Negli ultimi mesi si parla molto del 5% di spesa per la difesa che l’Europa chiede agli Stati membri. L’obiettivo è rafforzare la capacità militare del continente, sostenere l’Ucraina e garantire deterrenza strategica nel nuovo scenario internazionale. L’Italia, come cerniera geografica e politica nel Mediterraneo, non può sottrarsi a questa dinamica.
Ma qui nasce la contraddizione. Ci stiamo preparando a investire in capacità militari e apparati di sicurezza esterna mentre la nostra sicurezza interna, quella che riguarda i cittadini ogni giorno, sta cedendo: la sanità pubblica.
Una sanitá frammentata, con personale che fugge, con ospedali che reggono solo per sacrificio silenzioso di infermieri e medici, non è un Paese forte. È un alleato che combatte al fronte mentre crolla alle spalle. La pandemia lo ha dimostrato: quando la sanità vacilla, vacilla la fiducia nello Stato, la stabilità sociale, perfino la capacità di governare.
In teoria, perfino secondo gli standard NATO, un Paese che non garantisce resilienza sanitaria e coesione interna non è affidabile sul piano della difesa. Eppure in Italia si continua a trattare la sanità come una voce di costo, anziché come un’infrastruttura strategica. Spendiamo per difendere confini esterni, ma lasciamo scoperta la retrovia più importante.
La sanità italiana, invece, dovrebbe essere riconosciuta come fattore di sicurezza nazionale:
garantisce stabilità sociale,
rappresenta soft power nel Mediterraneo,
crea innovazione, economia, diplomazia umanitaria.
Se la difesa cresce ma la sanità si impoverisce, la nostra forza si trasforma in apparenza. Diventiamo utili alla strategia europea, ma incapaci di proteggere la nostra coesione sociale.
Per questo oggi il vero tema non è decidere se investire nella sicurezza esterna, ma capire che non può esistere un esercito forte senza un Paese sano. Difendere l’Europa sacrificando la sanità significa diventare un soldato senza corazza: appare feroce, ma è vulnerabile.
L’Italia deve pretendere che il riarmo europeo vada di pari passo con un piano di rafforzamento sanitario nazionale. Ospedali, territorio, professioni sanitarie e prevenzione non sono un lusso, ma parte della stessa logica di sicurezza collettiva. Non si può parlare di difesa se si abbandonano i sistemi che impediscono al Paese di implodere.
Il futuro della nostra credibilità internazionale passa da qui: dimostrare che possiamo proteggere confini esterni senza sacrificare quelli interni. La vera sovranità italiana, oggi, non è nei missili ma nella salute dei cittadini.
Solo allora saremo davvero alleati forti.
Fino a quel momento restiamo ciò che siamo oggi, un soldato che va al fronte senza armatura.
Redazione
