Il problema non è l’OSS. Non è l’Assistente infermiere. E non dovrebbe mai trasformarsi in una guerra tra lavoratori che ogni giorno operano fianco a fianco nelle corsie, nelle RSA e nei servizi territoriali.
Il vero problema è un altro: come il sistema sanitario decide di utilizzare le diverse figure professionali e, soprattutto, dove colloca competenze, autonomia e responsabilità.
Perché una professione non perde la propria identità quando arriva un nuovo operatore. La perde quando progressivamente smette di esercitare in modo riconoscibile le proprie competenze, quando accetta che attività proprie vengano trasferite senza una chiara ridefinizione organizzativa e quando, soprattutto, continua a rispondere di processi assistenziali che materialmente vengono svolti sempre più da altri.
Ed è questo il rischio che oggi gli infermieri devono avere il coraggio di discutere.
L’infermiere non è una professione ausiliaria
Occorre partire dalle norme, perché spesso nel dibattito quotidiano si dimentica da dove arriva la professione infermieristica italiana.
Il DM 739/1994 stabilisce che l’infermiere è il professionista responsabile dell’assistenza generale infermieristica. Non è quindi semplicemente l’esecutore di una serie di prestazioni: identifica i bisogni assistenziali, pianifica gli interventi, gestisce il processo e ne valuta i risultati.
La legge 42/1999 ha compiuto un passaggio ancora più importante: ha eliminato la vecchia definizione di “professione sanitaria ausiliaria” e ha stabilito che il campo proprio di attività e responsabilità delle professioni sanitarie è determinato dal profilo professionale, dalla formazione universitaria e post-base e dal codice deontologico.
La legge 251/2000 ha poi sancito che le professioni infermieristiche esercitano le proprie attività con autonomia professionale, utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza. La stessa legge attribuisce allo Stato e alle Regioni il compito di valorizzare e responsabilizzare le funzioni infermieristiche e promuovere modelli organizzativi fondati sull’assistenza personalizzata.
Quindi il punto giuridico è chiarissimo: l’infermiere non è stato trasformato da esecutore in “super-esecutore”. È diventato titolare di un processo professionale autonomo.
Ed è proprio questo processo che deve essere difeso.
Il rischio non è perdere singole mansioni. È perdere il governo dell’assistenza
Qui nasce uno degli equivoci più pericolosi.
Difendere la professione non significa sostenere che ogni attività assistenziale debba essere materialmente eseguita dall’infermiere.
Sarebbe una visione vecchia della professione.
Un infermiere moderno deve poter lavorare all’interno di un’équipe composta da professionisti e operatori con differenti livelli di competenza. Deve poter attribuire attività, coordinare, supervisionare, valutare risultati e concentrare il proprio intervento sui bisogni a maggiore complessità.
Ma esiste una differenza enorme tra governare l’assistenza utilizzando appropriatamente personale di supporto ed essere progressivamente trasformati nel soggetto che assume responsabilità mentre altri eseguono una quota sempre maggiore dell’assistenza.
Nel primo modello l’infermiere cresce professionalmente.
Nel secondo modello viene svuotato.
Ed è qui che la questione diventa non soltanto professionale, ma sindacale e organizzativa.
L’Assistente infermiere rende questa discussione ancora più urgente
Con l’Accordo Stato-Regioni del 3 ottobre 2024, modificato nel dicembre dello stesso anno e successivamente recepito con il DPCM del 28 febbraio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 2025, è stato istituito il profilo dell’Assistente infermiere.
Non si tratta di una professione sanitaria equivalente all’infermiere. È un operatore di interesse sanitario proveniente dal profilo OSS e formato attraverso uno specifico percorso aggiuntivo.
La norma dice però qualcosa di molto importante.
L’Assistente infermiere collabora con l’infermiere, svolge attività sanitarie individuate dal provvedimento e opera secondo le indicazioni dell’infermiere e nell’ambito della pianificazione assistenziale.
