Un farmaco sperimentale chiamato NU-9, sviluppato da un team di ricercatori della Northwestern University negli Stati Uniti, ha mostrato risultati promettenti nei modelli animali di malattia di Alzheimer: sembra in grado di neutralizzare i primi “focolai” tossici nel cervello responsabili dell’avvio del danno neurodegenerativo prima che si manifestino i sintomi cognitivi.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, descrive come la somministrazione di NU-9 in topi pre-sintomatici abbia ridotto in modo significativo gli aggregati tossici di proteina amyloid beta e l’infiammazione cerebrale associata, aprendo la prospettiva di un approccio preventivo alla malattia.
Nuovo bersaglio, gli oligomeri tossici ACU193+
La malattia di Alzheimer ha molte cause complesse, ma una delle prime alterazioni a verificarsi nel cervello molti anni prima dei sintomi è l’accumulo di forme solubili di amyloid beta, chiamate oligomeri. Gli scienziati hanno identificato una sottospecie di oligomeri particolarmente dannosa, denominata ACU193+, che si forma all’interno dei neuroni stressati e si lega alle cellule di supporto cerebrali chiamate astrociti, contribuendo a innescare una catena di infiammazione e danno alle sinapsi.
NU-9 è progettato per bloccare e ridurre selettivamente questa forma tossica prima che essa scateni la neuroinfiammazione e i processi che portano alla perdita neuronale.
Risultati nei modelli animali
Nei topi predisposti a sviluppare Alzheimer, i ricercatori hanno somministrato NU-9 per 60 giorni in via orale prima dell’inizio dei sintomi. I risultati principali sono stati:
Riduzione drastica degli oligomeri tossici ACU193+ nel cervello;
Diminuzione di astrogliosi reattiva, un indicatore di infiammazione cerebrale precoce;
Riduzione di forme patologiche di TDP-43, una proteina associata a deterioramento cognitivo;
Effetto protettivo esteso in diverse aree cerebrali, suggerendo un’azione anti-infiammatoria diffusa.
Il tutto indica che l’intervento con NU-9 in una finestra pre-sintomatica potrebbe impedire o ritardare l’instaurarsi della cascata di danni che porta alla demenza.
Una nuova strategia,prevenire prima dei sintomi.
La maggior parte delle terapie farmacologiche contro l’Alzheimer finora ha cercato di rimuovere le placche visibili o di trattare i sintomi clinici, dopo anni di danno irreversibile nel tessuto cerebrale. La strategia con NU-9, invece, mira ad intercettare gli eventi patologici primari, proprio come si fa con le statine che riducono il rischio di infarto abbassando il colesterolo anni prima che si manifesti la malattia cardiovascolare.
Se si riuscissero a combinare diagnosi precoce mediante biomarcatori nel sangue o imaging con un trattamento preventivo come NU-9, si potrebbe trasformare l’approccio alla malattia da reagire a ciò che è già compromesso a intercettare ciò che sta iniziando.
Verso test clinici sull’uomo.
Finora NU-9 è stato studiato solo in modelli animali e in cellule in laboratorio. I primi dati sono molto promettenti, ma resta un lungo percorso prima di capire se questi risultati si tradurranno in efficacia nell’uomo. Studi clinici sull’essere umano sono previsti nelle prossime fasi di ricerca, con l’obiettivo di verificare sicurezza, dosaggio e potenziale effetto preventivo in persone ad alto rischio.
Una possibile rivoluzione nella gestione dell’Alzheimer.
Le implicazioni di una terapia preventiva ben funzionante sono enormi. La malattia di Alzheimer colpisce decine di milioni di persone nel mondo, con costi economici e sociali enormi. Un intervento precoce potrebbe potenzialmente modificare l’evoluzione naturale della malattia, riducendo l’impatto sulla memoria e sulle funzioni cognitive degli individui.
Tuttavia, va ricordato che molte terapie che hanno funzionato nei modelli animali non sempre si traducono in successo clinico nell’uomo, e pertanto occorre mantenere un atteggiamento ottimista ma realistico fino a quando non arriveranno i dati delle sperimentazioni cliniche.
NU-9 rappresenta uno dei più interessanti tentativi di spostare l’attenzione dall’intervento tardivo alla prevenzione precoce dell’Alzheimer. I risultati nei modelli animali mostrano che è possibile neutralizzare precocemente i processi tossici alla base della malattia e aprono importanti prospettive per il futuro della ricerca.
Ora la sfida è vedere se questo potenziale si confermerà anche nell’uomo, e se esso potrà, un domani, diventare parte di un approccio integrato di diagnosi precoce e prevenzione nella popolazione a rischio.
