Il differenziale tra le professioni sanitarie esiste ed è aumentato. Ma trasformarlo nella prova di un privilegio concesso agli infermieri significa ignorare come sono stati finanziati gli aumenti e confondere stipendio tabellare, indennità professionali e scelte legislative.
Il dibattito sul CCNL Sanità 2025-2027 si sta spostando su un terreno pericoloso: quello della contrapposizione tra professioni sanitarie.
Da una parte gli infermieri, dall’altra tecnici sanitari, professionisti della riabilitazione e della prevenzione. In mezzo, alcune decine di euro di differenza che rischiano di diventare il simbolo di una presunta disparità costruita dal nuovo contratto.
È stata utilizzata persino l’espressione “gabbia salariale”.
È una definizione efficace sul piano comunicativo. Molto meno sul piano dell’analisi contrattuale.
Perché il differenziale economico esiste. Ma bisogna spiegare dove nasce, quanto vale e soprattutto da quali risorse viene finanziato.
Altrimenti i numeri rischiano di essere utilizzati per costruire una guerra tra professionisti che hanno, invece, un problema comune molto più grande: la persistente insufficienza delle retribuzioni del Servizio sanitario nazionale.
Partiamo dai numeri
Nell’Area dei Professionisti della salute e dei funzionari, il CCNL 2025-2027 prevede a regime un incremento tabellare di 130,20 euro lordi mensili.
Ed è lo stesso incremento collegato all’area di inquadramento: non esiste un tabellare da infermiere e un tabellare da tecnico sanitario.
La differenza nasce dalle indennità professionali.
Per l’infermiere, l’indennità di specificità infermieristica passa da 87,79 a 181,14 euro mensili, con un incremento di 93,35 euro.
Per le professioni destinatarie dell’indennità per la tutela del malato e la promozione della salute, il valore passa da 51,97 a 121,87 euro mensili, con un incremento di 69,90 euro.
Per le ostetriche, invece, l’incremento è equiparato a quello infermieristico: 93,35 euro, con un valore finale di 181,14 euro mensili.
Gli aumenti tabellari per l’Area dei Professionisti della salute e dei funzionari sono quindi uguali; ciò che cambia è l’indennità collegata alla specifica professione.
Il differenziale tra l’indennità infermieristica e quella prevista per molte altre professioni sanitarie passa dunque da 35,82 a 59,27 euro lordi mensili.
Significa che il divario aumenta di 23,45 euro mensili, cioè circa 281 euro lordi su dodici mensilità.
È un dato.
E proprio perché è un dato non deve essere nascosto.
Ma da qui a sostenere che il nuovo CCNL abbia costruito deliberatamente una “gabbia salariale” tra professionisti sanitari il passo è lungo.
Quei soldi non erano tutti nello stesso salvadanaio
Questo è probabilmente il punto più importante dell’intera discussione.
Bisogna distinguere ciò che viene deciso liberamente nella contrattazione dalle risorse che il legislatore destina espressamente a determinate finalità.
L’indennità di specificità infermieristica non nasce con il CCNL 2025-2027.
Il CCNL 2019-2021 la definisce come riconoscimento delle competenze e delle specifiche attività svolte dal personale infermieristico, dando attuazione a una precisa disposizione legislativa.
Parallelamente viene istituita l’indennità per la tutela del malato e la promozione della salute, destinata alle professioni sanitarie della riabilitazione, della prevenzione, tecnico-sanitarie, alle ostetriche, agli assistenti sociali e agli OSS.
Sono dunque due istituti differenti, con destinatari differenti e una distinta origine normativa.
Ma c’è di più.
La legge di bilancio ha stanziato risorse specificamente destinate all’incremento dell’indennità di specificità infermieristica e, separatamente, risorse per aumentare l’indennità per la tutela del malato e la promozione della salute.
La documentazione parlamentare descrive esplicitamente stanziamenti distinti: uno finalizzato alla valorizzazione delle competenze e delle specifiche attività degli infermieri e un altro rivolto alle professioni sanitarie della riabilitazione, prevenzione, tecnico-sanitarie, ostetriche, assistenti sociali e OSS.
Questo cambia radicalmente la lettura politica della vicenda.
Non ci troviamo semplicemente davanti a un tavolo ARAN sul quale era presente un’unica montagna di denaro che i sindacati potevano liberamente decidere di distribuire, scegliendo di dare di più agli infermieri e di meno agli altri.
Una parte rilevante delle risorse aveva già una destinazione stabilita dal legislatore.
Ed è impossibile discutere seriamente di una diversa distribuzione senza partire da questo elemento.
Chiedere più risorse per le altre professioni è legittimo
Questo non significa affatto sostenere che tecnici sanitari, fisioterapisti, professionisti della riabilitazione, della prevenzione o le altre professioni interessate siano adeguatamente retribuiti.
Tutt’altro.
La richiesta di una maggiore valorizzazione economica è assolutamente legittima.
Ed è altrettanto legittimo domandare al Governo perché siano state stanziate somme differenti e se quelle somme corrispondano realmente alle competenze, alle responsabilità e al contributo che ciascuna professione garantisce al Servizio sanitario nazionale.
