Competenze condivise, identità professionale, riconoscimento sociale e potere organizzativo: perché la questione infermieristica non può essere ridotta a ciò che l’infermiere “sa fare”
Da molti anni il dibattito sulla riconoscibilità dell’infermiere oscilla tra due posizioni. Da una parte c’è chi ritiene necessario renderlo immediatamente identificabile attraverso divise, colori, badge e denominazioni professionali; dall’altra chi sostiene che la vera riconoscibilità debba derivare dalla competenza e dal valore espresso nell’assistenza.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità. Ma entrambe rischiano di fermarsi alla superficie.
La questione più profonda è un’altra: che cosa rende realmente riconoscibile una professione quando gran parte delle azioni che compie può essere svolta, almeno materialmente, anche da altre persone?
Prendiamo un saturimetro.
In ospedale può utilizzarlo un infermiere. In aeroporto può utilizzarlo un soccorritore. A domicilio può utilizzarlo un familiare. Un paziente con patologia respiratoria cronica può avere più dimestichezza con quello strumento di moltissime persone sane.
Lo stesso vale per un apparecchio per la pressione arteriosa. O per un glucometro.
Chiunque può osservare una saturazione dell’88% e affermare che è bassa. Chiunque può vedere una pressione di 190/110 mmHg e intuire che il dato meriti attenzione. La tecnologia ha reso accessibili a tutti informazioni che un tempo erano quasi esclusivamente disponibili in ambito sanitario.
È quindi sempre più difficile identificare una professione attraverso il semplice gesto tecnico.
Il gesto non identifica più la professione
Per decenni l’identità infermieristica è stata fortemente associata alle attività visibili: iniezioni, medicazioni, prelievi, terapia farmacologica, rilevazione dei parametri vitali, cateterismi, assistenza alla persona.
Ma la modernizzazione della sanità sta facendo emergere un limite di questa rappresentazione.
Molti di questi atti non sono esclusivi.
La misurazione di un parametro non è, da sola, un atto identitario infermieristico. Persino la capacità di interpretarlo non costituisce necessariamente una caratteristica esclusiva: medici, altri professionisti sanitari e operatori adeguatamente formati possono condividere porzioni importanti della valutazione.
La distinzione professionale va quindi cercata altrove.
Di fronte a una SpO₂ dell’88%, ciò che caratterizza l’attività professionale non è semplicemente avere posizionato il saturimetro sul dito. È il processo attraverso il quale quel dato viene verificato, contestualizzato e collegato alle condizioni della persona: attendibilità della rilevazione, perfusione periferica, frequenza respiratoria, stato di coscienza, dispnea, ossigenoterapia in corso, storia clinica disponibile, andamento precedente, altri parametri, necessità di rivalutazione e attivazione delle risposte appropriate.
Eppure nemmeno questo basta a rendere visibile l’infermiere.
Un cittadino che assista alla scena potrebbe riconoscere una persona competente, senza necessariamente sapere se si tratti di un infermiere, di un medico o di un altro professionista sanitario.
Ed è qui che competenza e riconoscibilità devono essere separate concettualmente.
La divisa o il badge possono identificare il ruolo.
La competenza può dimostrare il valore del professionista.
La responsabilità definisce invece ciò di cui quel professionista risponde.
Sono tre dimensioni diverse.
L’infermiere non è la somma delle procedure che esegue
La normativa italiana, del resto, ha superato da tempo una concezione puramente mansionistica della professione.
Il DM 739/1994 ha individuato il profilo professionale dell’infermiere e la legge 42/1999 ha poi abrogato la precedente logica del mansionario, stabilendo che il campo proprio di attività e responsabilità delle professioni sanitarie deriva dai profili professionali, dagli ordinamenti didattici e dalla formazione, nonché dai codici deontologici, nel rispetto delle competenze delle altre professioni.
La legge 251/2000 compie un ulteriore passaggio: stabilisce che i professionisti dell’area infermieristica svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, cura e salvaguardia della salute e richiama esplicitamente l’utilizzo di metodologie di pianificazione per obiettivi dell’assistenza. La stessa norma affida a Stato e Regioni il compito di promuovere valorizzazione e responsabilizzazione delle funzioni infermieristiche.
