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Dal convegno di Matera organizzato da Assocare e nurse times,presente NurseNews.eu

“L’articolo 49 del nostro codice deontologico viene visto come un aiuto all’infermiere per superare il demansionamento, denunciando come espresso nel testo dell’articolo le situazioni che pregiudicano il mandato professionale dell’infermiere. Questo perché ormai le organizzazioni sanitarie odierne pensano più al lucro che alla tutela della salute.

 

I tribunali in realtà utilizza in modo parziale e decontestualizzato, solo una piccola parte dell’articolo 49 del Codice deontologico. E lo utilizza come ulteriore pezza di appoggio al suo pronunciamento che si basa soprattutto sulla lettera v) dell’articolo 2 della legge 421/1992. Questo, per le amministrazioni pubbliche, stabilisce che “in relazione alle rispettive inderogabili esigenze funzionali, prevedere che il personale appartenente alle qualifiche funzionali possa essere utilizzato, occasionalmente e con criteri di flessibilità, per lo svolgimento di mansioni relative a profili professionali di qualifica funzionale immediatamente inferiore”. E sottolinea che nell’articolo 52 del Dlgs 165/2001 come modificato dal Dlgs 80/1998 (“Disciplina delle mansioni”) “è del tutto assente qualunque riferimento a un possibile demansionamento del lavoratore, questo infatti – si legge nella sentenza – vanta un preciso diritto soggettivo allo svolgimento delle mansioni contrattuali (e quindi sotto tutela e di competenza del sindacato), tutelabile innanzi al giudice ordinario”. In realtà l’articolo 49 dice esattamente il contrario e cioè che l’infermiere rifiuta la compensazione come modalità ordinaria.
D’altra parte a escludere l’ipotesi che possa essere l’articolo 49 del Codice deontologico a creare il problema delle mansioni, è intervenuta di recente la Cassazione che con la sentenza 23017 dell’11 novembre 2015 ha stabilito che “Le norme presenti in un codice deontologico di un ordine professionale non sono equiparabili a quelle di diritto che operano nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3 del Cpc”.

Il fenomeno del demansionamento è molto sentito da tutti gli infermieri e che, complice il momento socio – economico che stiamo attraversando, si sta facendo sempre più pressante. Quali iniziative intende mettere in atto, come Presidente della Federazione Nazionale Collegi IPASVI, per cercare di risolvere o, almeno, di arginare il problema?

sul demansionamento non vi sono dubbi che riguarda tutta l’attività ausiliaria di supporto (pulizia e igienizzazione locali e carrelli, fattorinaggio e facchinaggio). Ma quando si tratta di assistenza diretta, allora qui non c’è il nero o bianco: le necessità assistenziali di un paziente e chi le può soddisfare, devono essere valutate alla luce dei setting assistenziali e organizzativi, della complessità assistenziale del paziente e delle sue condizioni cliniche.
Questo significa che non sempre soddisfare il bisogno di eliminazione di un paziente, anche con l’ausilio di presidi, è demansionamento.

La nostra Federazione ha sollecitato e sta sollecitando i ministeri competenti a prevedere nella Pubblica amministrazione ad attivare repertori dei quadri europei delle qualifiche. Ci si deve adeguare e introdurre le previsioni europee per uniformare le regole in tutte le Regioni (e con gli altri Stati membri), rendendo certo e trasparente il riconoscimento del repertorio delle qualifiche e quindi dei livelli di competenza, che eviterebbe la possibilità di libera interpretazione sia per quanto riguarda l’Italia che anche per ciò che sarà la libera circolazione dei professionisti – e non solo infermieri – nell’Ue.

se brogare l’rticolo del Codice deontologico servisse a risolvere la situazione disastrosa in cui lavorano oggi i nostri professionisti non l’avremmo già fatto? Il Codice non può e non deve diventare alibi di chi non esercita la sua possibilità di denunciare situazioni anomale. E non ci si può nascondere per questo dietro gli slogan.

In realtà infatti il problema del cosiddetto demansionamento nasce non per colpa del Codice deontologico. Il demansionamento nasce per un utilizzo improprio del personale da parte delle strutture che lo pongono su un piano quasi ricattatorio rispetto alla professionalità acquisita per far fronte a proprie carenze strutturali. Il demansionamento non è mai giustificato. Né dal Codice (che in quanto deontologia attiene la Federazione) né dal contratto (che in quanto diritto e regola di lavoro attiene il sindacato). E l’articolo 49 del Codice in questo senso dovrebbe essere letto fino in fondo, anche quando specifica che l’infermiere “Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale”. Non mi sembra che si stia dando adito a fraintendimenti sulla professionalità acquisita. E se la risposta è che un rifiuto può comportare problemi di rapporti con il datore di lavoro, la chiave è che in questi è il sindacato a dover garantire la tutela del professionista.