Questa è una discussione seria.
Ma è una discussione molto diversa dal sostenere implicitamente che il riconoscimento ottenuto dagli infermieri rappresenti la causa della mancata valorizzazione degli altri professionisti.
Il problema non è che gli infermieri abbiano ottenuto troppo.
Il problema è capire se gli altri abbiano ricevuto troppo poco.
Sono due concetti completamente differenti.
La specificità professionale non può diventare un privilegio da abbattere
L’indennità infermieristica ha una funzione precisa: riconoscere economicamente una specificità professionale.
Che quella cifra sia sufficiente è persino discutibile.
L’infermiere esercita una professione sanitaria con autonomia e responsabilità proprie, obbligo di iscrizione all’Ordine, formazione continua, esposizione professionale e responsabilità dirette nell’assistenza.
NurseNews ha già sostenuto che gli aumenti ordinari del contratto non chiudono affatto il problema della valorizzazione infermieristica e che occorre un riconoscimento strutturale della specificità della professione, distinto dal normale recupero salariale prodotto dai rinnovi contrattuali.
Questo non significa sostenere che un infermiere “valga più” di un tecnico sanitario, di un fisioterapista, di un’ostetrica o di qualsiasi altro professionista sanitario.
È esattamente il contrario.
Significa riconoscere un principio che dovrebbe valere per tutti:
a differenti responsabilità, competenze, obblighi e specificità professionali possono e devono corrispondere istituti economici specifici.
La valorizzazione di una professione non dovrebbe richiedere la svalutazione di un’altra.
La vera gabbia è mettere i professionisti gli uni contro gli altri
Forse è proprio qui che dovremmo cambiare prospettiva.
Il Servizio sanitario nazionale continua ad avere enormi difficoltà nel trattenere professionisti, rendere attrattive le carriere pubbliche e riconoscere economicamente competenze e responsabilità cresciute enormemente negli ultimi vent’anni.
Eppure periodicamente il dibattito torna a concentrarsi su chi abbia ricevuto 20, 30 o 50 euro più dell’altro.
È il modo migliore per perdere di vista il problema.
Nel CCNL 2025-2027 l’incremento medio complessivo dichiarato per il comparto è di 209 euro lordi mensili, che sale a circa 240 euro medi per il personale infermieristico, considerando anche le diverse componenti economiche.
Numeri che rappresentano un aumento, certamente.
Ma nessuno dovrebbe confonderli con la definitiva soluzione del problema salariale delle professioni sanitarie.
Lo stesso vale per tecnici, fisioterapisti, professionisti della prevenzione e per tutti gli altri lavoratori del comparto.
Se una professione ritiene insufficiente la propria valorizzazione, la rivendicazione dovrebbe essere indirizzata verso chi dispone delle risorse necessarie per modificarla: Governo, Parlamento, Regioni e contrattazione nazionale.
Non verso il professionista che lavora nella stanza accanto.
Servono numeri, non slogan
Se si sostiene che sarebbe stato possibile distribuire le risorse in maniera sostanzialmente diversa, la proposta merita di essere ascoltata.
Ma allora occorre mostrarla.
Quante risorse erano realmente liberamente disponibili alla contrattazione?
Quali, invece, erano vincolate dalla legge?
Quale diversa distribuzione sarebbe stata possibile?
Quanto sarebbe spettato a ciascuna professione?
Quale somma sarebbe stata sottratta a un istituto per finanziare l’altro?
Sono domande semplici.
Ed è proprio rispondendo a queste domande che si può trasformare una rivendicazione sindacale in una proposta verificabile.
Diversamente rimane uno slogan efficace, ma incompleto.
Infermieri contro tecnici? Sarebbe la vittoria di un sistema che paga poco tutti
NurseNews non ha alcun interesse a negare le rivendicazioni delle altre professioni sanitarie.
Al contrario.
Un Servizio sanitario moderno ha bisogno di infermieri valorizzati, ma anche di tecnici sanitari valorizzati, fisioterapisti valorizzati, professionisti della prevenzione valorizzati, OSS valorizzati e di tutte le competenze indispensabili al funzionamento dell’assistenza.
Chiedere che aumenti l’indennità di una professione è legittimo.
Chiedere maggiori finanziamenti è legittimo.
Contestare le scelte del Governo è legittimo.
Proporre un diverso sistema di valorizzazione è legittimo.
Molto meno convincente sarebbe trasformare l’indennità riconosciuta a un’altra professione nel problema da combattere.
Perché alla fine rimarremmo tutti dentro la stessa vera gabbia: un sistema sanitario che continua a chiedere sempre più competenze, responsabilità e disponibilità ai suoi professionisti senza investire abbastanza sul loro valore economico.
Il differenziale esiste.
Discutiamone.
Ma partendo dai numeri, dalle norme e dalla provenienza delle risorse.
Perché la risposta alla mancata valorizzazione di una professione sanitaria non può essere togliere valore a un’altra.
Deve essere pretendere più valore per entrambe.
