Dalla somministrazione della terapia alla valutazione dei parametri vitali, dall’esame dell’addome all’auscultazione del torace , fino all’educazione sanitaria: l’infermiere non è un semplice esecutore di prestazioni. Osserva, raccoglie dati, interpreta, interviene e rivaluta. E non dovrebbe avere paura di utilizzare le parole che descrivono realmente la propria professione.
Per decenni abbiamo descritto l’infermiere utilizzando soprattutto un verbo: assistere.
L’infermiere assiste il paziente. Assiste durante una procedura. Assiste la persona fragile. Nel linguaggio comune è persino sopravvissuta, troppo a lungo, l’idea dell’infermiere che “assiste anche il medico”.
Ma questa rappresentazione non è più sufficiente a descrivere la professione.
L’infermiere cura, assiste, valuta, rivaluta, educa e previene malattie.
Non sono slogan e non sono tentativi di appropriarsi delle competenze di altre professioni. Sono dimensioni diverse di un unico processo professionale.
La normativa italiana, peraltro, utilizza da tempo il termine “cura”. Il D.M. 739/1994 definisce l’assistenza infermieristica come preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa, di natura tecnica, relazionale ed educativa. Lo stesso decreto attribuisce all’infermiere l’identificazione dei bisogni di assistenza, la formulazione degli obiettivi e la pianificazione, gestione e valutazione dell’intervento infermieristico.
La legge 251/2000 compie un ulteriore passaggio: stabilisce che le professioni infermieristiche svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, alla cura e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva.
E il Codice deontologico FNOPI del 2025 non lascia molto spazio alle interpretazioni: definisce l’infermiere autonomo rispetto alle proprie responsabilità nei processi professionali di cura e, all’articolo 4, afferma espressamente che “l’infermiere cura” attraverso la relazione con le persone.
La domanda, allora, non dovrebbe più essere: l’infermiere assiste oppure cura?
La risposta è molto più semplice.
L’infermiere cura attraverso l’assistenza infermieristica.
Curare non significa soltanto prescrivere
Una parte del problema è culturale.
Nel linguaggio comune abbiamo finito per identificare la cura quasi esclusivamente con la diagnosi della malattia e con la prescrizione della terapia.
Sono certamente componenti fondamentali della medicina, ma la cura della persona è molto più ampia.
Una persona ricoverata non ha bisogno soltanto che qualcuno identifichi la patologia e prescriva un trattamento.
Ha bisogno che qualcuno valuti continuamente le sue condizioni.
Che riconosca un deterioramento.
Che controlli gli effetti della terapia.
Che gestisca il dolore.
Che prevenga una caduta, una lesione da pressione, una complicanza dell’immobilità o un errore nella gestione della terapia.
Che comprenda se la persona è in grado di mangiare, respirare, mobilizzarsi, eliminare, comunicare e gestire la propria condizione.
Questa è cura.
E una parte enorme di questa cura è infermieristica.
Anche somministrare una terapia è un atto di cura
Prendiamo una delle attività più comuni della professione: la somministrazione dei farmaci.
Nel linguaggio quotidiano continuiamo spesso a dire:
“Devo fare la terapia”.
Ma un infermiere non dovrebbe mai ridurre il proprio ruolo al gesto materiale di prendere un farmaco e somministrarlo.
Prima della somministrazione c’è una valutazione.
L’infermiere verifica la persona, la prescrizione, il farmaco, la dose, la via e il momento della somministrazione. Considera allergie, condizioni cliniche, parametri che possono essere rilevanti e possibili rischi.
Poi somministra.
Ma soprattutto osserva ciò che accade dopo.
Un analgesico ha ridotto il dolore?
Un antipertensivo ha modificato la pressione?
La persona sta manifestando una reazione indesiderata?
La terapia sta producendo l’effetto previsto?
Sono necessarie ulteriori valutazioni o l’attivazione di un altro professionista?
