Negli ultimi anni il legislatore ha progressivamente riconosciuto infermieri, operatori socio-sanitari e numerose altre professioni sanitarie e socio-sanitarie tra le attività caratterizzate da particolare gravosità.
Si tratta di un riconoscimento importante, fondato su elementi oggettivi: lavoro su turni, attività notturna, elevato carico fisico e psicologico, responsabilità assistenziali continue, esposizione a rischio biologico e stress lavoro-correlato.
La stessa normativa previdenziale considera il lavoro notturno uno dei principali fattori di usura professionale, al punto da consentire, in presenza di determinati requisiti, l’accesso anticipato alla pensione.
Tuttavia, proprio questo riconoscimento apre una questione giuridica e sindacale destinata a diventare sempre più centrale negli anni a venire:
se il lavoro sanitario è riconosciuto come gravoso dallo Stato, è ancora legittimo pretendere che i lavoratori più anziani o affetti da patologie sopravvenute continuino a sostenere, o addirittura aumentino, il numero di turni notturni nella fase finale della loro carriera?
La domanda appare tutt’altro che teorica.
Il paradosso previdenziale delle notti
Per poter accedere alle tutele previste per il lavoro notturno usurante, il lavoratore deve dimostrare di aver svolto un numero minimo di notti lavorate nell’anno.
La normativa previdenziale individua infatti specifiche soglie di riferimento che consentono il riconoscimento del lavoro notturno come attività usurante.
In altre parole, il diritto al pensionamento anticipato non nasce semplicemente dall’appartenenza a una professione gravosa, ma richiede una concreta e documentata esposizione al lavoro notturno.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso.
Lo Stato riconosce che il lavoro notturno determina una maggiore usura psicofisica.
Lo Stato riconosce che tale usura giustifica un accesso anticipato alla pensione.
Tuttavia, per maturare quel diritto, il lavoratore è spesso costretto a continuare a svolgere un elevato numero di turni notturni proprio negli anni in cui età, condizioni di salute e ridotta capacità di recupero rendono tale attività maggiormente rischiosa.
Si realizza così una contraddizione evidente.
Per ottenere tutela a causa dell’usura professionale, il lavoratore deve continuare a esporsi al fattore che produce quella stessa usura.
Il principio costituzionale della tutela della salute
La Costituzione italiana non tutela soltanto il diritto al lavoro.
Tutela anche il diritto alla salute.
L’articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
L’articolo 35 tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.
L’articolo 41 stabilisce che l’attività economica e organizzativa non può svolgersi arrecando danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
Questi principi trovano una concreta applicazione nell’articolo 2087 del Codice Civile, che impone al datore di lavoro l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore.
La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha più volte chiarito che tale obbligo non si esaurisce nel rispetto formale delle norme di sicurezza.
Esso comprende anche il dovere di organizzare il lavoro in modo da prevenire rischi evitabili per la salute dei dipendenti.
La programmazione dei turni rientra pienamente in questo obbligo.
L’età come fattore di rischio organizzativo
La letteratura scientifica è concorde nel dimostrare che la tolleranza al lavoro notturno diminuisce progressivamente con l’età.
L’alterazione dei ritmi circadiani, la maggiore incidenza di patologie cardiovascolari, i disturbi metabolici, il peggioramento della qualità del sonno e la riduzione della capacità di recupero rappresentano fenomeni ampiamente documentati.
Per un infermiere di sessant’anni il lavoro notturno non produce gli stessi effetti che produceva a trent’anni.
Lo stesso vale per il lavoratore affetto da diabete, cardiopatie, disturbi del sonno, patologie oncologiche pregresse o altre condizioni croniche.
Ignorare tali elementi significa ignorare un fattore di rischio reale.
E quando un rischio è conosciuto, il datore di lavoro ha l’obbligo di valutarlo.
Il ruolo del medico competente
Il Decreto Legislativo 81/2008 attribuisce al medico competente una funzione fondamentale nella prevenzione.
Attraverso la sorveglianza sanitaria vengono valutate le condizioni individuali del lavoratore e la compatibilità tra stato di salute e mansione svolta.
Le prescrizioni e le limitazioni formulate dal medico competente non rappresentano semplici suggerimenti.
Costituiscono elementi che l’azienda è tenuta a considerare nell’organizzazione concreta del lavoro.