Anche il Codice deontologico FNOPI del 2025 descrive oggi l’infermiere come professionista dotato di specifici saperi e competenze, chiamato ad agire consapevolmente e autonomamente nell’ambito delle proprie responsabilità sui processi di cura.
Sulla carta, quindi, il passaggio culturale è enorme.
Il problema è comprendere quanto questo cambiamento normativo sia realmente penetrato nella cultura delle organizzazioni, nella società e, soprattutto, nella rappresentazione che gli infermieri hanno di sé stessi.
Una professione può essere autonoma per legge e sentirsi ancora esecutiva
È probabilmente qui che si trova uno dei nodi più delicati dell’infermieristica italiana.
Non basta che una legge riconosca autonomia professionale perché quella autonomia venga automaticamente interiorizzata.
L’identità professionale è anche un fenomeno culturale. La letteratura la collega all’immagine che il professionista ha di sé, al ruolo esercitato, al contesto lavorativo e alla rappresentazione sociale della professione. Una review sul tema ha individuato proprio nell’interazione tra sé, ruolo e contesto alcuni dei fattori che determinano la costruzione dell’identità dell’infermiere.
Ed esiste un meccanismo circolare.
La società costruisce un’immagine dell’infermiere.
L’infermiere è influenzato da quell’immagine.
Il comportamento collettivo degli infermieri contribuisce a sua volta a confermarla o modificarla.
Una revisione dedicata alla relazione tra immagine pubblica, concetto di sé e identità professionale aveva già evidenziato un fenomeno interessante: una parte dell’immagine sociale dell’infermieristica viene alimentata anche dalla scarsa visibilità pubblica dei suoi contenuti professionali e dalla difficoltà degli stessi infermieri a comunicarli.
Una più recente revisione integrativa sulla public image del nursing conferma che la rappresentazione sociale della professione deriva dall’interazione fra fattori professionali e fattori sistemici, e che gli stessi infermieri hanno un ruolo nella costruzione della propria immagine pubblica.
Questo significa che attribuire tutto il problema alla società sarebbe troppo semplice.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato attribuirlo esclusivamente agli infermieri.
Quando il sacrificio diventa identità
L’infermieristica ha costruito una parte importante della propria legittimazione sociale attorno a valori preziosi: vicinanza, disponibilità, dedizione, capacità di prendersi cura.
Ma esiste un rischio.
Quando una professione viene raccontata principalmente attraverso sacrificio, disponibilità e abnegazione, il sacrificio può trasformarsi da virtù individuale a requisito implicito del sistema.
“L’infermiere non lascia solo il paziente.”
“L’infermiere copre il turno.”
“L’infermiere si adatta.”
“L’infermiere fa funzionare il reparto.”
Sono espressioni che possono apparire positive. E spesso descrivono realmente il senso di responsabilità dei professionisti.
Ma nascondono un problema.
Una professione che misura continuamente il proprio valore attraverso quanto riesce a sopportare rischia di negoziare molto poco quanto dovrebbe ricevere in cambio della responsabilità che assume.
Qui entra in gioco quella parola scomoda: ego.
Non nel significato di arroganza o superiorità sulle altre professioni.
Parliamo di ego professionale sano, cioè consapevolezza collettiva del proprio valore.
Il problema dell’“ego professionale”
Esiste una differenza enorme tra sentirsi superiori e sapere quanto si vale.
Una professione matura dovrebbe essere capace di affermare, senza complessi:
“Questo è il nostro sapere.”
“Questa è la nostra responsabilità.”
“Questi sono gli esiti sui quali incidiamo.”
“Questa è la formazione necessaria per esercitare.”
“Queste sono le condizioni professionali ed economiche coerenti con quella responsabilità.”
Non è corporativismo.
È identità professionale.
Quando invece prevale il bisogno continuo di dimostrare di essere utili, può generarsi un atteggiamento completamente diverso: fare di più, accettare nuove responsabilità, compensare le carenze organizzative, assumere nuovi compiti e aspettarsi che tutto ciò produca spontaneamente maggiore riconoscimento.
Ma la competenza non si converte automaticamente in riconoscimento.
E neppure l’aumento delle responsabilità produce automaticamente migliori condizioni professionali.
Il divario fra riconoscimento giuridico e riconoscimento materiale
I dati aiutano a comprendere perché questa discussione non possa essere liquidata come semplice vittimismo professionale.