Ancora più significativo è l’articolo dedicato ai rapporti con le altre professioni: le attività dirette alla persona possono essere attribuite dall’infermiere o derivare dalla pianificazione assistenziale; devono riguardare situazioni caratterizzate da bassa discrezionalità decisionale ed elevata standardizzazione. L’Assistente infermiere risponde della corretta esecuzione delle prestazioni che gli vengono affidate.
Qui compare il vero nodo.
L’operatore risponde dell’esecuzione.
Ma chi valuta se quella persona è sufficientemente stabile? Chi stabilisce se quella prestazione può essere attribuita? Chi pianifica? Chi deve rivalutare quando cambiano le condizioni? Chi decide il livello necessario di supervisione?
L’infermiere.
Perché continua ad essere il professionista responsabile dell’assistenza infermieristica generale.
Il rischio è un’asimmetria tra attività e responsabilità
Questa è probabilmente la questione più importante.
Se una parte crescente delle attività viene eseguita da figure di supporto mentre la valutazione, la pianificazione, l’attribuzione e la supervisione restano in capo all’infermiere, può verificarsi una situazione paradossale:
l’infermiere esegue meno attività, ma assume una responsabilità organizzativa e professionale sempre maggiore.
Non sarebbe necessariamente un problema se questa evoluzione fosse accompagnata da adeguati organici infermieristici, riconoscimento economico, formazione avanzata, protocolli chiari, sistemi di supervisione, carriere cliniche e tempo dedicato alla pianificazione.
Il problema nasce quando tutto questo non c’è.
Immaginiamo un infermiere con un numero elevato di pazienti, più operatori ai quali vengono attribuite attività, continue interruzioni, turni sotto organico e un’organizzazione che pretende contemporaneamente assistenza, documentazione, terapia, gestione dei rischi, dimissioni, comunicazioni con i familiari, coordinamento degli operatori e supervisione.
In quel momento la delega organizzativa non libera l’infermiere.
Può trasformarsi in un moltiplicatore di responsabilità.
La responsabilità non sparisce quando l’attività viene affidata ad altri
Questo aspetto dovrebbe essere spiegato con estrema chiarezza ai professionisti.
L’Assistente infermiere è responsabile della correttezza dell’attività che esegue. Questo è espressamente previsto dalla disciplina che ne ha istituito il profilo.
Ma ciò non cancella le responsabilità proprie dell’infermiere.
L’infermiere dovrà poter dimostrare che l’attribuzione dell’attività era appropriata rispetto alle condizioni della persona assistita, alla complessità del caso, alle competenze dell’operatore, alla pianificazione e al contesto organizzativo.
E la struttura, a sua volta, non può considerarsi estranea al problema.
La legge 24/2017 pone la sicurezza delle cure al centro dell’organizzazione sanitaria e disciplina anche le responsabilità delle strutture e degli esercenti le professioni sanitarie. La sicurezza, quindi, non dipende esclusivamente dall’ultimo professionista che materialmente compie un atto, ma anche dall’organizzazione nella quale quell’atto viene compiuto.
Questo significa che protocolli, dotazioni organiche, carichi di lavoro, modelli assistenziali, formazione e sistemi di supervisione non sono dettagli amministrativi.
Sono elementi di sicurezza.
Perché allora il sistema spinge verso queste soluzioni?
Qui bisogna avere il coraggio di uscire dalle formule diplomatiche.
Non serve immaginare un complotto contro gli infermieri.
È sufficiente osservare gli interessi organizzativi ed economici presenti nel sistema sanitario.
L’Italia continua ad avere pochi infermieri rispetto a molti Paesi comparabili. Secondo l’OECD Health at a Glance 2025, l’Italia dispone di circa 6,9 infermieri praticanti ogni mille abitanti contro una media OECD di 9,2. Anche il profilo sanitario europeo del Paese segnala una densità infermieristica oltre il 20% inferiore alla media UE e indica la carenza di infermieri come ostacolo strutturale all’evoluzione dell’assistenza.
