Infermiere, può parlare?
Sì. E nessuno dovrebbe sentirsi minacciato.
Un infermiere racconta di essere stato segnalato al proprio Ordine perché sui social avrebbe parlato di “argomenti medici”.
La vicenda, racconta lo stesso professionista, si è conclusa positivamente.
Fine della storia?
Neanche per sogno.
Perché la parte interessante non è tanto la segnalazione. È l’idea che quella frase riesce ancora a evocare:
“Un infermiere parla di argomenti medici.”
Detta con una certa intonazione sembra quasi una notizia di cronaca.
“Avvistato infermiere mentre parlava di patologie.”
“Testimoni riferiscono che avrebbe pronunciato anche la parola farmacologia.”
“Pare conoscesse persino l’anatomia.”
Manca soltanto:
“Sul posto sono intervenute le autorità competenti.”
Fa sorridere.
Ma fa sorridere perché sotto c’è qualcosa che divertente non è affatto.
Il problema non è Instagram. È l’infermiere che prende parola
C’è un’immagine della professione infermieristica che in Italia sembra possedere una straordinaria capacità di sopravvivenza.
Puoi cambiare le leggi.
Puoi eliminare il mansionario.
Puoi parlare di autonomia.
Puoi creare lauree, lauree magistrali, master, dottorati, ricerca, dirigenza.
Puoi scrivere per trent’anni che l’infermiere è un professionista responsabile dell’assistenza.
Ma da qualche parte continua a vivere una figurina anni Settanta con il camice, il vassoio e una funzione principale:
ricevere indicazioni.
Finché l’infermiere lavora, tutto bene.
Anzi, indispensabile.
Può gestire persone fragili.
Può affrontare situazioni cliniche complesse.
Può educare pazienti e caregiver.
Può occuparsi di prevenzione.
Può lavorare nell’emergenza.
Può accompagnare una persona nella cronicità.
Può prendere decisioni assistenziali.
Può assumersi responsabilità enormi durante una notte in reparto con personale ridotto all’osso.
Nessuno sembra particolarmente turbato.
Poi prende un telefono, accende una videocamera e dice:
“Oggi parliamo di salute.”
Ed ecco comparire la domanda:
“Ma può?”
Fantastico.
Sì, l’infermiere è autonomo. Non è una voce che abbiamo messo noi nel curriculum
Qui non serve nemmeno inventarsi interpretazioni rivoluzionarie.
La legge 251 del 2000 stabilisce che gli appartenenti alle professioni sanitarie infermieristiche svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, alla cura e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva.
“Autonomia professionale”.
Non “autonomia quando non disturba”.
Non “autonomia purché nessuno se ne accorga”.
Non “autonomia dalle 7 alle 14, esclusi festivi e social network”.
Autonomia professionale.
E prima ancora, la legge 42 del 1999 aveva definitivamente archiviato persino la vecchia definizione di professione sanitaria “ausiliaria”, collegando il campo di attività e responsabilità ai profili professionali, alla formazione e ai codici deontologici.
Sono passati più di venticinque anni.
Il legislatore ha voltato pagina.
Qualche rappresentazione culturale, invece, sembra avere messo un segnalibro e deciso di aspettare tempi migliori.
E sì, l’infermiere parla di salute
C’è poi un’altra questione che dovrebbe essere di una banalità quasi offensiva.
L’infermiere è un professionista della salute.
Quindi parla di salute.
Non dovrebbe essere una frase rivoluzionaria.
Eppure eccoci qui.
Il profilo professionale dell’infermiere definisce l’assistenza infermieristica anche come attività di natura educativa e comprende tra le funzioni professionali la prevenzione e l’educazione sanitaria.
E quindi di cosa dovrebbe parlare un infermiere?
Di meteorologia?
Recensire frullatori?
Spiegare la Champions League?
Naturalmente può fare anche quello.
Ma se decide di utilizzare le proprie conoscenze professionali per spiegare salute, prevenzione, cronicità, assistenza, terapie, sicurezza, comportamenti, percorsi sanitari o evidenze scientifiche, non sta compiendo un’incursione clandestina in territorio straniero.
Sta parlando del mondo professionale nel quale vive ogni giorno.
E soprattutto non esiste una proprietà privata della conoscenza sanitaria.
La salute non è un condominio nel quale ogni professione possiede il proprio appartamento e chi mette piede sul pianerottolo rischia la denuncia.
La salute è necessariamente un terreno multidisciplinare.
Medici, infermieri, farmacisti, fisioterapisti, ostetriche, tecnici, psicologi e altri professionisti osservano spesso la stessa persona e lo stesso problema da prospettive professionali differenti.
Questa cosa ha perfino un nome molto sofisticato:
sanità.
La competenza non è un gioco a somma zero
Ed eccoci a un punto che forse andrebbe detto con maggiore tranquillità.
Nessuno dovrebbe sentirsi minacciato da un infermiere competente che parla di salute.
Perché la conoscenza non funziona così.
La competenza di uno non sottrae competenza all’altro.
Un medico non diventa meno medico perché un infermiere divulga.
Un infermiere non diventa medico perché parla di una patologia.
Un farmacista non perde qualcosa se un altro professionista spiega l’aderenza terapeutica.
Un fisioterapista non invade un regno proibito quando parla di prevenzione e movimento.
La professionalità non è una torta.
Non succede che, se una fetta viene data all’infermiere, qualcuno rimane senza dessert.
Anzi.
Un sistema sanitario maturo dovrebbe volere più professionisti capaci di comunicare bene la salute, non meno.