Ben vengano provvedimenti ordinistico – disciplinari per chi non tutela la professione: ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Se demansionamento è davvero, nessuno vieta che si segnali. Anzi. Ma non si può giocare con gli scatti fotografici accanto a carrellini e gocce di sangue da raccogliere a terra, serve serietà. E decoro professionale.

Occorre ricordare, se non fosse ancora ben chiaro, che la sanità si muove purtroppo su un binario “economico” più che di reale tutela della salute. In questo senso la responsabilità organizzativa nelle aziende è in capo alla direzione aziendale e non possono certo essere i dirigenti – coordinatori infermieristici a cambiare orientamenti legati soprattutto a quei risparmi di spesa obbligatori che hanno portato a un indebolimento al limite della sostenibilità degli organici. Tra l’altro la dirigenza infermieristica così come definita dalla legge è in realtà realizzata e applicata a macchia di leopardo nelle Regioni e, quindi, in assoluta discontinuità organizzativa e programmatoria, con situazioni, responsabilità e modi operandi del tutto dissimili tra loro, a danno evidente dell’utilizzo proprio dei professionisti di cui essa si occupa. Stiamo lavorando perché, semplicemente, la legge sia rispettata ovunque e nella stessa misura e perché i responsabili della professione possano avere così davvero voce in capitolo nella programmazione e nell’organizzazione sanitaria del territorio. Se in più ci mettiamo che spesso l’infermiere ha poca identità professionale e preferisce continuare a fare i “compiti” che sa ben fare rispetto ad assumersi la responsabilità della presa in carico assistenziale, il gioco è fatto. Resta comunque assodato il fatto che non sono le norme deontologiche a determinare eventuali demansionamenti, ma il mancato rispetto di quelle contrattuali, configurando così la necessità di un’azione sindacale e, comunque, di un intervento del giudice ordinario.

L’ art.49 un alibi utilizzato in modo del tutto improprio. Un alibi tra l’altro che non dovrebbe trovare spazio se, appunto, si leggesse e applicasse con cura anche da parte degli infermieri la seconda parte dell’articolo in questione. L’organizzazione aziendale non è solo carente in alcune situazioni, ma del tutto allo sbando, cercando ogni appiglio possibile per far camminare una macchina…senza benzina, visto che la carenza di organici è ormai universalmente riconosciuta. Carenza che provoca la necessità dell’effetto “tappabuchi” e non solo per quanto riguarda la professione di infermiere, in cui probabilmente il limite delle competenze professionali è più sfumato che per altri. Mi riferisco ad esempio a situazioni in cui, anche se si parla di mansioni che in apparenza possono essere considerate inferiori rispetto alle competenze professionali, la figura dell’infermiere resta prioritaria: a chi affidereste l’igiene di un paziente con gravi lesioni vertebrali e che quindi, se non opportunamente mosso e trattato va incontro a rischi serissimi per la sua salute? Chi di noi, in quanto responsabili dell’assistenza erogata anche da figure con mansioni inferiori, si assumerebbe la responsabilità di un pericolo tanto evidente? Ci sono pesi misure quindi da valutare. La deontologia è un’espressione di valori e non si deve utilizzare in maniera impropria: c’è uno strumento, la segnalazione, per denunciare il demansionamento e il problema non dovrebbe neppure sussistere. Ci sono situazioni che ho ascoltato girando l’Italia di momenti di vita professionale in cui si parla di demansionamento mentre si tratta, come ho detto, di assistenza diretta alla persona: abbiamo deciso di fare gli infermieri, dobbiamo mettere al centro il cittadino “ad-sistere”, stare accanto cioè, perché è questa la strada che abbiamo scelto, senza più indulgere in facili strumentalizzazioni di facciata.

Tuttavia tutte queste sono parole finché l’organizzazione dei servizi sanitari non tornerà, sul versante degli organici e della loro professionalità, a livelli accettabili di programmazione e gestione. Noi come Federazione, insieme ai Collegi provinciali, stiamo facendo il possibile perché ciò avvenga. E ci auguriamo e sollecitiamo i sindacati che rappresentano i nostri professionisti a fare altrettanto dal punto di vista essenziale della tutela del lavoro e, con esso, dell’integrità professionale, ma anche di quella fisica di chi opera in sanità.al convegno di Matera la posizione della federazione nazionale Ipasvi,

L’articolo 49 del nostro codice deontologico viene visto come un aiuto all’infermiere per superare il demansionamento, denunciando come espresso nel testo dell’articolo le situazioni che pregiudicano il mandato professionale dell’infermiere. Questo perché ormai le organizzazioni sanitarie odierne pensano più al lucro che alla tutela della salute.