Il D.M. 739/1994 attribuisce all’infermiere anche la responsabilità di garantire la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche.
La somministrazione, quindi, non è semplicemente un gesto manuale.
È un momento all’interno di un processo clinico-assistenziale che comprende valutazione, sicurezza, intervento e rivalutazione.
L’infermiere non “fa i parametri”: valuta una persona
Anche il nostro linguaggio professionale meriterebbe qualche cambiamento.
Quante volte diciamo:
“Vado a fare i parametri”?
Eppure un professionista non “fa” una pressione arteriosa o una saturazione.
Le rileva e soprattutto le interpreta all’interno della situazione clinica della persona.
Una pressione di 90/60 mmHg, da sola, è semplicemente un numero.
Ma quel numero cambia significato se la persona è pallida, sudata, tachicardica e riferisce vertigini.
Una saturazione del 92% non significa automaticamente la stessa cosa in ogni paziente.
Una frequenza respiratoria di 26 atti al minuto non è soltanto un dato da inserire nella cartella.
La competenza sta nel collegare i dati.
Pressione, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura, saturazione, stato neurologico, dolore, diuresi, colorito, comportamento della persona: il valore professionale nasce dalla capacità di leggere l’insieme.
Il professionista raccoglie un dato per prendere una decisione o contribuire a una decisione.
Altrimenti stiamo semplicemente compilando caselle.
L’infermiere visita?
Qui arriva probabilmente una delle parole che ancora mettono più in difficoltà una parte della professione: visita.
Dire che un infermiere visita un paziente viene talvolta percepito quasi come uno sconfinamento.
Ma bisogna distinguere le parole dalle competenze.
Una visita infermieristica non è una visita medica e non attribuisce all’infermiere la competenza a formulare una diagnosi medica.
Significa che il professionista incontra la persona, raccoglie informazioni, conduce un’anamnesi pertinente ai propri obiettivi assistenziali, osserva, esegue una valutazione fisica, rileva dati, li interpreta e formula un giudizio clinico-assistenziale nell’ambito delle proprie responsabilità.
Questo è un processo di valutazione professionale.
E non c’è nulla di improprio nel riconoscerlo.
La legge 42/1999 ha definitivamente superato la logica del vecchio elenco rigido di mansioni: il campo proprio di attività e responsabilità delle professioni sanitarie viene ricondotto al profilo professionale, alla formazione e al codice deontologico.
Nel 2026, inoltre, il legislatore ha rafforzato ulteriormente questo impianto riconoscendo tra le competenze dell’infermiere la capacità di individuare autonomamente le cure infermieristiche necessarie, pianificarle, organizzarle e prestarle sulla base delle conoscenze teoriche e cliniche acquisite.
Non esiste quindi un infermiere moderno che possa esercitare responsabilmente senza osservare e valutare clinicamente la persona.
Al triage l’infermiere non si limita a fare domande
Il triage rappresenta forse l’esempio più evidente.
Una persona arriva in pronto soccorso con dolore addominale.
L’infermiere non si limita a registrare:
“Dolore addominale da questa mattina”.
Osserva come la persona entra.
Valuta le condizioni generali.
Raccoglie un’anamnesi mirata.
Valuta sede, insorgenza e caratteristiche del dolore, sintomi associati, parametri vitali e rischio evolutivo.
Può osservare l’addome e, quando pertinente alla valutazione e coerente con competenze, formazione e protocolli organizzativi, utilizzare elementi dell’esame fisico per raccogliere ulteriori dati.
Non significa diagnosticare un’appendicite, una colecistite o un’occlusione intestinale.
Significa riconoscere segni e condizioni che modificano la priorità assistenziale e richiedono un intervento tempestivo.
Le Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero descrivono infatti una valutazione infermieristica strutturata: osservazione iniziale, intervista e anamnesi mirata, rilevazione dei segni clinici e dei parametri vitali, decisione di triage e successiva rivalutazione.
Il codice di priorità non viene estratto da un computer.
