’evoluzione proposta, qualcuno deve avere il coraggio di spiegarla apertamente agli infermieri.
Perché evoluzione professionale significa acquisire nuovi spazi di competenza, non semplicemente conservare la responsabilità di attività che vengono progressivamente eseguite da altri.
Altrimenti più che evoluzione rischia di sembrare una ritirata organizzata.
La domanda che FNOPI deve affrontare
Nessuno chiede alla Federazione di dichiarare guerra all’Assistente infermiere.
Sarebbe assurdo, oltre che incoerente con il percorso che ha sostenuto.
Le chiediamo qualcosa di molto più importante.
Di stabilire pubblicamente quali siano le linee rosse oltre le quali il modello non può andare.
Quanti Assistenti infermieri possono essere inseriti rispetto agli infermieri?
Possono essere conteggiati per ridurre le dotazioni infermieristiche?
Quali criteri devono guidare l’attribuzione delle attività?
Come viene garantita la reale possibilità dell’infermiere di non attribuire una prestazione quando la situazione assistenziale lo sconsiglia?
Quale livello di supervisione è necessario?
Come si impedisce che l’elevata standardizzazione diventi una scorciatoia per trasferire progressivamente nuove attività?
Cosa farà un OPI quando un gruppo di infermieri segnalerà che un’organizzazione aziendale sta comprimendo la propria autonomia?
Su queste domande servono risposte.
Non slogan.
Perché adesso la FNOPI è contemporaneamente promotrice del cambiamento e garante dell’autonomia
Ed è questo il nodo politico più delicato.
Da una parte la Federazione partecipa e promuove il ripensamento della filiera assistenziale nel quale trova posto anche l’Assistente infermiere.
Dall’altra la legge attribuisce agli Ordini e alle Federazioni il compito di promuovere e assicurare l’indipendenza, l’autonomia e la responsabilità delle professioni e dell’esercizio professionale.
Non è necessariamente una contraddizione.
Ma può diventarlo.
Dipenderà da ciò che accadrà adesso.
Se l’Assistente infermiere consentirà all’infermiere di liberarsi da attività standardizzabili per dedicarsi maggiormente a valutazione, pianificazione, complessità clinico-assistenziale, educazione, presa in carico e competenze avanzate, allora la FNOPI potrà sostenere di aver contribuito a un’evoluzione.
Ma se nelle aziende quella figura verrà utilizzata principalmente per far fronte alla carenza di infermieri, ridurre le dotazioni professionali e trasferire attività mantenendo sull’infermiere la responsabilità complessiva del processo, allora saremo davanti a tutt’altro scenario.
E a quel punto la Federazione non potrà dire:
“Non dipende da noi.”
Perché chi ha partecipato alla costruzione di un modello ha anche il dovere morale e istituzionale di denunciarne le degenerazioni.
A FNOPI e Ordini chiediamo una cosa semplicissima: fate ciò che la legge vi chiede
Non chiediamo protezioni corporative.
Non chiediamo privilegi.
Non chiediamo di impedire ad altre figure di crescere professionalmente.
Chiediamo che l’infermiere continui ad essere davvero, e non soltanto formalmente, responsabile e autonomo nell’assistenza infermieristica.
Chiediamo che la carenza di personale non diventi il cavallo di Troia attraverso il quale ridefinire silenziosamente una professione.
Chiediamo che l’attribuzione rimanga un atto legato alla valutazione professionale e non una conseguenza automatica delle necessità aziendali.
Chiediamo che responsabilità e potere decisionale rimangano inseparabili.
E soprattutto chiediamo a FNOPI e agli Ordini di ricordare ciò che è scritto nella legge e nello stesso Codice deontologico che governano la professione.
L’autonomia infermieristica non appartiene alla Federazione.
Non appartiene alle aziende.
Non appartiene alle Regioni.
È una prerogativa professionale riconosciuta dall’ordinamento.
Gli Ordini non l’hanno inventata.
Ma hanno il dovere di tutelarla.
Ed è proprio per questo che oggi la domanda più scomoda non è:
“Siete favorevoli o contrari all’Assistente infermiere?”
La domanda vera è un’altra:
“FNOPI, dopo aver sostenuto questo nuovo modello assistenziale, siete pronti a fermarlo nel momento esatto in cui dovesse iniziare a comprimere autonomia, competenze e responsabilità degli infermieri?”
Perché è lì che capiremo se l’autonomia professionale è davvero un principio da difendere.
Oppure soltanto una bella parola da mettere nei documenti, nei congressi e nei comunicati stampa.