I tribunali avvolte hanno inrealtà utilizza in modo parziale e decontestualizzato , solo una piccola parte inell’articolo 49 del Codice deontologico. E lo utilizza come ulteriore pezza di appoggio al suo pronunciamento che si basa soprattutto sulla lettera v) dell’articolo 2 della legge 421/1992. Questo, per le amministrazioni pubbliche, stabilisce che “in relazione alle rispettive inderogabili esigenze funzionali, prevedere che il personale appartenente alle qualifiche funzionali possa essere utilizzato, occasionalmente e con criteri di flessibilità, per lo svolgimento di mansioni relative a profili professionali di qualifica funzionale immediatamente inferiore”. E sottolinea che nell’articolo 52 del Dlgs 165/2001 come modificato dal Dlgs 80/1998 (“Disciplina delle mansioni”) “è del tutto assente qualunque riferimento a un possibile demansionamento del lavoratore, questo infatti – si legge nella sentenza – vanta un preciso diritto soggettivo allo svolgimento delle mansioni contrattuali (e quindi sotto tutela e di competenza del sindacato), tutelabile innanzi al giudice ordinario”. In realtà l’articolo 49 dice esattamente il contrario e cioè che l’infermiere rifiuta la compensazione come modalità ordinaria.
D’altra parte a escludere l’ipotesi che possa essere l’articolo 49 del Codice deontologico a creare il problema delle mansioni, è intervenuta di recente la Cassazione che con la sentenza 23017 dell’11 novembre 2015 ha stabilito che “Le norme presenti in un codice deontologico di un ordine professionale non sono equiparabili a quelle di diritto che operano nell’ordinamento generale, né possono essere considerate tali nell’accezione e ai fini di cui all’articolo 360 n. 3 del Cpc”.

Il fenomeno del demansionamento è molto sentito da tutti gli infermieri e che, complice il momento socio – economico che stiamo attraversando, si sta facendo sempre più pressante. Quali iniziative intende mettere in atto, come Presidente della Federazione Nazionale Collegi IPASVI, per cercare di risolvere o, almeno, di arginare il problema?
sul demansionamento non vi sono dubbi che riguarda tutta l’attività ausiliaria di supporto (pulizia e igienizzazione locali e carrelli, fattorinaggio e facchinaggio). Ma quando si tratta di assistenza diretta, allora qui non c’è il nero o bianco: le necessità assistenziali di un paziente e chi le può soddisfare, devono essere valutate alla luce dei setting assistenziali e organizzativi, della complessità assistenziale del paziente e delle sue condizioni cliniche.
Questo significa che non sempre soddisfare il bisogno di eliminazione di un paziente, anche con l’ausilio di presidi, è demansionamento.

La nostra Federazione ha sollecitato e sta sollecitando i ministeri competenti a prevedere nella Pubblica amministrazione ad attivare repertori dei quadri europei delle qualifiche. Ci si deve adeguare e introdurre le previsioni europee per uniformare le regole in tutte le Regioni (e con gli altri Stati membri), rendendo certo e trasparente il riconoscimento del repertorio delle qualifiche e quindi dei livelli di competenza, che eviterebbe la possibilità di libera interpretazione sia per quanto riguarda l’Italia che anche per ciò che sarà la libera circolazione dei professionisti – e non solo infermieri – nell’Ue.

Abrogare l’articolo 49 del nostro Codice Deontologico, secondo molti colleghi, è un notevole aiuto per l’evoluzione infermieristica. Perché non adeguarci alla deontologia delle altre professioni sanitarie che non giustificano mai, nemmeno occasionalmente, il demansionamento?

se abrogare un articolo del Codice deontologico servisse a risolvere la situazione disastrosa in cui lavorano oggi i nostri professionisti non l’avremmo già fatto? Il Codice non può e non deve diventare alibi di chi non esercita la sua possibilità di denunciare situazioni anomale. E non ci si può nascondere per questo dietro gli slogan.

In realtà infatti il problema del cosiddetto demansionamento nasce non per colpa del Codice deontologico. Il demansionamento nasce per un utilizzo improprio del personale da parte delle strutture che lo pongono su un piano quasi ricattatorio rispetto alla professionalità acquisita per far fronte a proprie carenze strutturali. Il demansionamento non è mai giustificato. Né dal Codice (che in quanto deontologia attiene la Federazione) né dal contratto (che in quanto diritto e regola di lavoro attiene il sindacato). E l’articolo 49 del Codice in questo senso dovrebbe essere letto fino in fondo, anche quando specifica che l’infermiere “Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale”. Non mi sembra che si stia dando adito a fraintendimenti sulla professionalità acquisita. E se la risposta è che un rifiuto può comportare problemi di rapporti con il datore di lavoro, la chiave è che in questi è il sindacato a dover garantire la tutela del professionista.

