Nella sanità italiana esiste un paradosso di cui si parla ancora troppo poco.
Gli infermieri studiano farmacologia durante il percorso universitario. Approfondiscono i meccanismi d’azione dei farmaci, le possibili interazioni, gli effetti collaterali e le controindicazioni. Una formazione che non è teorica, ma che diventa parte integrante della pratica clinica quotidiana.
In ospedale, infatti, l’infermiere prepara e somministra terapie farmacologiche ogni giorno. Monitora la risposta del paziente ai farmaci, riconosce eventuali reazioni avverse, segnala anomalie e contribuisce alla sicurezza terapeutica.
Eppure esiste un limite molto preciso.
Un infermiere, per legge, non può consigliare un farmaco. Nemmeno uno da banco.
La scena è semplice e comune.
Un paziente chiede: “Posso prendere qualcosa per il dolore?”
L’infermiere, pur avendo competenze farmacologiche e conoscendo la situazione clinica del paziente, non può suggerire alcun farmaco né indicare un analgesico.
Lo stesso paziente, però, una volta uscito dall’ospedale, entra in farmacia e riceve esattamente quel tipo di consiglio. Il farmacista suggerisce il farmaco più appropriato e spesso indica anche modalità e tempi di assunzione.
Per il cittadino è una situazione normale. Ed è giusto che sia così.
Ma è proprio qui che emerge il paradosso.
Un professionista sanitario che studia farmacologia e gestisce farmaci ogni giorno non può consigliare nemmeno un semplice analgesico che il paziente potrebbe acquistare liberamente e assumere anche senza prescrizione.
Se osservata con gli occhi di un cittadino, la domanda diventa inevitabile: quale credibilità può avere una professione alla quale vengono riconosciute competenze scientifiche, ma non l’autonomia di utilizzarle?
In molti Paesi europei la prescrizione infermieristica è realtà da anni. Gli infermieri possono indicare o prescrivere determinati farmaci all’interno di protocolli ben definiti, contribuendo a rendere il sistema sanitario più efficiente.
In Italia, invece, la prescrizione farmacologica resta una competenza esclusivamente medica.
Le recenti riforme universitarie sulle lauree magistrali specialistiche infermieristiche aprono alla possibilità futura di prescrivere ausili e presidi sanitari. Un passo avanti, certamente, ma ancora distante da ciò che accade in altri sistemi sanitari europei.
La questione, quindi, non riguarda la preparazione degli infermieri. La formazione universitaria, l’esperienza clinica e la letteratura scientifica internazionale dimostrano da tempo la maturità professionale della categoria.
La vera domanda è un’altra: quando il sistema sanitario italiano inizierà davvero a valorizzare le competenze reali di tutte le professioni sanitarie?
Perché la credibilità di una professione non dipende solo da ciò che sa fare.
Dipende soprattutto da ciò che le viene permesso di fare.
