Il clima all’interno dell’ospedale Monaldi di Napoli torna al centro dell’attenzione dopo la diffusione di una lettera firmata da personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici di sala operatoria. Nel documento, indirizzato ai vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli, i professionisti segnalano una situazione definita “di estrema gravità”, caratterizzata da tensioni interne, difficoltà relazionali e timori per la sicurezza dell’assistenza.
La missiva, datata 27 gennaio 2026, è stata resa pubblica nei giorni scorsi dal legale della famiglia di Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto dopo un trapianto cardiaco effettuato proprio al Monaldi, vicenda che ha già aperto un’indagine giudiziaria e acceso i riflettori sulla gestione clinica e organizzativa della struttura.
Le accuse del personale sanitario
Nel documento, gli operatori descrivono un ambiente di lavoro segnato da forte tensione e da una gerarchia percepita come fortemente medico-centrica, con una comunicazione interna ritenuta insufficiente o assente. Secondo quanto riportato, questo clima avrebbe generato un crescente senso di sfiducia tra i professionisti coinvolti nell’attività di sala operatoria.
Tra le criticità segnalate emergono presunti episodi di aggressività verbale, urla e umiliazioni pubbliche rivolte al personale durante l’attività clinica. I firmatari parlano di atteggiamenti intimidatori e di un linguaggio ritenuto offensivo che avrebbe progressivamente minato il clima di collaborazione all’interno dell’équipe multidisciplinare.
La situazione, secondo il racconto degli operatori, avrebbe prodotto effetti concreti sul benessere psicofisico del personale: ansia, difficoltà di concentrazione e uno stato di stress costante durante le attività assistenziali. Alcuni professionisti avrebbero persino valutato la possibilità di chiedere il trasferimento in altre strutture.
L’ombra della vicenda del piccolo Domenico
Il caso del Monaldi si inserisce nel contesto della tragica morte del piccolo Domenico, deceduto dopo un trapianto di cuore eseguito nella struttura napoletana. L’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura di Napoli sta cercando di ricostruire l’intera catena degli eventi che hanno portato al fallimento della procedura, con sette persone indagate per omicidio colposo.
Secondo le prime ricostruzioni investigative, uno degli aspetti sotto esame riguarda la gestione del trasporto dell’organo, che potrebbe essere stato conservato a temperature non compatibili con la corretta preservazione dei tessuti. Circostanze che, se confermate, aprirebbero interrogativi pesanti sulla sicurezza delle procedure e sulla comunicazione tra i centri coinvolti.
Sicurezza dei professionisti e qualità dell’assistenza
La vicenda riaccende il dibattito su un tema spesso sottovalutato: il rapporto tra benessere organizzativo e sicurezza delle cure.
Un clima lavorativo caratterizzato da conflittualità, pressioni e comunicazione inefficace può infatti incidere direttamente sulla capacità delle équipe sanitarie di lavorare in modo coordinato, soprattutto in contesti ad alta complessità come le sale operatorie e i programmi di trapianto.
Per molti professionisti del settore sanitario, la vicenda rappresenta l’ennesimo segnale della necessità di investire non solo in tecnologia e competenze cliniche, ma anche in leadership, organizzazione e cultura del lavoro di squadra.
In attesa degli sviluppi
Mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue e la direzione aziendale è chiamata a valutare le segnalazioni del personale, il caso Monaldi continua a sollevare interrogativi che vanno oltre il singolo episodio.
Al centro restano due questioni cruciali per il sistema sanitario: la tutela dei professionisti e la sicurezza dei pazienti.
Due aspetti che, in contesti clinici ad alta complessità come la cardiochirurgia pediatrica, non possono essere considerati separati.