La riduzione dell’antibiotico-resistenza è oggi uno degli obiettivi centrali dei sistemi sanitari. Linee di indirizzo, piani nazionali e programmi di antimicrobial stewardship si concentrano soprattutto sull’appropriatezza prescrittiva: scelta della molecola, durata della terapia, de-escalation. Tutto corretto, ma ancora insufficiente.
Il punto critico, spesso rimosso dal dibattito, è che l’antibiotico-resistenza non nasce solo dalla prescrizione, ma molto prima, nei processi assistenziali che generano infezioni evitabili. Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) rappresentano uno dei principali motori dell’uso di antibiotici e, di conseguenza, della selezione di resistenze. Se non si interviene su questo livello, ogni strategia farmacologica resta parziale.
Quando il rischio infettivo è prevedibile e intrinseco alla procedura, non può essere affidato all’adattamento dell’operatore sul campo. Deve essere governato a monte, attraverso decisioni assistenziali chiare e processi correttamente progettati. In caso contrario, l’infezione diventa l’esito prevedibile di un’organizzazione fragile, e l’antibiotico una conseguenza quasi obbligata.
Un esempio emblematico è rappresentato dalle attività di igiene del paziente. L’igiene comporta un rischio infettivo prevedibile e strutturale, legato alla possibile commistione tra sporco e pulito, al contatto con materiali biologici e alla sequenza delle azioni. Questo rischio non è occasionale e non è eliminabile con soluzioni improvvisate. Non si riduce attraverso l’esecuzione congiunta dell’attività, né con l’affiancamento dell’infermiere all’operatore di supporto. Al contrario, la compresenza di più operatori, in assenza di un processo chiaramente definito, aumenta i punti di contaminazione e rende il rischio meno controllabile.
Qui emerge un nodo organizzativo fondamentale: la prevenzione delle ICA – e quindi la riduzione dell’antibiotico-resistenza – non dipende da chi esegue materialmente l’attività, ma da chi decide come quell’attività deve essere svolta. La distinzione tra decisione ed esecuzione non è un formalismo, ma un elemento essenziale di sicurezza. L’infermiere governa il processo assistenziale, valuta il rischio clinico-infettivo, definisce la sequenza corretta delle azioni e le condizioni minime di sicurezza. Il personale di supporto esegue all’interno di un processo già deciso e reso sicuro. Quando questa distinzione si perde, il rischio smette di essere controllabile e diventa sistemico.
Un altro equivoco diffuso riguarda la sospensione delle attività in presenza di rischio evitabile. Spesso si obietta che sospendere significhi “bloccare l’assistenza”. In realtà, nella pratica quotidiana, si tratta quasi sempre di una sospensione tecnica brevissima, dell’ordine di pochi minuti: il tempo necessario affinché si liberi un operatore, si preparino materiali dedicati o si ristabilisca la corretta separazione tra sporco e pulito.
Durante un’attività di igiene del paziente, ad esempio, può accadere che le condizioni organizzative non garantiscano più la separazione tra fasi sporche e pulite: l’operatore di supporto è momentaneamente impegnato in un’altra assistenza, oppure il materiale dedicato non è ancora disponibile. In queste condizioni, proseguire “comunque” l’attività comporterebbe una commistione prevedibile e un aumento del rischio di contaminazione. La condotta corretta non è accelerare l’esecuzione né compensare con l’affiancamento di più operatori, ma sospendere tecnicamente l’attività per pochi minuti, il tempo necessario a ripristinare le condizioni di sicurezza del processo. Una volta ristabilite, l’attività può riprendere regolarmente.
Questa sospensione non rappresenta un’interruzione dell’assistenza, ma una misura di prevenzione primaria, proporzionata e prudente. Dieci minuti di attesa possono evitare un’infezione, settimane di antibiotici e un evento avverso difficile da difendere sul piano clinico e giuridico.
Il legame con l’antibiotico-resistenza è diretto. Ogni ICA evitabile genera quasi automaticamente un trattamento antibiotico. Ogni antibiotico in più aumenta la pressione selettiva e favorisce la comparsa di ceppi resistenti. La riduzione dell’antibiotico-resistenza non inizia quindi dalla scelta della molecola, ma dalla qualità dell’assistenza che precede l’infezione. Eliminare il rischio infettivo evitabile significa ridurre a monte la necessità di antibiotici.
L’attuale modello di antimicrobial stewardship, concentrato quasi esclusivamente sulla prescrizione, interviene quando il danno organizzativo è già avvenuto. Una stewardship realmente efficace dovrebbe includere anche la progettazione dei processi assistenziali, la gestione corretta delle sequenze operative e la prevenzione delle contaminazioni crociate. In questo senso, la prevenzione delle ICA e la lotta all’antibiotico-resistenza non sono ambiti separati, ma parti dello stesso problema.
Serve quindi un cambio di paradigma culturale, prima ancora che normativo. Non bastano raccomandazioni generiche o richiami al comportamento individuale. Occorre riconoscere che l’antibiotico-resistenza si combatte anche – e soprattutto – con decisioni assistenziali chiare, processi ben progettati e una netta distinzione dei ruoli. Quando il rischio è prevedibile, non va gestito sul campo: va eliminato prima che l’attività inizi.
Aprire questo dibattito non significa irrigidire il sistema, ma renderlo più sicuro, più difendibile e, paradossalmente, più efficiente. Meno infezioni evitabili significano meno antibiotici, meno complicanze, meno costi e meno contenzioso. È una riflessione che la sanità non può più permettersi di rimandare.
Nel contesto ospedaliero e nelle RSA, dove si concentrano pazienti fragili, dispositivi invasivi e carichi assistenziali elevati, la prescrizione antibiotica è spesso l’ultimo anello di una catena che inizia molto prima: nei processi assistenziali, nella prevenzione delle ICA e nell’organizzazione delle cure. Ridurre la resistenza significa intervenire su tutta la filiera, non solo sull’atto prescrittivo.
Questo contributo nasce dall’esigenza di portare nel dibattito sanitario una dimensione finora poco esplorata: il ruolo dell’organizzazione assistenziale e del rischio clinico infermieristico nella genesi dell’antibiotico-resistenza.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

