La nuova figura è un operatore di interesse sanitario, non una professione infermieristica. Eppure porta nel nome la parola “infermiere”. Una scelta che apre un problema di identità, riconoscibilità e possibile danno d’immagine alla professione sul quale FNOPI dovrebbe fornire risposte chiare.
C’è una domanda che il mondo infermieristico non può evitare:
se l’Assistente infermiere non è un infermiere, perché chiamarlo infermiere?
Non è una provocazione terminologica.
Dietro quella denominazione esiste una questione molto più profonda, che riguarda l’identità professionale, la riconoscibilità dei ruoli agli occhi dei cittadini e il percorso compiuto dagli infermieri italiani negli ultimi decenni per conquistare autonomia, formazione universitaria e responsabilità professionale.
Ed esiste anche una domanda direttamente rivolta alla rappresentanza ordinistica:
come può la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche sostenere l’inserimento nel sistema assistenziale di una figura che non appartiene alle professioni sanitarie infermieristiche, ma che porta nel proprio nome la parola “infermiere”?
Per rispondere occorre però partire dai fatti, evitando semplificazioni.
FNOPI non ha istituito l’Assistente infermiere
La prima precisazione è necessaria.
FNOPI non ha il potere di istituire autonomamente una nuova figura sanitaria e non è stata formalmente l’ente che ha istituito l’Assistente infermiere.
La figura deriva dall’Accordo raggiunto in Conferenza Stato-Regioni il 3 ottobre 2024, successivamente modificato il 18 dicembre dello stesso anno e recepito con DPCM del 28 febbraio 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 2025.
È quindi una figura nata attraverso un percorso istituzionale che ha coinvolto Governo e Regioni.
Ma c’è un elemento fondamentale.
La normativa non qualifica l’Assistente infermiere come professione sanitaria infermieristica.
Lo definisce “operatore di interesse sanitario”.
La differenza non è secondaria.
L’infermiere è un professionista sanitario con formazione universitaria, titolo abilitante, autonomia e responsabilità professionale e obbligo di iscrizione all’Albo.
L’Assistente infermiere segue invece un diverso percorso formativo e giuridico e, nel contratto del comparto Sanità, è collocato nell’Area degli Assistenti, ruolo sociosanitario.
Non siamo quindi davanti a un “infermiere con meno formazione”.
Siamo davanti a una figura giuridicamente distinta dall’infermiere.
Ed è proprio questo che rende problematica la denominazione.
FNOPI, però, non è stata una semplice spettatrice
Dire che FNOPI non abbia istituito formalmente l’Assistente infermiere non significa sostenere che sia rimasta estranea al percorso culturale e professionale che ha preceduto la sua nascita.
Esiste infatti un documento ufficiale particolarmente significativo.
Il 14 febbraio 2024, diversi mesi prima dell’Accordo Stato-Regioni, FNOPI presentò una memoria nell’ambito dell’esame parlamentare dello schema di decreto legislativo sulle politiche in favore delle persone anziane.
Nel documento, all’interno di un capitolo dedicato all’evoluzione delle figure di supporto, la Federazione affrontava esplicitamente il tema della riorganizzazione dell’assistenza e del personale di supporto agli infermieri.
FNOPI proponeva anche la nascita di una nuova figura denominata:
Assistente Certificato all’Infermieristica, AIC.
Secondo il modello prospettato, questo operatore avrebbe collaborato sotto la supervisione dell’infermiere, mentre governo, monitoraggio e valutazione della pianificazione assistenziale sarebbero rimasti in capo al professionista infermiere.
Non si trattava ancora dell’attuale Assistente infermiere.
La denominazione era diversa e il modello non coincideva necessariamente in ogni aspetto con quello successivamente approvato dalla Conferenza Stato-Regioni.
Ma il documento dimostra un fatto difficilmente contestabile:
FNOPI sosteneva già nel febbraio 2024 la necessità di evolvere le figure di supporto all’assistenza infermieristica e proponeva formalmente un nuovo operatore dedicato a tale funzione.
