Nel meraviglioso mondo della sanità italiana le competenze professionali sembrano avere una consistenza variabile: rigidissime quando bisogna contestare un infermiere, sorprendentemente elastiche quando bisogna sostituirlo, affiancarlo, spacchettarlo o possibilmente risparmiare.
C’è un modo semplicissimo per verificare quanto sia considerata seria la professione infermieristica in Italia.
Prendete una Tachipirina.
Non serve nemmeno quella da 1000. Basta probabilmente la 500.
Mettetela idealmente in mano a un infermiere che, in assenza di prescrizione, protocollo o altra legittimazione, decide autonomamente di somministrarla a un paziente.
Apriti cielo.
All’improvviso riscopriamo tutti insieme la sacralità delle competenze.
La prescrizione!
La responsabilità!
Il rischio clinico!
La sicurezza del paziente!
Il profilo professionale!
Il Codice deontologico!
Il diritto sanitario!
Manca solo l’intervento dei caschi blu dell’ONU nel corridoio del reparto.
E, sia chiaro, il principio è corretto.
L’infermiere non prescrive liberamente farmaci perché gli sembrano opportuni. Il DM 739/1994 stabilisce che l’infermiere garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche. La responsabilità professionale non è un buffet dal quale scegliere ciò che piace.
Quindi niente alibi.
Se sbaglia l’infermiere, risponde.
Ed è giusto così.
Il problema comincia immediatamente dopo.
Perché quella granitica difesa delle competenze professionali sembra misteriosamente sciogliersi quando le stesse attività vengono distribuite, segmentate o progressivamente attribuite ad altre figure.
A quel punto non si parla più di confini professionali.
Si parla di “nuovi modelli organizzativi”.
Che meraviglia la lingua italiana.
La competenza infermieristica funziona un po’ come una porta automatica
Davanti all’infermiere si chiude.
Davanti alle esigenze organizzative si apre.
Se l’infermiere supera di un millimetro il proprio campo di responsabilità, bisogna ricordargli immediatamente i confini della professione.
E va bene.
Ma quando quei medesimi confini vengono progressivamente rosicchiati dall’esterno, ecco comparire parole molto più rassicuranti:
“supporto”.
“integrazione”.
“collaborazione”.
“standardizzazione”.
“bassa discrezionalità”.
Parole bellissime.
Talmente belle che quasi non ci si accorge che, pezzo dopo pezzo, una professione rischia di essere ridotta alla responsabilità di ciò che altri materialmente fanno.
Che è una forma di valorizzazione davvero originale.
Più o meno come promuovere il comandante di una nave togliendogli progressivamente timone, motori e strumenti di navigazione, lasciandogli però intatta la responsabilità del naufragio.
Parametri vitali: dipende da chi tiene il saturimetro
Facciamo un altro esempio.
Pressione arteriosa, frequenza cardiaca, saturazione, temperatura, dolore.
Quando quei dati entrano nel processo assistenziale infermieristico, nessuno dovrebbe pensare che l’infermiere stia semplicemente leggendo numerini su un display.
Un saturimetro lo sa usare quasi chiunque.
Il problema non è premere il pulsante.
Il problema è capire cosa significa quel numero per quella persona, in quel momento, dentro quella situazione clinico-assistenziale.
Una saturazione dell’88% non è soltanto “88”.
Una pressione di 85/50 non è un esercizio di aritmetica.
Una frequenza cardiaca di 130 non è il risultato della finale di Champions.
Il valore va osservato, contestualizzato, correlato, rivalutato e inserito nel processo assistenziale.
Ed è proprio qui che nasce il capolavoro semantico della sanità moderna:
misurare non è valutare.
Verissimo.
Ma allora occorre avere il coraggio di mantenere questa distinzione sempre, anche nell’organizzazione concreta dei servizi.
Perché se una figura rileva il parametro, registra il parametro, riconosce l’alert, segnala il deterioramento e magari svolge una serie crescente di attività tecniche attorno al paziente, la domanda non è corporativa.
La domanda è molto più semplice:
dove termina l’esecuzione e dove comincia la valutazione professionale?
E soprattutto: chi rimane responsabile dell’intero processo?
Indovinate.
Poi arriviamo ai farmaci, e qui il teatro diventa meraviglioso
Torniamo alla nostra povera Tachipirina.
Se l’infermiere la somministra arbitrariamente senza prescrizione o senza un quadro che lo legittimi, il comportamento è contestabile.
Punto.
Non serve inventarsi teorie rivoluzionarie.
Ma nello stesso ordinamento esistono da tempo figure di supporto formate per collaborare anche in alcune attività relative alla terapia; già l’OSS con formazione complementare poteva, secondo l’Accordo del 2003, svolgere determinate attività farmacologiche conformemente alle direttive o sotto la supervisione infermieristica.
Oggi il tema è diventato ancora più evidente con l’Assistente infermiere.
E attenzione: non significa affatto che “chiunque possa somministrare farmaci”.
Sarebbe falso oltre che controproducente sostenerlo.
Significa qualcosa di più interessante.
Significa che l’ordinamento ritiene possibile scomporre il processo assistenziale e attribuirne alcune parti esecutive ad altri operatori, mantenendo in capo all’infermiere pianificazione, valutazione, indicazioni e responsabilità proprie.