Il sistema deve quindi risolvere un problema estremamente concreto: tenere aperti ospedali, RSA e servizi territoriali con un numero insufficiente di infermieri.
Davanti a questa difficoltà esistono due strade.
La prima è costosa e complessa: aumentare fortemente l’attrattività della professione, migliorare stipendi e condizioni di lavoro, aumentare gli iscritti e i laureati, ridurre l’abbandono, costruire vere carriere cliniche e organizzative e assumere un numero sufficiente di infermieri.
La seconda è organizzativamente più semplice: distribuire una parte crescente delle attività su figure con percorsi formativi, inquadramenti e costi differenti.
Non significa che l’introduzione di personale di supporto sia di per sé sbagliata.
Significa però che esiste un fortissimo incentivo economico e organizzativo a utilizzarlo per compensare la carenza infermieristica.
Ed è qui che la professione deve vigilare.
Il contratto racconta chiaramente che si tratta di figure differenti
Anche il nuovo CCNL del Comparto Sanità 2022-2024 mantiene una distinzione molto significativa.
L’infermiere è collocato nell’Area dei professionisti della salute e dei funzionari, nel ruolo sanitario.
L’Assistente infermiere è invece collocato nell’Area degli assistenti e nel ruolo sociosanitario.
Non è una distinzione terminologica.
Rappresenta due differenti livelli di formazione, autonomia, funzione e responsabilità.
Se però nella pratica quotidiana questi confini vengono progressivamente attenuati, l’organizzazione può ottenere un vantaggio immediato: maggiore flessibilità nella composizione dei turni e delle équipe.
La professione infermieristica, invece, rischia un danno nel lungo periodo.
Perché quando attività considerate per anni caratterizzanti vengono progressivamente spostate su un altro profilo senza che l’infermiere conquisti contemporaneamente nuovi spazi clinici, decisionali, specialistici e organizzativi, si produce uno svuotamento professionale.
Al sistema può convenire un infermiere meno definito
Questa è forse la questione più scomoda.
Una professione con un’identità forte pretende standard.
Pretende numeri adeguati di personale.
Pretende autonomia.
Pretende percorsi specialistici.
Pretende carriera.
Pretende riconoscimento economico.
Pretende di partecipare alle decisioni sull’organizzazione dell’assistenza.
Un lavoratore utilizzato prevalentemente come elemento intercambiabile all’interno del turno, invece, è molto più facile da gestire.
Ed è qui che esiste un interesse strutturale del sistema a mantenere confusi alcuni confini.
Non necessariamente perché qualcuno abbia deciso deliberatamente di “distruggere gli infermieri”, ma perché la confusione delle competenze produce flessibilità organizzativa.
Più i confini sono elastici, più è semplice coprire i turni.
Più le attività sono intercambiabili, più è semplice affrontare le carenze di personale.
Più è possibile sostituire una parte dell’attività professionale con personale diversamente formato, meno urgente diventa affrontare alla radice la questione infermieristica.
Ed è esattamente questo il pericolo.
La carenza di infermieri può diventare il pretesto per avere meno infermieri
Sembra un paradosso, ma è possibile.
Mancano infermieri.
Per far fronte alla carenza si introducono figure capaci di svolgere una parte delle attività precedentemente svolte dagli infermieri.
L’organizzazione comincia progressivamente ad adattarsi a quel nuovo modello.
A quel punto la necessità di assumere infermieri può apparire meno urgente, perché una quota delle attività viene comunque garantita.
Il risultato potrebbe essere che una soluzione nata per supportare l’infermiere finisca, se utilizzata impropriamente, per diventare uno strumento di sostituzione.
Non è inevitabile.
Dipenderà da come Regioni e aziende costruiranno i modelli organizzativi, dai rapporti numerici tra professionisti e operatori, dai protocolli di attribuzione delle attività e dalla capacità della professione infermieristica di definire ciò che può essere attribuito e ciò che deve rimanere dentro il perimetro professionale.