È il risultato di una decisione infermieristica fondata sui dati raccolti e sul rischio evolutivo della persona.
Questo significa valutare clinicamente.
Guardare una gola non significa trasformarsi in medico
Lo stesso principio vale in altri contesti.
Un infermiere può osservare il cavo orale e la gola quando ciò è pertinente alla propria valutazione.
Può descrivere mucose, secrezioni, alterazioni visibili, difficoltà nella deglutizione o altri elementi utili alla presa in carico.
Non significa formulare una diagnosi di tonsillite batterica o stabilire autonomamente una terapia antibiotica.
Sono due livelli differenti.
Osservare un segno non equivale ad attribuirgli una diagnosi medica.
Se l’infermiere identifica qualcosa di anomalo, documenta ciò che osserva, mette in atto quanto rientra nelle proprie competenze e, quando necessario, attiva il medico o un altro professionista.
È esattamente ciò che ci si aspetta da un professionista competente.
E sì: l’infermiere può ascoltare un torace con il fonendoscopio
Anche qui vale la pena chiamare le cose con il loro nome.
Il fonendoscopio non è un oggetto di proprietà di una professione.
È uno strumento di valutazione clinica.
L’infermiere adeguatamente formato può utilizzarlo nell’ambito dell’accertamento infermieristico per auscultare il torace e raccogliere informazioni sui rumori respiratori.
Può rilevare la presenza di rumori differenti da quelli attesi, confrontare le diverse aree polmonari, integrare ciò che ascolta con frequenza respiratoria, saturazione, utilizzo della muscolatura accessoria, tosse, secrezioni, dispnea e condizioni generali della persona.
Ancora una volta, la distinzione deve essere chiarissima.
Auscultare non significa formulare automaticamente una diagnosi medica.
Sentire rumori respiratori anomali significa raccogliere un dato clinico.
Il professionista deve poi interpretarlo nel perimetro delle proprie competenze e decidere cosa fare: intensificare il monitoraggio, adottare interventi assistenziali appropriati, documentare il reperto, rivalutare o chiedere tempestivamente una valutazione medica.
E forse proprio qui emerge uno dei limiti culturali della professione.
Nessuno dovrebbe trovare strano che un infermiere utilizzi un saturimetro.
Perché dovrebbe sembrare strano che utilizzi un fonendoscopio?
Lo strumento non definisce la professione.
Sono finalità, competenza, formazione e responsabilità a definire l’atto professionale.
Il punto non è imitare il medico
Questo chiarimento è indispensabile.
Dire che l’infermiere visita, ausculta, valuta un addome o osserva una gola non significa sostenere che debba trasformarsi in un medico.
È esattamente il contrario.
Significa affermare che l’infermiere deve esercitare pienamente la propria professione.
Il medico effettua una valutazione finalizzata alle responsabilità diagnostiche e terapeutiche che gli appartengono.
L’infermiere effettua una valutazione orientata ai bisogni assistenziali, ai rischi, alla sicurezza, agli effetti dei trattamenti, all’evoluzione della persona e alla necessità di interventi infermieristici o di attivazione di altri professionisti.
Le due valutazioni possono osservare gli stessi fenomeni.
Possono persino utilizzare alcuni degli stessi strumenti.
Ma non per questo hanno necessariamente la stessa finalità.
Un termometro non diventa medico o infermieristico.
Un fonendoscopio nemmeno.
È il ragionamento professionale a dare significato allo strumento.
Valutare significa anche rivalutare
C’è poi un passaggio ancora più importante.
L’infermiere non valuta una persona una volta sola.
La rivaluta.
Questa forse è una delle caratteristiche più profonde dell’assistenza infermieristica: la continuità dell’osservazione.
Un paziente può essere stabile alle 8 del mattino e non esserlo più alle 11.
Il dolore può cambiare.
La pressione può ridursi.
La respirazione può diventare più faticosa.
La persona può diventare improvvisamente confusa.
La diuresi può diminuire.
