Ci sono frasi che passano inosservate.
E poi ci sono quelle che, appena pronunciate, riescono a fotografare un intero problema culturale in poche parole.
“Io non faccio l’infermiere”.
A dirlo è stato il dottor Giampaolo Lavagetto, medico e referente politico di un osservatorio per il diritto alla salute legato al monitoraggio delle liste d’attesa sanitarie.
E forse è proprio questo il dettaglio più ironico dell’intera vicenda.
Perché quando chi si occupa di diritto alla salute sente il bisogno di prendere le distanze dagli infermieri, significa che c’è qualcosa di profondamente distorto nel modo in cui una parte della sanità continua ancora a guardare le professioni sanitarie.
Tranquilli dottore, si era capito
Diciamolo subito: nessuno aveva il dubbio.
Perché chi fa davvero l’infermiere, generalmente, è troppo occupato a:
riconoscere un deterioramento clinico;
monitorare pazienti instabili;
gestire terapie complesse;
coordinare percorsi assistenziali;
prevenire complicanze;
garantire continuità clinica nelle 24 ore.
Nel frattempo magari copre anche due colleghi assenti, salta la pausa e prova pure a rassicurare i familiari.
Nel 2026 spiegare che l’infermiere sia un professionista clinico dovrebbe essere superfluo.
Eppure evidentemente non lo è ancora.
Perché ogni volta che qualcuno usa la figura dell’infermiere come ruolo da cui prendere distanza, riemerge quella vecchia idea novecentesca della sanità fatta di gradini, gerarchie e professioni considerate “più importanti” di altre.
Il problema è che la sanità reale, quella che esiste fuori da certe dichiarazioni, funziona in modo completamente diverso.
La frase che rivela il problema vero
Il punto non è soltanto la frase.
È ciò che lascia intendere.
Perché dire “io non faccio l’infermiere” in quel contesto non suona come una semplice precisazione professionale.
Suona come:
“io non appartengo a quel livello”;
“io non faccio quel tipo di lavoro”;
“io sto altrove”.
Ed è questo che ha fatto infuriare tanti professionisti sanitari.
Non la battuta in sé.
Ma il riflesso culturale che contiene.
Un riflesso che continua a trattare la professione infermieristica come qualcosa da cui differenziarsi, invece che come una delle competenze cliniche centrali della sanità moderna.
E qui emerge il paradosso più clamoroso.
Perché prendere le distanze dall’infermiere per elevarsi non rafforza la medicina: la impoverisce.
La medicina infatti non vive soltanto nel momento della diagnosi. Vive nella continuità assistenziale, nell’osservazione clinica, nella gestione della complessità, nella prevenzione del peggioramento, nella sicurezza delle cure.
Pensare di elevarsi prendendo le distanze dall’infermiere è un paradosso: significa ridurre la medicina a un atto isolato, come se la cura finisse nel momento della diagnosi.
Ma la cura vera inizia proprio lì.
Ed è lì che entrano in gioco le competenze cliniche infermieristiche:
il monitoraggio continuo;
la valutazione assistenziale;
l’intercettazione precoce delle complicanze;
la gestione clinico-organizzativa;
la continuità terapeutica;
la presa in carico reale del paziente.
In altre parole: tutto ciò che trasforma una diagnosi in cura concreta.
Il vero problema? Una sanità rimasta ferma al passato
La sanità moderna non funziona più secondo le vecchie gerarchie simboliche che qualcuno evidentemente continua ancora ad avere in testa.
Funziona attraverso professionisti autonomi che integrano competenze diverse dentro un unico percorso clinico.
Il medico non è “sopra” l’infermiere.
L’infermiere non è “sotto” il medico.
Sono professionisti diversi, autonomi e reciprocamente indispensabili.
E se un medico sente il bisogno di prendere le distanze dall’infermiere per definire il proprio valore, allora forse il problema non riguarda l’infermiere.
Riguarda l’idea di medicina che quella frase lascia intravedere.
Perché se svaluti chi garantisce continuità clinica, monitoraggio, sicurezza e presa in carico, allora stai involontariamente svalutando anche il significato più profondo della medicina stessa.
Gli infermieri non sono il “contorno” della sanità
Negli ospedali italiani gli infermieri:
intercettano complicanze prima che precipitino;
gestiscono instabilità cliniche;
controllano dolore, ventilazione, infusioni e monitoraggi;
educano pazienti e caregiver;
coordinano l’assistenza multidisciplinare;
garantiscono sicurezza clinica continua.
Sono il presidio sanitario costante accanto al paziente.
Ventiquattro ore su ventiquattro.
Eppure ogni tanto riaffiora questa curiosa esigenza di specificare: “io non faccio l’infermiere”.
Che nel 2026 suona un po’ come un manager digitale che dica: “io non uso il computer”.
Tecnicamente può anche essere vero.
Ma forse non è esattamente qualcosa di cui vantarsi.
La reazione della FP CGIL Emilia-Romagna
La FP CGIL Emilia-Romagna ha contestato pubblicamente la dichiarazione, definendola una rappresentazione riduttiva della professione infermieristica.
Ed è difficile darle torto.
Perché oggi gli infermieri italiani non chiedono celebrazioni eroiche.
Chiedono semplicemente che venga riconosciuta la realtà: la sanità moderna si regge anche — e soprattutto — sulle competenze cliniche infermieristiche.
Per approfondire:
[FP CGIL Emilia-Romagna – Rispetto per le professioni sanitarie](https://www.fpcgilemiliaromagna.it/rispetto-professioni-sanitarie-infermieri/?utm_source=chatgpt.com)
Morale della storia
Forse il problema non è che qualcuno “non faccia l’infermiere”.
Il problema è che qualcuno non abbia ancora capito cosa significhi davvero esserlo nel 2026.