FNOPI propose anche un “albo speciale” negli OPI
Nello stesso documento compare un altro passaggio particolarmente rilevante.
FNOPI proponeva una modifica normativa finalizzata all’istituzione, all’interno degli Ordini delle professioni infermieristiche, di un:
“albo speciale per il personale di aiuto e supporto all’attività dell’infermiere”.
La proposta merita attenzione, ma deve essere interpretata correttamente.
Nel febbraio 2024 l’attuale figura dell’Assistente infermiere non era ancora stata istituita.
Non sarebbe quindi corretto affermare che FNOPI avesse già chiesto la creazione di uno specifico “Albo degli Assistenti infermieri”.
Il documento parla più ampiamente del personale di aiuto e supporto all’attività infermieristica e, nello stesso contesto, propone la figura dell’Assistente Certificato all’Infermieristica.
La proposta dell’albo speciale, inoltre, non risulta essere stata recepita nel decreto legislativo successivamente approvato.
Oggi quell’albo speciale non esiste.
Il dato politicamente significativo rimane però intatto: FNOPI aveva immaginato che anche parte del personale di supporto potesse trovare una collocazione ordinistica all’interno degli OPI.
E questo apre una domanda sulla futura configurazione del sistema professionale.
Gli Ordini delle professioni infermieristiche devono continuare a essere esclusivamente la casa ordinistica delle professioni infermieristiche oppure potrebbero, in prospettiva, diventare il punto di riferimento anche per figure di supporto che infermieri non sono?
Sono due modelli diversi.
E sarebbe utile conoscere con chiarezza quale sia oggi la posizione della Federazione.
Da “Assistente all’Infermieristica” ad “Assistente infermiere”
Esiste poi un dettaglio linguistico che dettaglio non è.
FNOPI, nel documento del febbraio 2024, utilizzava la denominazione:
Assistente Certificato all’Infermieristica.
La figura successivamente approvata è stata invece chiamata:
Assistente infermiere.
Le due espressioni non sono equivalenti.
“Assistente all’infermieristica” descrive linguisticamente una persona che svolge una funzione di supporto rispetto a un’attività.
“Assistente infermiere” può invece essere percepito dal cittadino come una categoria appartenente alla stessa professione infermieristica, quasi fosse un diverso livello dell’infermiere.
Ma giuridicamente non è così.
Ed ecco il punto:
se si è voluto creare un operatore distinto dall’infermiere, perché scegliere una denominazione che contiene proprio il titolo della professione dalla quale si vuole distinguerlo?
Cosa capirà il cittadino?
Gli infermieri, i dirigenti sanitari e gli operatori conoscono o dovrebbero conoscere la differenza tra professione sanitaria e operatore di interesse sanitario.
Ma il Servizio sanitario non comunica soltanto con gli addetti ai lavori.
Comunica ogni giorno con pazienti, anziani, familiari, caregiver e cittadini che non hanno alcun motivo di conoscere le norme sulla classificazione delle professioni.
Immaginiamo una normale situazione assistenziale.
Una persona entra nella stanza di un paziente e si presenta come:
“Buongiorno, sono l’Assistente infermiere”.
Il cittadino comprenderà immediatamente di non trovarsi davanti a un infermiere?
Comprenderà quali attività quella persona possa svolgere, quali siano effettuate sulla base delle indicazioni dell’infermiere e quali responsabilità rimangano invece esclusivamente in capo al professionista?
Non è affatto scontato.
La riconoscibilità delle qualifiche sanitarie dovrebbe servire esattamente a evitare queste ambiguità.
Il precedente FNOPI del 2019
La questione diventa ancora più interessante se confrontata con una presa di posizione della stessa Federazione risalente al 2019.
In quell’anno FNOPI intervenne contro l’utilizzo improprio della qualifica di infermiere, soprattutto da parte dei mezzi d’informazione nei casi di cronaca, quando persone che non erano infermieri venivano definite come tali.
