Per anni agli infermieri è stato insegnato che il cuore del processo assistenziale è la diagnosi infermieristica. Molti corsi universitari, master e aggiornamenti professionali hanno concentrato l’attenzione sulle classificazioni NANDA, sulle tassonomie e sulla corretta formulazione delle diagnosi infermieristiche.
Tutto corretto. Ma c’è un problema.
Spesso ci si dimentica di spiegare che prima della diagnosi infermieristica viene un passaggio ancora più importante: la visita infermieristica.
Senza visita infermieristica non può esistere alcuna diagnosi infermieristica credibile.
Il rischio di partire dalla fine
In molte realtà assistenziali si assiste a un fenomeno curioso: si compilano diagnosi infermieristiche standardizzate, si selezionano problemi da elenchi predefiniti e si costruiscono piani assistenziali quasi automaticamente.
Ma una diagnosi infermieristica non nasce da una lista.
Nasce dall’osservazione clinica.
Nasce dall’ascolto.
Nasce dalla valutazione della persona.
Nasce dalla visita infermieristica.
La NANDA non è il punto di partenza del processo assistenziale. È il risultato di un ragionamento professionale che inizia molto prima.
La visita infermieristica è il vero atto clinico
Quando un infermiere effettua una visita infermieristica raccoglie informazioni sullo stato di salute, valuta l’autonomia, osserva i comportamenti, analizza i bisogni assistenziali, identifica fattori di rischio, comprende il contesto familiare e sociale.
Non sta semplicemente raccogliendo dati.
Sta costruendo un giudizio professionale.
È in quel momento che entra in gioco la dimensione intellettuale della professione.
La visita infermieristica è l’atto attraverso cui l’infermiere interpreta la situazione assistenziale e attribuisce significato ai dati raccolti.
Solo dopo questo processo può emergere una diagnosi infermieristica.
Nessun medico formula una diagnosi senza visitare il paziente
Può sembrare un’affermazione banale, ma vale la pena ricordarla.
Nessun medico formulerebbe una diagnosi senza aver prima visitato il paziente.
Perché allora dovremmo considerare normale costruire diagnosi infermieristiche senza una vera visita infermieristica?
La diagnosi infermieristica dovrebbe rappresentare la conclusione di una valutazione professionale, non un esercizio teorico o burocratico.
Il grande equivoco della NANDA
Forse il più grande equivoco che ha accompagnato la diffusione della NANDA è aver fatto credere che la diagnosi infermieristica sia il centro della professione.
Non è così.
Il centro della professione è il ragionamento clinico-assistenziale.
La diagnosi infermieristica è soltanto uno degli strumenti attraverso cui quel ragionamento viene formalizzato.
Prima della NANDA vengono l’osservazione, l’ascolto, la relazione, la valutazione e la visita infermieristica.
Senza questi elementi la diagnosi diventa una formula vuota.
Quello che non ci raccontano abbastanza
Ci hanno insegnato a scrivere diagnosi infermieristiche.
Molto meno a rivendicare la visita infermieristica come atto professionale autonomo.
Ci hanno insegnato le tassonomie.
Molto meno il valore dell’accertamento clinico infermieristico.
Ci hanno insegnato come classificare i problemi.
Molto meno come costruire un giudizio professionale indipendente.
Eppure è proprio lì che si gioca il futuro della professione.
Perché una professione intellettuale non si definisce dalle etichette diagnostiche che utilizza, ma dalla capacità di osservare, interpretare e decidere.
La NANDA viene dopo.
La visita infermieristica viene prima.
E forse dovremmo ricominciare da lì.Questo articolo tocca un punto che raramente viene affrontato: la NANDA ha avuto il merito di rafforzare il linguaggio professionale, ma in molti contesti ha finito per oscurare il vero atto fondativo dell’autonomia infermieristica, cioè l’accertamento e la visita infermieristica. Senza quella fase, la diagnosi infermieristica rischia di diventare solo un’etichetta compilata per adempiere a un obbligo documentale.
