Ogni giorno la stessa scena, lo stesso copione: “abbassiamo i toni”. Una formula che, ripetuta all’infinito, sembra più un esercizio di stile che una reale volontà di cambiare passo.
La politica (anche quella ordinistica) non si fa con le frasi fatte né con i richiami moralistici al buon senso: si fa con i programmi, con i contenuti, con le proposte. Eppure, basta scorrere i post e i comunicati di queste settimane per accorgersi che lo spartito è sempre uguale: si invoca moderazione, si dice di rispettare le istituzioni, si rievoca qualche torto subito. Stop.
Un disco rotto.
Unico tema: lamentarsi di scorrettezze e ribadire che “noi siamo migliori perché abbassiamo i toni”.
Unico programma: zero.
Nel frattempo, i colleghi sono rimasti soli per anni, abbandonati a se stessi nelle corsie, senza un reale supporto o una strategia condivisa. Poi, qualche ricorso depositato all’ultimo momento per lavarsi la coscienza, giusto per placare il senso di colpa e mostrare una “vittoria” utile soltanto a fare nuovi iscritti.
Gli infermieri, però, chiedono altro. Chiedono idee su come affrontare il demansionamento, come valorizzare le competenze, come garantire sicurezza nei reparti sottorganico. Chiedono risposte concrete, non slogan rassicuranti che servono solo a mascherare un vuoto.
Chi parla ogni giorno di “toni” e mai di proposte, finisce per rivelare la propria debolezza. Perché i toni, da soli, non costruiscono futuro.