La Federazione chiedeva di tutelare maggiormente l’immagine e la professionalità degli infermieri e affermava che bisognasse smettere di utilizzare la qualifica di infermiere impropriamente quando, appunto, di infermieri non si trattava.
I due casi non sono giuridicamente sovrapponibili.
Nel 2019 FNOPI contestava una falsa attribuzione della qualifica professionale.
L’“Assistente infermiere”, invece, è oggi una denominazione formalmente riconosciuta dall’ordinamento.
Sarebbe quindi scorretto sostenere che esista automaticamente una contraddizione giuridica tra le due vicende.
Rimane però un interrogativo politico e professionale.
Se allora veniva considerata fondamentale la corretta riconoscibilità della qualifica “infermiere”, non dovrebbe oggi essere altrettanto importante interrogarsi sull’utilizzo della stessa parola all’interno della denominazione di una figura che infermiere non è?
La domanda appare del tutto legittima.
Un possibile danno d’immagine alla professione
La questione della denominazione non riguarda soltanto la precisione terminologica.
Può incidere direttamente sulla percezione pubblica della professione infermieristica.
Per anni FNOPI ha insistito sulla necessità di rendere riconoscibile l’infermiere come professionista sanitario laureato, autonomo, responsabile e iscritto all’Ordine.
Ed è proprio per questo che la scelta della denominazione “Assistente infermiere” merita una riflessione specifica.
Il problema non consiste nel fatto che l’Assistente infermiere utilizzi abusivamente una qualifica.
Non la utilizza abusivamente.
La denominazione è stata formalmente prevista dall’ordinamento.
Il nodo è differente:
è lo stesso sistema istituzionale ad avere scelto una denominazione che contiene la parola “infermiere” per identificare una figura che infermiere non è.
E questa scelta può produrre una sovrapposizione percettiva.
Se il termine “infermiere” identifica una professione sanitaria regolamentata, con uno specifico percorso universitario, precise responsabilità e obbligo di iscrizione all’Albo, utilizzare la stessa parola nella denominazione di un’altra figura rischia di indebolire la riconoscibilità del titolo professionale.
Il cittadino medio non è tenuto a conoscere le differenze tra “professione sanitaria” e “operatore di interesse sanitario”.
Non è tenuto a conoscere le classificazioni contrattuali.
Non è tenuto a conoscere gli Accordi Stato-Regioni.
Ma deve poter capire con chiarezza chi ha davanti.
Quando sente parlare di un “Assistente infermiere”, può ragionevolmente interpretare quella denominazione come riferita a una particolare categoria di infermiere, a un livello iniziale della professione o comunque a un soggetto appartenente alla stessa professione infermieristica.
Ma non è questo ciò che stabilisce la normativa.
L’Assistente infermiere è una figura distinta.
È proprio la distanza tra ciò che il nome può suggerire e ciò che la figura giuridicamente rappresenta a creare il rischio di un danno d’immagine e di una perdita di riconoscibilità professionale.
Non perché l’Assistente infermiere sia una figura priva di dignità.
Il punto è esattamente l’opposto.
Ogni figura sanitaria e sociosanitaria dovrebbe possedere una denominazione chiara, autonoma e immediatamente comprensibile.
La dignità dell’Assistente infermiere non richiede di attenuare l’identità dell’infermiere.
E la tutela dell’infermiere non richiede di sminuire chi svolge una funzione di supporto.
Richiede semplicemente che i confini siano riconoscibili.
Una professione perde forza comunicativa quando il proprio nome smette di identificarla in modo inequivocabile.
Il nome, infatti, non è un elemento ornamentale.
È parte dell’identità professionale.
È ciò che il cittadino legge sul cartellino.
È ciò che sente quando un professionista si presenta.
È ciò che associa a competenze, responsabilità, formazione e affidabilità.
Se due figure differenti vengono identificate attraverso denominazioni molto simili, il rischio di sovrapposizione percettiva diventa concreto.