La cute può modificarsi.
La risposta a una terapia può essere differente da quella prevista.
Una vera presa in carico non è quindi una fotografia.
È un film.
Valutazione, intervento e rivalutazione costituiscono un ciclo continuo.
Ed è spesso proprio l’infermiere, grazie alla continuità della propria presenza, a riconoscere per primo che qualcosa è cambiato.
Il dolore rappresenta bene questo processo
Pensiamo alla gestione del dolore.
Un infermiere non dovrebbe limitarsi a chiedere un numero da zero a dieci e registrarlo.
Valuta il dolore.
Ne considera caratteristiche, localizzazione, intensità, comportamento e impatto sulla persona.
Mette in atto gli interventi appropriati e somministra, quando prevista, la terapia prescritta.
Poi torna dal paziente.
Rivaluta.
Ha funzionato?
Quanto?
Per quanto tempo?
Sono comparsi effetti indesiderati?
Il dolore ha cambiato caratteristiche?
È necessario segnalare una situazione differente?
Il Codice deontologico FNOPI 2025 attribuisce espressamente all’infermiere il compito di prevenire, rilevare e documentare il dolore e di adoperarsi per la sua gestione secondo linee guida, raccomandazioni e buone pratiche clinico-assistenziali.
Questa è cura.
L’infermiere educa prima ancora che la malattia arrivi
Ma c’è un’altra funzione che distingue profondamente la professione: educare.
Il D.M. 739/1994 considera l’educazione sanitaria una delle principali funzioni infermieristiche.
E non dovrebbe essere vista come qualcosa che viene fatto quando “avanza tempo”.
Educare significa modificare concretamente gli esiti di salute.
L’infermiere educa una persona sana a riconoscere e ridurre i fattori di rischio.
Educa alla corretta alimentazione.
All’attività fisica.
Alla prevenzione.
All’aderenza ai programmi di screening.
Alla gestione dei dispositivi.
Alla corretta assunzione delle terapie.
All’autocontrollo.
Alla prevenzione delle complicanze.
E quando la malattia esiste già, l’educazione diventa ancora più importante.
Una persona con diabete deve sapere riconoscere e gestire determinate situazioni.
Una persona con scompenso deve sapere che alcuni cambiamenti possono rappresentare un campanello d’allarme.
Una persona stomizzata deve progressivamente acquisire autonomia.
Un caregiver deve poter imparare come mobilizzare, alimentare o assistere in sicurezza una persona fragile.
Il Codice FNOPI 2025 prevede espressamente che nel percorso di cura l’infermiere informi, coinvolga, educhi e supporti la persona assistita.
Il decreto legislativo del 2026 richiama inoltre la capacità di responsabilizzare pazienti e familiari rispetto all’autoassistenza e agli stili di vita sani.
Educare, quindi, non è un’aggiunta alla cura.
Educare è cura.
Prevenire è forse la forma di cura meno visibile
C’è infine la prevenzione.
Una parte enorme del lavoro infermieristico produce risultati che nessuno vede proprio perché impedisce che qualcosa accada.
Una caduta evitata.
Una lesione da pressione che non compare.
Un’infezione prevenuta.
Un peggioramento riconosciuto prima che diventi emergenza.
Un paziente che non torna in pronto soccorso perché ha imparato a riconoscere precocemente alcuni segnali.
Una persona che modifica un comportamento prima di ammalarsi.
Quando la prevenzione funziona, spesso non succede nulla.
Ed è proprio quel nulla il risultato professionale.
Forse dobbiamo smettere di raccontarci attraverso le mansioni
Una parte del problema, però, riguarda anche gli infermieri.
Continuiamo troppo spesso a descrivere il nostro lavoro attraverso ciò che facciamo con le mani.
“Ho fatto i parametri.”
“Ho fatto la terapia.”
“Ho fatto il prelievo.”
“Ho fatto la medicazione.”
È comprensibile nel linguaggio quotidiano, ma culturalmente produce un danno.