Secondo Health at a Glance 2025, in Italia risultano 6,9 infermieri praticanti ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 9,2.
Sul versante economico emerge un elemento ancora più significativo: l’OCSE rileva che nel 2023, mentre mediamente nei Paesi OCSE gli infermieri ospedalieri guadagnavano circa il 20% più della retribuzione media dei lavoratori, l’Italia figura tra i Paesi nei quali la remunerazione degli infermieri ospedalieri risulta inferiore alla retribuzione media nazionale dei lavoratori.
Non è quindi soltanto una percezione interna.
Esiste una questione di attrattività documentata.
La stessa FNOPI individua tra le criticità della professione prospettive di carriera limitate, retribuzioni non proporzionate alle responsabilità, carichi di lavoro, conciliazione vita-lavoro e scarso riconoscimento sociale.
AGENAS, nel rapporto sul personale sanitario richiamato nel 2025, ha collegato la difficoltà di attrazione della professione anche allo squilibrio fra complessità formativa, responsabilità, retribuzioni, progressioni di carriera e riconoscimento sociale.
Possiamo quindi parlare di politiche e assetti organizzativi che non hanno ancora tradotto pienamente l’evoluzione professionale in valorizzazione materiale, senza dover ipotizzare un disegno deliberato per “tenere bassi gli infermieri”.
Ed è una distinzione importante.
Il risultato può essere penalizzante anche senza che esista necessariamente qualcuno che lo abbia pianificato.
Una professione indispensabile può rimanere debole
Questo è forse il paradosso più importante.
Essere indispensabili non significa automaticamente essere potenti.
Un’organizzazione può dipendere quotidianamente dal lavoro infermieristico e contemporaneamente attribuire agli infermieri poco spazio nelle decisioni strategiche.
Può richiedere competenze sempre maggiori senza costruire percorsi di carriera clinica adeguati.
Può aumentare le responsabilità senza modificare in maniera equivalente riconoscimento, autonomia organizzativa e trattamento economico.
Può parlare continuamente di centralità dell’infermiere e continuare, nella pratica quotidiana, a utilizzarlo prevalentemente come risorsa produttiva da collocare sui turni.
È interessante, a questo proposito, quanto riportato dal Rapporto OASI richiamato da FNOPI: tra i giovani infermieri intervistati emergono criticità relative al coinvolgimento nella vita organizzativa, alle opportunità di avanzamento professionale e alla percezione di organici insufficienti.
Questa è forse una delle contraddizioni più grandi dell’infermieristica contemporanea:
la professione è diventata culturalmente e giuridicamente più complessa molto più velocemente di quanto siano cambiate alcune organizzazioni nelle quali viene esercitata.
Non serve cercare “l’atto esclusivo”
Da qui deriva un’ulteriore conseguenza.
La battaglia per il riconoscimento non dovrebbe essere combattuta tentando continuamente di dimostrare che esista una procedura che “solo l’infermiere può fare”.
È una strada fragile.
Le professioni moderne sono inevitabilmente caratterizzate da aree di sovrapposizione.
Il saturimetro non appartiene all’infermiere.
Il misuratore di pressione non appartiene all’infermiere.
Il glucometro non appartiene all’infermiere.
E persino concetti come educazione, prevenzione, valutazione e monitoraggio appartengono, con finalità e responsabilità differenti, a numerose professioni.
L’identità professionale non si difende costruendo muri attorno agli strumenti.
Si costruisce definendo da quale sapere nasce una decisione, quale finalità persegue, dentro quale processo viene inserita e chi ne assume la responsabilità.
Il vero patrimonio dell’infermiere non è il saturimetro.
È il processo assistenziale.
La società vede ciò che la professione riesce a mostrare
Qui emerge anche una responsabilità collettiva degli infermieri.
Se raccontiamo continuamente la professione attraverso il fare, non possiamo sorprenderci se la società identifica l’infermiere attraverso ciò che fa con le mani.
Se diciamo:
“faccio prelievi”,
“faccio terapia”,
“faccio medicazioni”,
“faccio ECG”,
stiamo inconsapevolmente consegnando all’esterno una rappresentazione procedurale della professione.