Ed è qui che emerge una domanda alla quale la rappresentanza ordinistica dovrebbe rispondere:
la denominazione “Assistente infermiere” rafforza o indebolisce la riconoscibilità dell’infermiere?
Perché dopo decenni trascorsi a spiegare che l’infermiere non è semplicemente “l’assistente del medico”, sarebbe paradossale costringerlo oggi a spiegare ai cittadini che chi si presenta come “Assistente infermiere” non è, in realtà, un infermiere.
Il rischio è che, nel tentativo di costruire una nuova filiera assistenziale, si finisca per rendere meno netto proprio il profilo professionale che negli ultimi decenni si è cercato di affermare.
E su questo terreno si misura anche la credibilità della rappresentanza ordinistica.
Non sulla difesa corporativa di una parola.
Ma sulla capacità di garantire a cittadini e professionisti qualcosa di molto più importante:
sapere con chiarezza chi è infermiere e chi non lo è.
Nel 2026 FNOPI parla dell’“alveo dell’assistenza infermieristica”
La posizione della Federazione negli anni successivi dimostra inoltre che FNOPI non considera l’Assistente infermiere un elemento marginale del sistema.
Nel giugno 2026, durante l’Assemblea nazionale delle Commissioni d’Albo, FNOPI ha affrontato esplicitamente il tema.
Nel resoconto ufficiale la Federazione afferma che il nome e il profilo dell’Assistente infermiere chiariscono che la figura opera nell’“alveo dell’assistenza infermieristica”, nei contesti e nelle condizioni previste dalla normativa e sotto la supervisione dell’infermiere.
FNOPI sottolinea inoltre la necessità che la professione infermieristica sia capace di governare il percorso della nuova figura, dalla formazione fino all’inserimento operativo.
È una posizione significativa.
Perché conferma che la Federazione non sta semplicemente prendendo atto dell’esistenza dell’Assistente infermiere.
Sta cercando di definirne il posizionamento all’interno del modello assistenziale.
Ed è proprio qui che la chiarezza dei confini diventa essenziale.
Se una figura non è un infermiere ma opera nell’alveo dell’assistenza infermieristica, occorre definire con estrema precisione cosa appartenga all’assistenza infermieristica professionale e cosa possa essere affidato a una figura di supporto.
Non soltanto sulla carta.
Anche nell’organizzazione concreta dei servizi.
La “sgranatura della professione”
Un altro passaggio merita attenzione.
Nel dicembre 2025 la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli, parlando dell’evoluzione dei modelli assistenziali, utilizzò l’espressione “sgranatura della professione”, indicando tre figure:
– infermiere specialista;
– infermiere generalista;
– Assistente infermiere.
L’affermazione è interessante proprio perché i primi due soggetti appartengono alla professione infermieristica, mentre il terzo, secondo la normativa, è un operatore di interesse sanitario.
L’accostamento pone quindi una domanda:
l’Assistente infermiere deve essere considerato parte della professione infermieristica oppure una figura distinta che collabora con essa?
Dal punto di vista giuridico la risposta appare chiara: è una figura distinta.
Dal punto di vista della comunicazione professionale, invece, il confine rischia di apparire meno netto.
Ed è esattamente questo il nodo.
Non è una battaglia contro gli OSS o contro gli Assistenti infermieri
È importante chiarire un altro aspetto.
Contestare la denominazione o interrogarsi sul modello organizzativo non significa essere contrari alla crescita professionale degli operatori sociosanitari.
Gli OSS hanno diritto a percorsi formativi adeguati, riconoscimento economico e professionale e possibilità di evoluzione delle proprie competenze.
La sanità italiana ha inoltre bisogno di rivedere modelli organizzativi spesso vecchi e inefficienti.
Lo skill mix, la redistribuzione delle attività e l’introduzione di personale maggiormente qualificato possono essere oggetto di una discussione seria e legittima.
Ma una cosa è evolvere le figure di supporto.
Un’altra è rendere meno distinguibili i confini tra quelle figure e una professione sanitaria regolamentata.
