La recente pronuncia della Corte di Cassazione interviene in modo significativo sul ruolo e sulla responsabilità dell’infermiere addetto al triage, ridefinendone il peso giuridico all’interno del percorso assistenziale del pronto soccorso. Non si tratta di una sentenza che introduce nuovi obblighi formali, ma di una decisione che chiarisce come il triage non possa più essere considerato un atto meramente burocratico o organizzativo.
Il caso esaminato riguarda il decesso di una paziente che si era presentata in pronto soccorso con difficoltà respiratorie. Secondo la Suprema Corte, l’attribuzione del codice di priorità non sarebbe stata adeguata alla reale gravità del quadro clinico, determinando un ritardo nell’intervento sanitario. Da qui la valutazione della responsabilità professionale dell’infermiere che aveva effettuato il triage.
Dal punto di vista giuridico, la Cassazione ribadisce un principio ormai consolidato ma spesso sottovalutato nella pratica: il triage infermieristico è un atto professionale qualificato. Non consiste nella semplice rilevazione dei parametri vitali o nella compilazione di una scheda secondo protocollo, ma implica una valutazione clinica iniziale che incide concretamente sull’accesso alle cure e sui tempi di intervento.
La Corte chiarisce che l’infermiere non è chiamato a formulare una diagnosi medica, competenza che resta esclusiva del medico. Tuttavia, ciò non significa che il suo ruolo sia neutro o passivo. Al contrario, l’infermiere deve essere in grado di interpretare i segni e i sintomi riferiti dal paziente, cogliere eventuali elementi di allarme e attribuire un codice di priorità coerente con il rischio clinico reale, anche quando i parametri numerici non appaiono immediatamente compromessi.
Un passaggio centrale della sentenza riguarda il superamento della difesa fondata sul mero rispetto dei protocolli. Secondo la Cassazione, l’adesione formale alle linee guida non esonera automaticamente da responsabilità se la valutazione complessiva del quadro clinico risulta inadeguata. In altre parole, il protocollo è uno strumento di supporto, non uno schermo assoluto di protezione giuridica.
Dal punto di vista della responsabilità penale, la Corte richiama il concetto di posizione di garanzia. L’infermiere di triage, nel momento in cui prende in carico il paziente, assume un obbligo di protezione nei confronti della sua sicurezza. Se una sottovalutazione del quadro clinico determina un ritardo nell’intervento e questo ritardo incide causalmente sull’esito dell’evento, il comportamento può assumere rilievo penale sotto il profilo della colpa professionale.
È rilevante anche il tema del nesso causale. La Cassazione evidenzia che l’errore di triage può costituire un anello determinante nella catena degli eventi che conducono al danno, soprattutto quando l’attribuzione di un codice di bassa priorità comporta tempi di attesa incompatibili con la reale condizione del paziente.
Questa pronuncia, pur valorizzando l’autonomia e la competenza infermieristica, pone interrogativi importanti sul piano organizzativo. La valutazione giudiziaria avviene sempre ex post, mentre il triage si svolge spesso in contesti caratterizzati da sovraffollamento, carenza di personale e pressione assistenziale elevata. Elementi che, pur non giustificando l’errore, incidono concretamente sulle condizioni di lavoro e sul rischio professionale.
Dal punto di vista sistemico, la sentenza rafforza un messaggio chiaro: se al triage viene attribuito un peso clinico e giuridico così rilevante, allora devono essere coerentemente garantiti formazione avanzata, aggiornamento continuo, supporti decisionali adeguati e modelli organizzativi sostenibili. Non è possibile pretendere una valutazione clinica sempre più raffinata senza fornire strumenti e contesti adeguati.
In conclusione, la Cassazione non “criminalizza” l’infermiere, ma riconosce che il triage è un momento cruciale della presa in carico del paziente, con conseguenze dirette sulla sicurezza delle cure. Una pronuncia che da un lato aumenta il livello di responsabilità professionale, dall’altro impone una riflessione seria su organizzazione, formazione e tutela di chi opera quotidianamente in prima linea nei pronto soccorso.