Perché dall’altra parte abbiamo cittadini sommersi quotidianamente da influencer improvvisati, guru, integratori miracolosi, diete che curano qualsiasi cosa, diagnosi in trenta secondi, terapie suggerite nei commenti e personaggi che hanno conseguito la specializzazione presso l’Università di TikTok.
Però attenzione.
Il problema potrebbe essere l’infermiere laureato che divulga contenuti sanitari.
Priorità impeccabili.
Il Codice deontologico, peraltro, sembra aver scoperto Internet
C’è poi un dettaglio particolarmente divertente.
Il Codice deontologico FNOPI del 2025 non tratta la comunicazione dell’infermiere come un’attività clandestina da svolgere con passamontagna e voce camuffata.
L’articolo 30 parla esplicitamente di comunicazione, compresa quella digitale, chiedendo che venga utilizzata in modo etico, chiaro e responsabile e che contribuisca a un dibattito costruttivo.
Quindi abbiamo raggiunto una situazione curiosa.
Il Codice deontologico disciplina la comunicazione digitale dell’infermiere.
Ma culturalmente siamo ancora qui a domandarci se l’infermiere possa comunicare.
È un po’ come scrivere il Codice della strada e poi chiedersi se le automobili possano circolare.
Forse ciò che disturba non è quello che dice. È il fatto che abbia una voce
E allora viene il sospetto che la questione sia più profonda.
Forse una parte del problema non riguarda cosa dica l’infermiere.
Riguarda il fatto che l’infermiere dica.
Perché per decenni abbiamo costruito un’immagine rassicurante della professione.
L’infermiere è quello che c’è sempre.
Quello che ascolta.
Quello che assiste.
Quello che corre.
Quello che risolve.
Quello che “fa”.
E sono tutte cose vere.
Ma quando alla dimensione del fare aggiungiamo quella del pensare, conoscere, decidere e comunicare, ecco che l’immagine tradizionale comincia a traballare.
Le mani dell’infermiere piacciono moltissimo.
La sua voce, qualche volta, sembra creare più imbarazzo.
Eppure autonomia professionale significa esattamente questo: non soltanto capacità operativa, ma capacità di giudizio, responsabilità, produzione e trasmissione di conoscenza.
Non possiamo volere un professionista autonomo in corsia e immaginarlo culturalmente subordinato fuori dalla corsia.
Sarebbe un’autonomia piuttosto curiosa:
autonomo quando deve rispondere delle proprie decisioni, meno autonomo quando deve esprimere il proprio pensiero professionale.
Comodo.
Gli infermieri sono “eroi”. Basta che non diventino troppo professionisti
C’è anche un’altra contraddizione che meriterebbe qualche minuto.
Negli ultimi anni gli infermieri sono stati definiti di tutto.
Eroi.
Angeli.
Colonne della sanità.
Cuore degli ospedali.
Fantastico.
Manca soltanto una definizione, quella più semplice:
professionisti.
Perché l’eroe è molto comodo.
Lavora tantissimo.
Si sacrifica.
Non dorme.
Sorride nelle fotografie istituzionali.
Riceve un applauso e torna al turno.
Il professionista, invece, è più complicato.
Ha competenze.
Ha autonomia.
Fa domande.
Occupa spazi.
Partecipa alle decisioni.
Produce cultura.
Interviene nel dibattito pubblico.
E parla.
A volte dice persino cose che non erano state precedentemente concordate da qualcun altro.
Terribile.
E presto il cortocircuito sarà ancora più evidente
La contraddizione diventerà persino più interessante con i nuovi modelli organizzativi e con l’introduzione dell’Assistente infermiere.
Perché al professionista infermiere verranno richiesti sempre più capacità di pianificazione, valutazione, attribuzione di attività e governo dei processi assistenziali.
Quindi avremo una situazione meravigliosa.
L’infermiere potrà assumersi responsabilità organizzative e assistenziali sempre maggiori.
Potrà rappresentare un riferimento per altre figure.
Potrà governare processi complessi.
Poi magari pubblicherà un video sulla prevenzione cardiovascolare.
E qualcuno domanderà:
“Ma un infermiere può parlare di queste cose?”
A quel punto più che una risposta servirà una macchina del tempo.
Nessuno perde qualcosa se l’infermiere conquista voce
Forse dovremmo smettere di interpretare l’affermazione professionale come una minaccia.
Il riconoscimento dell’infermiere non richiede il ridimensionamento di nessun’altra professione.
Non c’è bisogno di togliere spazio a qualcuno per riconoscerne uno all’infermiere.
Non è una guerra tra camici.
Non è una gara di titoli.
Non è una battaglia per stabilire chi possa pronunciare più parole sanitarie al minuto.
È molto più semplice.
Una professione autonoma deve poter avere anche una voce autonoma.
Una voce competente.
Una voce scientificamente fondata.
Una voce riconoscibile.
Una voce capace di contribuire alla cultura sanitaria dei cittadini.
E questa voce non dovrebbe impaurire nessuno.
Dovrebbe essere considerata una risorsa.
Perché la vera domanda non è più:
“Un infermiere può parlare di salute?”
La vera domanda è:
come possiamo essere arrivati al 2026 e trovare ancora necessario chiederlo?
Forse il mansionario è stato abolito da tempo.
Il problema è che quello scritto sulla carta era probabilmente il più facile da cancellare.
Quello che alcune persone conservano ancora nella propria testa sembra decisamente più resistente.
E magari la prossima evoluzione della professione infermieristica non dovrà avvenire attraverso un’altra legge.
Dovrà avvenire nella percezione collettiva.
Partendo da un concetto sorprendentemente semplice:
l’infermiere non deve chiedere il permesso di essere infermiere.
E nemmeno quello di avere una voce.