La questione riguarda quindi il modello.
Non le persone che decideranno legittimamente di formarsi e lavorare come Assistenti infermieri.
Il vero rischio è organizzativo
Il problema più importante potrebbe manifestarsi non nella norma, ma nei reparti.
Sulla carta l’Assistente infermiere nasce per collaborare con l’infermiere nelle attività previste dal proprio profilo.
Ma cosa accadrà nelle aziende sanitarie caratterizzate da una cronica carenza di infermieri?
L’Assistente infermiere sarà davvero utilizzato come figura integrativa capace di liberare tempo professionale all’infermiere?
Oppure rischierà, almeno in alcuni contesti, di diventare uno strumento attraverso il quale compensare parzialmente le carenze di organico infermieristico?
Questa seconda possibilità non può essere data per certa.
Ma non può nemmeno essere ignorata.
Il vero banco di prova dell’Assistente infermiere sarà infatti la sua applicazione organizzativa.
Se l’introduzione della nuova figura permetterà all’infermiere di concentrarsi maggiormente sulla valutazione, pianificazione, responsabilità clinico-assistenziale, educazione sanitaria e gestione dei processi complessi, il modello potrà essere valutato sulla base dei risultati.
Se invece determinerà una progressiva sostituzione di personale infermieristico con figure meno formate e meno costose, allora l’intero progetto dovrà essere rivalutato.
Un Ordine non è un sindacato
Anche su questo occorre essere corretti.
Gli Ordini professionali non sono sindacati.
Non hanno la funzione di difendere corporativamente ogni interesse economico o contrattuale degli iscritti.
La legge attribuisce loro una funzione pubblicistica: tutelare gli interessi pubblici connessi all’esercizio professionale e promuovere indipendenza, autonomia, responsabilità e qualità tecnico-professionale.
Ma proprio questa distinzione rende ancora più importante il tema della riconoscibilità professionale.
Sapere chi è un infermiere, quale formazione possiede, quali responsabilità assume e quali attività gli competono non tutela soltanto il professionista.
Tutela il cittadino.
Per questo la chiarezza dei ruoli dovrebbe essere interesse tanto degli infermieri quanto dell’Ordine.
La questione della credibilità
La credibilità di una Federazione professionale non si misura sulla capacità di soddisfare ogni posizione espressa dai propri iscritti.
Si misura però anche sulla coerenza delle proprie scelte e sulla capacità di spiegare ai professionisti rappresentati dove si vuole portare la professione.
Gli infermieri italiani hanno attraversato un percorso lungo e complesso.
Hanno superato il vecchio mansionario.
Hanno conquistato una formazione universitaria.
Hanno ottenuto autonomia professionale e responsabilità diretta dell’assistenza infermieristica.
I Collegi IPASVI sono diventati Ordini delle professioni infermieristiche.
Per decenni il messaggio è stato chiaro:
l’infermiere non è l’assistente del medico, ma un professionista sanitario autonomo responsabile dell’assistenza infermieristica.
Oggi quello stesso professionista rischia di dover spiegare ai cittadini perché esista anche un “Assistente infermiere” che, secondo la normativa, infermiere non è.
È quantomeno un cortocircuito comunicativo.
E merita una spiegazione.
Sarebbe stato possibile scegliere un altro nome?
Probabilmente sì.
La necessità di una nuova figura di supporto non obbligava automaticamente a utilizzare la parola “infermiere” nella denominazione.
Si sarebbe potuto scegliere un nome capace di identificare chiaramente il ruolo assistenziale senza rischiare una sovrapposizione con il titolo professionale.
Persino la proposta originaria FNOPI — “Assistente Certificato all’Infermieristica” — pur potendo essere discussa sotto molti altri aspetti, poneva linguisticamente l’accento sull’attività da supportare e non definiva direttamente l’operatore come “infermiere”.
La scelta finale è stata diversa.
Ed è legittimo chiedere se FNOPI abbia condiviso quella specifica denominazione, se abbia espresso riserve e, soprattutto, perché oggi sembri averla pienamente assunta all’interno della propria elaborazione professionale.
