C’è un punto che va detto con chiarezza, perché qui si annida una distorsione enorme del sistema.
Nella Sanità pubblica e privata, una parte significativa della retribuzione accessoria degli infermieri inquadrati nell’area dei funzionari non nasce dalla valorizzazione delle competenze, dei risultati o della crescita professionale. Nasce dal disagio.
Più il lavoro incide sulla salute, sulla vita privata e sui ritmi biologici, più viene “compensato”: notti, festivi, turni spezzati, pronta disponibilità, reperibilità.
Ma il punto centrale è un altro: l’infermiere non guadagna di più.
Spesso guadagna meno rispetto ad altri funzionari della Pubblica Amministrazione e, per ridurre questo divario economico, è costretto ad accettare condizioni di lavoro pesanti e usuranti.
E qui emerge una contraddizione profondissima: aumentare le notti per andare in pensione qualche mese prima in età avanzata per farsi riconoscere il lavoro usurante non può essere considerato un meccanismo legittimo di tutela.
Perché significa accettare implicitamente che, per ottenere un minimo beneficio previdenziale o economico, il lavoratore debba esporsi ancora di più a condizioni che consumano la già fragile salute fisica e mentale.
Nel resto della pubblica amministrazione il meccanismo è diverso.
L’accessorio economico dei funzionari remunera prevalentemente obiettivi, performance, responsabilità organizzative e produttività ordinaria. In altre parole: viene premiata la funzione svolta e il risultato prodotto, non il sacrificio personale necessario per garantire il servizio.
Ed è qui che emerge la vera frattura tra comparti.
Nella Sanità, il salario accessorio spesso serve a “indennizzare” il disagio.
Nelle altre amministrazioni, serve invece a valorizzare il lavoro.
Tradotto in termini concreti:
a parità di area funzionale, un infermiere deve accumulare notti, festivi e turnazioni usuranti per tentare di avvicinarsi economicamente a colleghi della Pubblica Amministrazione che lavorano in attività sedentarie con orari diurni stabili e condizioni decisamente meno gravose.
Questo non può essere definito riconoscimento professionale.
Perché un professionista non dovrebbe essere costretto a consumare salute, sonno, vita familiare e recupero psicofisico per ottenere una retribuzione dignitosa.
Questa non è valorizzazione.
È compensazione del sacrificio e disparità di trattamento.
