Il grande equivoco italiano sulla sanità multiprofessionale
C’è qualcosa di profondamente italiano nel dibattito esploso sul Ddl Prestazioni sanitarie.
Ogni volta che si parla di competenze avanzate, autonomia professionale o presa in carico multiprofessionale, il confronto smette di essere organizzativo e diventa identitario. Territoriale. Corporativo.
L’ultima presa di posizione dell’Associazione Nazionale Fisiatri aderente alla CIMO lo dimostra perfettamente: il Ddl dovrebbe affermare “senza ambiguità” che diagnosi, prognosi, prescrizione, indicazione terapeutica e responsabilità clinica spettano “esclusivamente” al medico.
Secondo ANF, attribuire genericamente alcune funzioni al team multiprofessionale rischierebbe di generare:
confusione nei ruoli,
inappropriatezza prescrittiva,
incertezza medico-legale,
minore sicurezza per i cittadini.
Detta così sembra quasi ragionevole.
Peccato che il resto del mondo abbia già affrontato e superato questo dibattito da anni.
Nel resto del mondo il problema non esiste
O meglio: esiste, ma è stato risolto con organizzazione, formazione e responsabilità chiare. Non con barricate professionali.
Nel Regno Unito gli advanced nurse practitioner prescrivono farmaci, richiedono esami, gestiscono follow-up e prendono decisioni cliniche in autonomia entro percorsi definiti.
In Canada e Australia i fisioterapisti possono avere accesso diretto ai pazienti muscoloscheletrici senza filtro medico preventivo.
Negli USA i nurse practitioner gestiscono interi percorsi assistenziali territoriali.
Nei Paesi nordici il lavoro multiprofessionale non viene percepito come una minaccia all’atto medico, ma come una necessità di sistema.
Eppure:
nessuno ha abolito il medico,
nessuno ha cancellato le responsabilità cliniche,
nessuno ha creato il caos evocato nei comunicati italiani.
Anzi.
Quei sistemi hanno:
ridotto i tempi di attesa,
aumentato l’accessibilità,
migliorato la continuità assistenziale,
alleggerito il sovraccarico medico,
valorizzato le competenze professionali reali.
La differenza è semplice: all’estero si costruiscono modelli basati sulle competenze.
In Italia si difendono confini.
La parola che terrorizza il sistema: autonomia
Il vero nodo non è la sicurezza del paziente.
È l’autonomia professionale.
Perché nessuno sta sostenendo che un infermiere debba sostituire un medico chirurgo o che un fisioterapista debba improvvisarsi internista.
Il punto è un altro: esistono competenze avanzate che la realtà clinica già utilizza quotidianamente, ma che il sistema italiano continua a fingere di non vedere.
Ogni giorno nei reparti:
infermieri esperti prendono decisioni assistenziali complesse,
fisioterapisti valutano funzionalmente pazienti e orientano percorsi,
ostetriche gestiscono autonomia clinica fisiologica,
professionisti sanitari fanno triage, monitoraggio, rivalutazione e presa in carico.
Spesso con enorme responsabilità.
Ma senza un riconoscimento normativo coerente.
Perché?
Perché in Italia il problema non è “chi fa cosa”.
Il problema è chi mantiene il controllo simbolico del sistema.
Il paradosso italiano
La sanità italiana vive una contraddizione gigantesca.
Quando:
mancano medici,
esplodono le liste d’attesa,
i pronto soccorso collassano,
i territori sono desertificati,
allora improvvisamente tutti parlano di:
équipe,
integrazione,
collaborazione,
multidisciplinarietà,
task shifting.
Poi però, appena si prova a tradurre queste parole in autonomia organizzativa reale, parte l’allarme: “si mette a rischio la sicurezza”.
È esattamente ciò che emerge nel dibattito sul Ddl.
La formulazione originaria parlava di diagnosi, prognosi e terapia attribuite “in maniera esclusiva” al medico.
Successivamente quella formula è stata modificata eliminando il termine “esclusiva”, aprendo uno scontro politico e professionale enorme.
Ed è qui che il dibattito diventa rivelatore.
Perché il problema non è clinico.
È culturale.
La vera domanda che nessuno vuole fare
Se un sistema sanitario:
ha carenza cronica di personale,
liste d’attesa infinite,
accessi impropri,
pronto soccorso congestionati,
medicina territoriale fragile,
ha davvero senso mantenere modelli novecenteschi iper-gerarchici?
Oppure sarebbe più intelligente costruire:
responsabilità condivise ma definite,
competenze avanzate certificate,
percorsi multiprofessionali reali,
autonomia delimitata,
accountability chiara?
Perché è questo che fanno i sistemi sanitari moderni.
La responsabilità non sparisce.
Si distribuisce. Si traccia. Si regolamenta. Si misura.
Il grande equivoco italiano: “team” non significa anarchia
La frase più interessante del comunicato CIMO è forse questa:
“Una sanità senza responsabilità cliniche definite è una sanità più fragile”.
Verissimo.
Ma attenzione: “responsabilità definite” non significa monopolio professionale.
Un’équipe moderna non elimina il medico.
Elimina il modello feudale della sanità.
E questo, probabilmente, è ciò che spaventa davvero una parte del sistema.
La realtà corre più veloce delle norme
La cosa più sorprendente è che il cambiamento è già iniziato.
Lo dimostrano:
la telemedicina,
le Case di Comunità,
i modelli territoriali,
l’accesso diretto in riabilitazione,
l’evoluzione delle competenze infermieristiche,
le sentenze che riconoscono spazi professionali autonomi ai fisioterapisti.
La pratica clinica reale è già molto più avanti della politica sanitaria.
E infatti il conflitto sta esplodendo proprio ora.
Perché il sistema sta entrando in una zona irreversibile: quella in cui le professioni sanitarie non chiedono più solo collaborazione.
Chiedono riconoscimento.
La domanda finale è semplice
L’Italia vuole una sanità moderna?
Oppure vuole continuare a difendere modelli costruiti quando:
non esistevano le competenze avanzate,
non esisteva la presa in carico territoriale,
non esisteva la cronicità di massa,
non esisteva la carenza strutturale di medici e infermieri?
Perché il resto del mondo ha già scelto.
E infatti il dibattito lì non è: “chi difende il territorio professionale”.
Ma: “come si cura meglio il paziente”.