Se una determinata condizione clinica rende il lavoro notturno particolarmente gravoso o rischioso, il datore di lavoro non può ignorare tale circostanza.
L’obiettivo della sorveglianza sanitaria è proprio quello di evitare che l’organizzazione del lavoro produca un danno prevedibile alla salute del lavoratore.
La svolta della giurisprudenza: gli accomodamenti ragionevoli
Negli ultimi anni la Corte di Cassazione ha sviluppato un orientamento destinato ad avere importanti ricadute anche nel settore sanitario.
Secondo tale impostazione il datore di lavoro non può limitarsi a prendere atto delle condizioni di fragilità del lavoratore.
Deve verificare concretamente l’esistenza di soluzioni organizzative alternative capaci di rendere compatibile la prestazione lavorativa con le condizioni della persona.
È il principio dei cosiddetti accomodamenti ragionevoli.
Un principio nato nell’ambito della tutela della disabilità ma progressivamente esteso alla necessità di adattare l’organizzazione del lavoro alle condizioni concrete del lavoratore quando ciò sia possibile senza compromettere in modo sproporzionato l’attività produttiva.
Tradotto nel comparto sanitario significa una cosa molto semplice.
Quando un infermiere anziano o fragile manifesta una ridotta tolleranza al lavoro notturno, l’azienda dovrebbe valutare soluzioni organizzative alternative prima di continuare ad assegnargli lo stesso carico di notti sostenuto in età più giovane.
La contraddizione delle aziende sanitarie
Molte aziende sanitarie giustificano l’incremento delle notti con la cronica carenza di personale.
Si tratta di un problema reale.
Ma una carenza organizzativa non può trasformarsi automaticamente in una deroga permanente agli obblighi di tutela della salute.
Se l’età avanzata, le patologie sopravvenute o le prescrizioni del medico competente segnalano una maggiore vulnerabilità del lavoratore, il datore di lavoro è chiamato a ricercare un equilibrio tra esigenze di servizio e tutela della salute.
La semplice affermazione “mancano infermieri” non può diventare una giustificazione universale.
Diversamente si finirebbe per trasferire sui lavoratori più fragili il costo organizzativo della carenza di organico.
Il grande paradosso dello Stato datore di lavoro
L’aspetto più significativo riguarda proprio il ruolo dello Stato.
Da una parte il legislatore riconosce la gravosità delle professioni sanitarie.
Dall’altra il Servizio Sanitario Nazionale continua a impiegare migliaia di lavoratori anziani sottoposti a turnazioni notturne sempre più pesanti.
Si crea così una evidente incoerenza.
Lo Stato afferma che il lavoro notturno è sufficientemente gravoso da giustificare benefici pensionistici.
Ma contemporaneamente consente che gli stessi lavoratori continuino a essere esposti a quel medesimo fattore di rischio fino agli ultimi anni della carriera.
Una lettura costituzionalmente orientata dell’ordinamento dovrebbe portare a una conclusione diversa.
La gravosità riconosciuta ai fini pensionistici non può restare confinata alla fase finale del rapporto di lavoro.
Deve produrre effetti anche durante lo svolgimento della prestazione lavorativa.
Verso un nuovo diritto alla sostenibilità del lavoro sanitario
La vera sfida dei prossimi anni potrebbe non essere soltanto l’anticipo pensionistico.
Potrebbe essere il riconoscimento di un nuovo principio: il diritto alla sostenibilità della prestazione lavorativa nelle fasi finali della carriera.
Un principio secondo cui il lavoratore sanitario che ha trascorso decenni svolgendo turni notturni non chiede privilegi.
Chiede semplicemente che l’organizzazione del lavoro tenga conto dell’età, delle condizioni di salute e della stessa gravosità che l’ordinamento ha già riconosciuto.
Perché se il lavoro notturno è considerato sufficientemente usurante da consentire il pensionamento anticipato, diventa difficile sostenere che esso sia irrilevante quando si organizza il lavoro di chi a quella pensione deve ancora arrivare.
Ed è forse proprio qui che si colloca la nuova frontiera della tutela giuslavoristica delle professioni sanitarie: non soltanto il diritto a lasciare prima il lavoro gravoso, ma il diritto a non esserne ulteriormente aggravati quando la fragilità dovuta all’età o alla malattia rende quel lavoro ancora più pesante e rischioso.