Ma anche gli infermieri hanno una responsabilità
Sarebbe troppo semplice attribuire tutto alla politica o alle aziende sanitarie.
Una parte della responsabilità ricade anche sulla professione.
Per anni molti infermieri hanno identificato il proprio valore con ciò che materialmente facevano: terapia, prelievi, medicazioni, accessi venosi, procedure.
Ma una professione non può essere definita da un elenco di mansioni.
Il vero valore dell’infermiere deve essere nella capacità di valutare, decidere, pianificare, prevedere il rischio, gestire la complessità, educare, coordinare il processo assistenziale e valutare gli esiti.
Se gli infermieri consegnano alcune attività senza conquistare questi spazi, perdono terreno.
Se invece le attività a minore complessità vengono appropriatemente affidate ad altri operatori mentre l’infermiere acquisisce maggiore autonomia clinico-assistenziale, competenze avanzate, presa in carico, specialistica, prescrizione di presidi negli ambiti consentiti, case management, infermieristica di famiglia, wound care, accessi vascolari, cronicità e gestione della fragilità, allora la trasformazione può diventare una crescita.
Il problema quindi non è soltanto chiedere: “Cosa possono fare gli altri?”
La domanda fondamentale è:
“Che cosa deve diventare l’infermiere?”
Se non viene data una risposta, la risposta arriverà dall’organizzazione
Ed è questo il punto politico.
Il sistema sanitario non può fermarsi.
Quando mancano professionisti, costruisce soluzioni.
Quando i costi aumentano, cerca efficienza.
Quando i turni non vengono coperti, modifica l’organizzazione.
Se la professione infermieristica non partecipa con forza alla progettazione di questi nuovi modelli, qualcun altro lo farà al suo posto.
E inevitabilmente lo farà partendo dalle necessità del sistema, non dalla tutela dell’identità professionale dell’infermiere.
Per questo Ordini, rappresentanze professionali, università e soprattutto sindacati dovrebbero pretendere una cosa molto semplice: prima di introdurre nuovi modelli organizzativi deve essere definito con precisione chi valuta, chi pianifica, chi attribuisce, chi esegue, chi supervisiona e chi risponde.
Non possono esistere zone grigie quando in gioco ci sono contemporaneamente sicurezza del paziente e responsabilità professionale.
Collaborazione sì. Sostituzione silenziosa no
La sanità del futuro avrà inevitabilmente bisogno di équipe multiprofessionali e multilivello.
Pensare che l’infermiere debba svolgere personalmente qualsiasi attività assistenziale sarebbe anacronistico.
Ma altrettanto sbagliato sarebbe pensare che qualsiasi attività possa essere progressivamente trasferita semplicemente perché manca personale.
Un OSS preparato è una risorsa.
Un Assistente infermiere correttamente formato e inserito in un modello organizzativo chiaro può essere una risorsa.
Ma entrambi devono rappresentare un supporto alla professione infermieristica e non il surrogato di un infermiere che il sistema non riesce o non vuole reperire.
Per questo gli infermieri devono prendere le giuste distanze professionali dalle figure di supporto.
Non distanze umane.
Non distanze gerarchiche.
Non una battaglia contro altri lavoratori.
Distanze professionali.
Significa sapere con precisione dove termina la competenza dell’uno e dove inizia quella dell’altro.
Perché quando i confini scompaiono accade quasi sempre una cosa: le attività possono essere trasferite verso il basso, mentre la responsabilità tende a rimanere verso l’alto.
Ed è questo che la professione infermieristica non può permettersi.
L’infermiere non deve difendere le mansioni. Deve difendere il governo dell’assistenza.
Perché se perde quello, non sarà necessario abolire formalmente la professione o tornare a chiamarla “ausiliaria”.
Sarà sufficiente svuotarla lentamente dall’interno.Ho volutamente inserito una tesi che secondo me può diventare il cuore dell’articolo: «le attività possono scendere, mentre la responsabilità tende a rimanere in alto». È molto più forte, anche sindacalmente, della semplice contrapposizione infermiere-OSS.