Perché cancella il ragionamento che sta dietro il gesto.
Un infermiere non “fa una medicazione”.
Valuta una lesione, sceglie e applica gli interventi di propria competenza, controlla dolore e cute circostante e verifica nel tempo l’evoluzione.
Non “fa i parametri”.
Raccoglie informazioni sulle funzioni vitali della persona e ne valuta l’andamento.
Non “ascolta un torace”.
Esegue, quando pertinente, una valutazione auscultatoria e integra ciò che rileva con gli altri dati clinico-assistenziali.
Non “guarda un addome”.
Lo osserva all’interno di una valutazione strutturata finalizzata a riconoscere bisogni, rischi o modificazioni.
Le mani eseguono. La competenza professionale decide perché, quando e con quale obiettivo.
Non dobbiamo avere paura della parola “visita”
Ed eccoci forse al punto più delicato.
Gli infermieri non dovrebbero avere paura di dire che, in determinati contesti, effettuano una visita infermieristica.
Purché il termine venga utilizzato correttamente.
Non significa visita medica.
Non significa diagnosi medica.
Non significa appropriarsi di competenze altrui.
Significa descrivere un incontro professionale strutturato nel quale l’infermiere valuta la persona utilizzando conoscenze, osservazione, intervista, parametri, strumenti di assessment ed eventualmente tecniche di esame fisico coerenti con la propria formazione, competenza e contesto operativo.
Il problema non è utilizzare la parola visita.
Il problema sarebbe esercitare competenze che non si possiedono.
Ma rinunciare alle parole che descrivono ciò che realmente facciamo per timore di essere accusati di voler fare un’altra professione produce un risultato paradossale:
rende invisibile la nostra.
Il commento di NurseNews
Forse è arrivato il momento di abbandonare definitivamente l’idea dell’infermiere come professionista definito da una serie di mansioni.
L’infermiere cura, assiste, valuta, visita, educa, previene e rivaluta.
Somministra una terapia, ma prima valuta la persona e dopo ne verifica gli effetti.
Rileva i parametri vitali, ma non si limita a trascrivere numeri: li inserisce nel quadro clinico-assistenziale.
In triage raccoglie informazioni, osserva, valuta segni clinici e decide una priorità.
Può osservare una gola.
Può valutare un addome nell’ambito delle proprie competenze.
Può prendere un fonendoscopio, appoggiarlo sul torace di una persona e ascoltarne i rumori respiratori.
E non dovrebbe sentirsi meno infermiere quando lo fa.
Al contrario.
Lo fa proprio perché è infermiere.
Il limite non è lo strumento utilizzato e non è nemmeno la parola scelta.
Il limite è rappresentato dalle competenze professionali, dalla formazione, dalle evidenze scientifiche, dal contesto organizzativo e dalla responsabilità che ciascun professionista deve assumersi.
La vera maturità professionale non consiste nel voler fare il mestiere di qualcun altro.
Consiste nel conoscere così bene il proprio da non avere più bisogno di descriverlo come una successione di compiti.
La normativa italiana parla di autonomia.
Parla di cura.
Parla di pianificazione.
Parla di valutazione.
Parla di educazione.
E dal 2026 parla ancora più esplicitamente della capacità dell’infermiere di individuare autonomamente le cure infermieristiche necessarie.
Forse, allora, il ritardo non è più legislativo.
È soprattutto culturale e organizzativo.
L’infermiere non “fa i parametri”: valuta.
Non “fa la terapia”: cura e ne verifica gli effetti.
Non “guarda” il paziente: osserva professionalmente.
Non “dà consigli”: educa alla salute e alla prevenzione.
E quando esamina una persona nell’ambito delle proprie competenze, non dovrebbe avere paura di dire che la sta visitando.
Perché riconoscere ciò che siamo non significa togliere spazio a qualcun altro.
Significa finalmente occupare, con competenza e responsabilità, lo spazio professionale che è già nostro.