E allora la domanda nasce spontanea:
se quelle attività sono così semplici da poter essere standardizzate e attribuite ad altri, perché diventano improvvisamente espressione di enorme pericolosità professionale quando l’infermiere compie un atto al di fuori del percorso previsto?
E, viceversa, se sono attività così delicate da richiedere una rigidissima tutela del paziente, perché quando vengono redistribuite organizzativamente il dibattito sulla sicurezza sembra improvvisamente molto più rilassato?
Non è una domanda contro gli operatori di supporto.
È una domanda sul sistema.
Il vero miracolo: aumentano le responsabilità mentre diminuiscono gli atti
L’infermiere italiano sta progressivamente raggiungendo uno stato professionale quasi metafisico.
Deve pianificare.
Deve valutare.
Deve supervisionare.
Deve riconoscere il rischio.
Deve garantire la sicurezza.
Deve coordinare.
Deve documentare.
Deve vigilare.
Deve rispondere.
E possibilmente deve farlo mentre sempre più attività vengono considerate eseguibili da qualcun altro.
È il sogno di ogni professionista:
responsabilità premium con operatività in outsourcing.
Se qualcosa funziona, ottima organizzazione multidisciplinare.
Se qualcosa va storto, bisognerà naturalmente chiedersi se l’infermiere abbia correttamente pianificato, attribuito, sorvegliato, rivalutato, previsto e possibilmente intuito il futuro.
Perché l’infermiere non dispone ancora della sfera di cristallo, ma confidiamo che venga inserita nel prossimo aggiornamento del profilo professionale.
Non è una guerra contro OSS o Assistenti infermieri
E questo va detto chiaramente.
Il problema non sono gli OSS.
Non sono gli Assistenti infermieri.
Non è il collega che lavora accanto all’infermiere e svolge legittimamente le attività previste dal proprio profilo e dalla propria formazione.
La sanità ha bisogno di équipe.
Ha bisogno di personale di supporto qualificato.
Ha bisogno di collaborazione.
Quello che non può funzionare è utilizzare la parola “équipe” come sinonimo di confusione delle responsabilità.
Una squadra funziona quando ognuno conosce il proprio ruolo.
Non quando tutti fanno un pezzetto di tutto e alla fine uno solo firma simbolicamente il conto.
Difendere il campo professionale infermieristico non significa rivendicare il monopolio del termometro, del saturimetro o della siringa.
Sarebbe una battaglia culturalmente persa in partenza.
Significa difendere ciò che rende professionale un atto sanitario:
valutazione, decisione, pianificazione, responsabilità, capacità di riconoscere il rischio e governo del processo assistenziale.
Il gesto tecnico è solo la parte visibile.
Tolleranza zero? Perfetto. Ma allora tolleranza zero per tutti
Ed eccoci al punto.
Vogliamo applicare la massima severità quando un infermiere oltrepassa le proprie competenze?
Benissimo.
Facciamolo.
La sicurezza del paziente viene prima della difesa corporativa.
Ma allora applichiamo la stessa attenzione quando un’organizzazione pretende da un operatore attività che non gli competono.
La stessa attenzione quando per carenza di personale si trasformano eccezioni organizzative in normalità.
La stessa attenzione quando “supportare” rischia di diventare “sostituire”.
La stessa attenzione quando rilevare un dato rischia di trasformarsi nella sua valutazione.
La stessa attenzione quando l’infermiere viene chiamato a supervisionare contemporaneamente persone, attività e processi che materialmente non può seguire.
La stessa attenzione quando la frammentazione dell’assistenza finisce per rendere indistinguibile chi abbia osservato cosa, chi abbia deciso cosa e chi debba rispondere di cosa.
Perché la sicurezza delle cure non può essere invocata solo quando serve a mettere sotto processo professionale l’infermiere.
Deve valere anche quando si progettano i modelli organizzativi.
Non chiediamo impunità. Chiediamo coerenza.
L’infermiere che sbaglia deve rispondere del proprio errore.
L’infermiere che esercita una competenza che non possiede deve risponderne.
Non c’è nulla da discutere.
Ma una professione non può essere considerata altamente qualificata quando bisogna attribuirle responsabilità e improvvisamente composta da una collezione di semplici mansioni quando bisogna redistribuirne le attività.
Non può essere autonoma il lunedì, interscambiabile il martedì e responsabile di tutto il mercoledì.
Non si può sostenere contemporaneamente che il processo assistenziale infermieristico richieda laurea, abilitazione, iscrizione all’Ordine, formazione continua e responsabilità professionale e poi trattarne progressivamente alcune componenti come se fossero pezzi intercambiabili di una catena di montaggio.
Perciò lunga vita alla nostra Tachipirina.
Una compressa da pochi centesimi che riesce a fare ciò che decenni di legislazione sanitaria non sono ancora riusciti a fare:
mostrarci quanto siano elastici i confini della professione infermieristica.
Rigidissimi quando l’infermiere prova a superarli.
Sorprendentemente morbidi quando qualcun altro prova ad entrarci.
E forse, prima ancora di discutere di chi possa tenere in mano una compressa, dovremmo decidere una volta per tutte una cosa molto più importante:
quanto vale davvero, per il nostro Servizio sanitario, la competenza di un infermiere?
