Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, con la sentenza n. 188 del 2026, ha affrontato una questione molto attuale: l’accesso agli atti richiesto da un infermiere per dimostrare un presunto demansionamento, e il rigetto della stessa da parte dell’ASL (poi confermato dal TAR). È una decisione che va analizzata con attenzione, perché incrocia tre nodi giuridici sensibili per i professionisti sanitari: diritto di accesso, privacy e prova del demansionamento.
Il caso
Un infermiere, nell’ambito del pubblico impiego, ha richiesto all’ASL di accedere a una serie di documenti amministrativi:
piante organiche e dotazioni di personale;
registri di presenza e turni;
segnalazioni interne su carenze di personale ausiliario.
La motivazione? Utilizzare quei documenti per dimostrare un presunto demansionamento, ovvero lo svolgimento sistematico di attività riconducibili a profili inferiori (ad esempio compiti propri degli OSS) per carenze organizzative.
L’ASL ha negato l’accesso, e il TAR ha confermato il diniego.
Le argomentazioni del TAR
La decisione si basa su due pilastri:
Mancanza di nesso di strumentalità necessario
Per ottenere l’accesso agli atti ai sensi dell’art. 24 comma 7 della legge 241/1990, non basta un interesse generico: il documento deve essere necessario per curare o difendere un interesse giuridico concreto.
Il TAR ha ritenuto che i documenti richiesti “non fossero indispensabili” per provare il demansionamento, in quanto il fatto storico (le mansioni davvero svolte) potrebbe comunque essere accertato con altri mezzi probatori, come dichiarazioni, testimonianze o repertori già in possesso del ricorrente.
In altre parole: non si può utilizzare l’accesso agli atti come uno “strumento esplorativo” a disposizione per cercare tutte le prove utili. Deve esserci un legame diretto, stretto, tra il documento richiesto e l’azione giudiziaria proposta.
Privacy dei colleghi
Le informazioni richieste (turni, registri, piante organiche) contengono dati personali di altri lavoratori, soggetti alla tutela della privacy. Il TAR ha ritenuto che, in assenza di una motivazione stringente sulla necessità dei documenti per la difesa, prevalesse la protezione dei dati altrui.
Questa parte della decisione riflette l’esigenza di bilanciare:
il diritto di accesso del richiedente,
con la tutela dei dati personali dei terzi.
Il problema qui non è semplice: i turni non sono dati clinici, ma l’ordinamento non ammette l’apertura indiscriminata di fascicoli amministrativi che possano esporre colleghi a una violazione della riservatezza.
Analisi giuridica: punti di forza, criticità e contraddizioni
La sentenza riposa su principi consolidati, ma solleva alcune criticità operative quando si applica alla realtà sanitaria.
A) Restrizione dell’accesso difensivo
È corretto che l’accesso non sia una “caccia al tesoro” senza regole. Tuttavia, nella pratica il documento richiesto può essere proprio il mezzo per dimostrare perché è necessario. Chiedere di dimostrare l’indispensabilità prima di avere il documento è un cortocircuito procedurale.
La giurisprudenza amministrativa, anche recente, ammette che un documento sia riconosciuto accessibile se è idoneo e utile per supportare un interesse giuridico, anche se non è l’unico mezzo probatorio possibile.
La sentenza appare pertanto più restrittiva di quanto non sia il principio giuridico sottostante, rischiando di alzare la soglia probatoria a livelli poco praticabili.
B) La prova del demansionamento è organizzativa
Il demansionamento non è solo un fatto individuale. È spesso legato a scelte organizzative (turni, carenza di personale, piante organiche). Se la prova viene negata a monte, si rischia che un fatto strutturale diventi difficile o impossibile da provare.
In altre parole, la decisione sembra separare la dimensione individuale del fatto (ho fatto attività inferiori) dalla dimensione strutturale (l’organizzazione mi ha imposto quelle attività). Ma proprio la dimensione organizzativa richiede di guardare alle evidenze documentali.
C) Privacy vs. anonimizzazione
Il TAR dà forte rilievo alla privacy dei colleghi. È un orientamento comprensibile, ma sul piano pratico bisogna ricordare che i documenti possono essere resi accessibili in forma oscurata o anonimizzata, evitando che emergano dati personali non necessari.
Negare l’accesso tout court senza esplorare soluzioni di oscuramento può risultare una lettura troppo rigida dell’equilibrio tra diritti.
Il messaggio ai professionisti sanitari
Questa sentenza ci mette di fronte a un fatto: l’accesso agli atti non è un diritto senza condizioni, ma la sua applicazione deve essere calibrata per non diventare uno ostacolo alla tutela di diritti giuridicamente qualificati.
Detto in termini pratici:
se chiedi l’accesso, devi motivare perché proprio quel documento è centrale per la tua difesa;
se i documenti contengono dati altrui, puoi chiedere accesso con omissis;
se la tua esperienza professionale è diversa da quella formalmente prevista, devi essere in grado di spiegare come il documento incide sulla prova del fatto organizzativo.
Una riflessione finale
E forse la domanda finale è un’altra.
Se, di fronte a mansioni improprie o a carenze strutturali di personale, fosse stato chiesto fin da subito l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi, saremmo arrivati a questo punto?
Perché il DVR non è un adempimento burocratico.
È la fotografia ufficiale dell’organizzazione reale.
Se in un reparto l’infermiere svolge stabilmente attività riconducibili ad altre figure, quello non è solo un tema contrattuale o disciplinare. È un tema di valutazione del rischio organizzativo.
E se il rischio organizzativo non viene formalmente riconosciuto, tutto il sistema rimane in una zona grigia:
il professionista espone sé stesso,
l’azienda evita una presa d’atto strutturale,
il contenzioso diventa l’unico strumento di emersione del problema.
Forse la vera prevenzione non sta nell’accesso agli atti a posteriori, ma nella richiesta di aggiornamento del DVR nel momento in cui la mansione cambia.
Perché quando la realtà operativa si discosta da quella documentata, non è solo una questione di ruoli.
È una questione di responsabilità.
Redazione NurseNews.eu