Bisognerebbe imparare a raccontare anche ciò che normalmente rimane invisibile: valutazione, sorveglianza, identificazione precoce del deterioramento clinico, pianificazione, prevenzione delle complicanze, educazione terapeutica, continuità assistenziale, coordinamento, relazione, decisione e rivalutazione.
Ma ancora una volta: raccontarlo non basta.
Quella competenza deve essere riconosciuta anche dall’organizzazione.
Deve produrre carriera.
Deve produrre responsabilità formalmente riconosciuta.
Deve produrre possibilità di sviluppo.
E, inevitabilmente, deve avere anche una traduzione economica.
Altrimenti rischiamo di costruire un professionista sempre più qualificato ma inserito nello stesso contenitore organizzativo del passato.
Forse il problema non è che gli altri non riconoscono l’infermiere
La domanda potrebbe allora essere rovesciata.
E se una parte del problema non fosse soltanto che la società non riconosce sufficientemente l’infermiere?
E se fosse anche l’infermieristica ad avere difficoltà a riconoscere pienamente sé stessa?
Non significa accusare gli infermieri.
Significa osservare gli effetti di una cultura professionale costruita in decenni nei quali subordinazione, gerarchia, vocazione e sacrificio hanno avuto un peso enorme.
Il mansionario è stato superato giuridicamente nel 1999.
Ma un mansionario può sopravvivere nella testa delle persone molto più a lungo che nella Gazzetta Ufficiale.
Può sopravvivere quando un infermiere chiede continuamente “posso farlo?” anziché chiedersi quale sia il proprio campo di competenza e responsabilità.
Può sopravvivere quando il riconoscimento viene cercato soprattutto attraverso l’approvazione di altre professioni.
Può sopravvivere quando assumere maggiori responsabilità viene considerato prestigioso anche senza chiedersi se a quelle responsabilità corrispondano autonomia, formazione, carriera e remunerazione.
Può persino sopravvivere quando la stessa professione considera quasi sconveniente parlare di denaro.
Valorizzarsi non significa perdere il senso della cura
Probabilmente è necessario liberarsi anche da un equivoco culturale.
Chiedere una retribuzione adeguata non diminuisce la dimensione etica dell’assistenza.
Rivendicare una carriera non significa mettere il proprio interesse davanti al paziente.
Rifiutare condizioni organizzative inappropriate non significa essere meno disponibili.
Volere maggiore autonomia non significa voler sostituire il medico.
Affermare la propria identità non significa negare quella degli altri.
Una professione può essere profondamente orientata alla persona e contemporaneamente avere una forte coscienza del proprio valore.
Anzi, probabilmente ne ha bisogno.
Perché una professione costantemente sotto pressione, scarsamente attrattiva, poco valorizzata e costretta a compensare carenze organizzative difficilmente può garantire nel lungo periodo il massimo livello possibile di assistenza.
Ed è questo il punto nel quale la questione professionale smette di riguardare soltanto gli infermieri.
Diventa una questione di qualità e sostenibilità del sistema sanitario.
La divisa identifica. La competenza qualifica. La responsabilità definisce.
Torniamo allora al punto iniziale.
La divisa non è inutile.
Serve a permettere al cittadino di sapere con chi sta parlando.
Ma non può attribuire valore professionale.
La competenza dimostra il valore, ma non necessariamente identifica la professione: competenze e attività possono essere condivise.
Ciò che definisce realmente una professione è qualcosa di più articolato: il suo sapere, l’oggetto della propria attività, l’autonomia riconosciuta, il processo decisionale, la finalità dell’intervento e la responsabilità che assume nei confronti della persona assistita.
Forse quindi il vero problema dell’infermieristica italiana non è scegliere il colore giusto della divisa.
È costruire una professione capace di dire chiaramente chi è.
Non superiore.
Non subordinata.
Responsabile.
E capace di pretendere che responsabilità, competenza, autonomia e valore ricevano una rappresentazione sociale, organizzativa ed economica coerente.
Perché il riconoscimento non arriva necessariamente come premio per avere lavorato bene e in silenzio.
Una professione deve anche saperlo costruire.
E forse, prima ancora di chiedere alla società di riconoscere pienamente l’infermiere, vale la pena porre una domanda più difficile alla stessa categoria:
quanto valore siamo realmente disposti ad attribuire a noi stessi?