Ben vengano eventuali provvedimenti ordinistico – disciplinari per chi non tutela la professione: ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Se demansionamento è davvero, nessuno vieta che si segnali. Anzi. Ma non si può giocare con gli scatti fotografici accanto a carrellini e gocce di sangue da raccogliere a terra, serve serietà. E decoro professionale.

Occorre ricordare, se non fosse ancora ben chiaro, che la sanità si muove purtroppo su un binario “economico” più che di reale tutela della salute. In questo senso la responsabilità organizzativa nelle aziende è in capo alla direzione aziendale e non possono certo essere i dirigenti – coordinatori infermieristici a cambiare orientamenti legati soprattutto a quei risparmi di spesa obbligatori che hanno portato a un indebolimento al limite della sostenibilità degli organici. Tra l’altro la dirigenza infermieristica così come definita dalla legge è in realtà realizzata e applicata a macchia di leopardo nelle Regioni e, quindi, in assoluta discontinuità organizzativa e programmatoria, con situazioni, responsabilità e modi operandi del tutto dissimili tra loro, a danno evidente dell’utilizzo proprio dei professionisti di cui essa si occupa. Stiamo lavorando perché, semplicemente, la legge sia rispettata ovunque e nella stessa misura e perché i responsabili della professione possano avere così davvero voce in capitolo nella programmazione e nell’organizzazione sanitaria del territorio. Se in più ci mettiamo che spesso l’infermiere ha poca identità professionale e preferisce continuare a fare i “compiti” che sa ben fare rispetto ad assumersi la responsabilità della presa in carico assistenziale, il gioco è fatto. Resta comunque assodato il fatto che non sono le norme deontologiche a determinare eventuali demansionamenti, ma il mancato rispetto di quelle contrattuali, configurando così la necessità di un’azione sindacale e, comunque, di un intervento del giudice ordinario.
L’art.49 un alibi utilizzato in modo del tutto improprio. Un alibi tra l’altro che non dovrebbe trovare spazio se, appunto, si leggesse e applicasse con cura anche da parte degli infermieri la seconda parte dell’articolo in questione. L’organizzazione aziendale non è solo carente in alcune situazioni, ma del tutto allo sbando, cercando ogni appiglio possibile per far camminare una macchina…senza benzina, visto che la carenza di organici è ormai universalmente riconosciuta. Carenza che provoca la necessità dell’effetto “tappabuchi” e non solo per quanto riguarda la professione di infermiere, in cui probabilmente il limite delle competenze professionali è più sfumato che per altri. Mi riferisco ad esempio a situazioni in cui, anche se si parla di mansioni che in apparenza possono essere considerate inferiori rispetto alle competenze professionali, la figura dell’infermiere resta prioritaria: a chi affidereste l’igiene di un paziente con gravi lesioni vertebrali e che quindi, se non opportunamente mosso e trattato va incontro a rischi serissimi per la sua salute? Chi di noi, in quanto responsabili dell’assistenza erogata anche da figure con mansioni inferiori, si assumerebbe la responsabilità di un pericolo tanto evidente? Ci sono pesi misure quindi da valutare. La deontologia è un’espressione di valori e non si deve utilizzare in maniera impropria: c’è uno strumento, la segnalazione, per denunciare il demansionamento e il problema non dovrebbe neppure sussistere. Ci sono situazioni che ho ascoltato girando l’Italia di momenti di vita professionale in cui si parla di demansionamento mentre si tratta, come ho detto, di assistenza diretta alla persona: abbiamo deciso di fare gli infermieri, dobbiamo mettere al centro il cittadino “ad-sistere”, stare accanto cioè, perché è questa la strada che abbiamo scelto, senza più indulgere in facili strumentalizzazioni di facciata.

Tuttavia tutte queste sono parole finché l’organizzazione dei servizi sanitari non tornerà, sul versante degli organici e della loro professionalità, a livelli accettabili di programmazione e gestione. Noi come Federazione, insieme ai Collegi provinciali, stiamo facendo il possibile perché ciò avvenga. E ci auguriamo e sollecitiamo i sindacati che rappresentano i nostri professionisti a fare altrettanto dal punto di vista essenziale della tutela del lavoro e, con esso, dell’integrità professionale, ma anche di quella fisica di chi opera in sanità.

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Alfio Alfredo Stiro nasce in Sicilia a Catania il 22/01/1970, consegue la laurea in infermieristica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania e successivamente il Master in Management delle Professioni Sanitarie. Master in osteopatia posturale presso l'universita di Pisa dipartimento di endocrinologia e metabolismo,ortopedia e traumatologia,medicina del lavoro. E scuola di osteopatia belga, Belso.ha frequentato numerosi corsi sull'emergenza, in servizio presso l’U.O. di Pronto soccorso e Ps pediatrico. Azienda Cannizzaro per l'emergenza di catania.

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