Le domande alle quali FNOPI dovrebbe rispondere
Il dibattito sarebbe probabilmente più utile se venisse liberato sia dalle tifoserie sia dagli slogan.
Le domande da porre sono semplici.
Perché una figura che non appartiene alle professioni infermieristiche porta nel proprio nome la parola “infermiere”?
FNOPI ritiene che questa denominazione tuteli adeguatamente la riconoscibilità della professione agli occhi dei cittadini?
FNOPI ritiene che l’utilizzo della parola “infermiere” per una figura non infermieristica possa generare confusione o un danno d’immagine alla professione?
Quale confine operativo deve essere considerato invalicabile tra assistenza infermieristica professionale e attività dell’Assistente infermiere?
Qual è oggi la posizione FNOPI sulla proposta, formulata nel 2024, di creare negli OPI un albo speciale per il personale di aiuto e supporto all’attività dell’infermiere?
L’Assistente infermiere deve essere considerato parte di una più ampia filiera dell’assistenza infermieristica oppure una figura esterna alla professione che con essa collabora?
E soprattutto:
quali garanzie possono essere offerte agli infermieri affinché questa nuova figura non venga utilizzata dalle aziende sanitarie per sostituire, anziché supportare, personale infermieristico?
Sono domande legittime.
E meritano risposte altrettanto chiare.
Se non è un infermiere, perché chiamarlo infermiere?
Alla fine si torna inevitabilmente al punto di partenza.
L’Assistente infermiere esiste.
La normativa ne definisce formazione, funzioni e collocazione.
La discussione, quindi, non può ridursi alla possibilità di cancellare una realtà già entrata nell’ordinamento e nel contratto.
Ma proprio perché la figura esiste, occorre chiarire definitivamente il rapporto con la professione infermieristica.
Una professione sanitaria ha bisogno di confini comprensibili.
Ha bisogno che il cittadino sappia chi ha davanti.
Ha bisogno che responsabilità, competenze e formazione siano riconoscibili.
Ha bisogno anche che il proprio nome continui a identificare chiaramente chi appartiene a quella professione.
Per questo la domanda non è contro gli Assistenti infermieri.
È rivolta alle istituzioni e alla rappresentanza professionale.
Se l’Assistente infermiere non è un infermiere, perché chiamarlo infermiere?
E se FNOPI considera la tutela e la valorizzazione della professione infermieristica parte della propria missione istituzionale, è ragionevole aspettarsi che sia proprio la Federazione a spiegare agli infermieri quale sia la risposta.
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Fonti istituzionali principali
Conferenza Stato-Regioni, Accordo del 3 ottobre 2024 relativo alla figura dell’Assistente infermiere.
DPCM 28 febbraio 2025, recepimento dell’Accordo sull’Assistente infermiere, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 giugno 2025.
FNOPI, 14 febbraio 2024, memoria sullo schema di decreto legislativo relativo alle politiche in favore delle persone anziane: proposta dell’Assistente Certificato all’Infermieristica e dell’albo speciale per il personale di aiuto e supporto all’attività dell’infermiere.
FNOPI, 2019, interventi sulla tutela dell’immagine e della professionalità degli infermieri e sull’utilizzo improprio della qualifica professionale.
FNOPI, 1 dicembre 2025, intervento nel quale viene richiamata la “sgranatura della professione” con riferimento a infermiere specialista, infermiere generalista e Assistente infermiere.
FNOPI, 10 giugno 2026, Assemblea nazionale delle Commissioni d’Albo: approfondimento sull’Assistente infermiere e riferimento all’“alveo dell’assistenza infermieristica”.
CCNL Comparto Sanità 2022-2024, disciplina e inquadramento dell’Assistente infermiere nell’Area degli Assistenti, ruolo sociosanitario.
Legge 11 gennaio 2018, n. 3, disciplina degli Ordini delle professioni sanitarie e delle relative Federazioni nazionali.
