Uno studio italiano su 3.857 pazienti dimostra che anticipare gli esami ematici può ridurre i tempi di trattamento. Ma dietro il risultato emerge una questione molto più grande: gli infermieri stanno conquistando nuove competenze o diventano ancora una volta la soluzione a costo organizzativo ridotto per un sistema sanitario in difficoltà?
Trenta minuti in meno. Un risultato importante, ma non è tutta la verità
Trenta minuti possono fare la differenza in un Pronto soccorso. Possono rendere più tempestiva una decisione clinica, evitare un’attesa inutile, migliorare il percorso di un paziente.
Ma possono anche diventare un numero da esibire per raccontare un’efficienza che, osservando l’intero sistema, rischia di rivelarsi molto più limitata.
È il nodo che emerge da una ricerca italiana pubblicata nel 2026 sull’International Emergency Nursing, dedicata all’esecuzione anticipata dei prelievi ematici da parte degli infermieri nei Pronto soccorso sovraffollati.
Lo studio, condotto presso l’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, ha coinvolto 3.857 pazienti adulti con dolore toracico o addominale, valutati tra gennaio e giugno 2024.
Il protocollo consentiva agli infermieri di attivare, attraverso criteri prestabiliti e pannelli diagnostici informatizzati, determinati esami ematici prima della visita medica, durante condizioni di particolare sovraffollamento.
Il risultato appare significativo: nei pazienti sottoposti ai prelievi anticipati il tempo di trattamento è stato di 132 minuti, contro i 162 minuti del gruppo senza questa modalità.
Trenta minuti di differenza, statisticamente significativa.
Eppure, leggendo gli altri risultati dello studio, emerge una realtà molto meno rassicurante.
I pazienti inseriti nel protocollo avevano registrato un tempo di attesa di 142 minuti, contro i 48 minuti dell’altro gruppo.
Una differenza di ben 94 minuti.
Il motivo è fondamentale per comprendere la ricerca: i prelievi anticipati venivano attivati proprio nelle condizioni di maggiore sovraffollamento. I due gruppi, dunque, non erano esposti allo stesso contesto organizzativo.
Il dato scientifico suggerisce che anticipare gli esami possa rendere più efficiente la fase successiva della presa in carico.
Non dimostra, però, che il protocollo abbia risolto il problema delle attese o ridotto la permanenza complessiva rispetto al gruppo di confronto.
E soprattutto non autorizza a concludere che basti affidare nuove attività agli infermieri per migliorare il funzionamento dell’emergenza-urgenza.
Il paradosso del Pronto soccorso: si accelera una procedura mentre il sistema resta bloccato
Il problema non è il prelievo anticipato.
Il problema è pensare che l’anticipazione di una procedura possa compensare un’organizzazione incapace di garantire percorsi assistenziali tempestivi.
Un Pronto soccorso non funziona come una catena di montaggio nella quale basta accelerare un passaggio per aumentare automaticamente la produttività complessiva.
Il paziente può avere gli esami pronti, ma continuare ad attendere una visita medica.
Può essere stato valutato e trattato, ma dover aspettare una consulenza specialistica.
Può aver completato l’intero percorso diagnostico, ma rimanere per ore su una barella perché il reparto non dispone di un posto letto.
È il fenomeno del boarding, uno dei principali fattori che contribuiscono alla congestione dei dipartimenti di emergenza.
Un’indagine della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza, diffusa nel maggio 2026, ha rilevato che il 70% delle strutture coinvolte segnalava quotidianamente pazienti in attesa di ricovero sulle barelle, con tempi medi dichiarati intorno alle 23 ore nelle strutture interessate dal fenomeno. Si tratta di risultati di un’indagine su un campione di Pronto soccorso, non di un censimento nazionale.
È qui che emerge la contraddizione.
Possiamo anticipare gli esami di mezz’ora, ma se il paziente deve attendere molte ore per un posto letto, il problema strutturale rimane intatto.
Naturalmente le due situazioni non sono direttamente sovrapponibili: il tempo di trattamento studiato a Cuneo e il tempo di attesa per il ricovero misurano fasi diverse dell’assistenza.
Il confronto, tuttavia, mostra perché sia insufficiente valutare l’efficienza di un Pronto soccorso sulla base di un unico indicatore.
Infermieri sempre più autonomi o semplicemente sempre più sovraccarichi?
Il punto politicamente e professionalmente più delicato riguarda il lavoro infermieristico.
Negli ultimi decenni l’infermieristica italiana ha sviluppato competenze, autonomia decisionale, responsabilità clinico-assistenziali e capacità di partecipare attivamente ai percorsi diagnostici e terapeutici.
L’introduzione di protocolli di anticipazione diagnostica può essere una concreta espressione di questa evoluzione.
Sarebbe sbagliato interpretarla automaticamente come una sottrazione di competenze mediche o come una semplice attribuzione impropria di attività.
Gli infermieri non sono professionisti destinati soltanto a eseguire decisioni assunte da altri.
Ma esiste una differenza sostanziale tra valorizzare una competenza e utilizzare quella competenza per compensare una carenza organizzativa.
Quando un’azienda sanitaria introduce un nuovo protocollo, occorre chiedersi come cambierà il lavoro quotidiano.
Chi effettuerà materialmente i prelievi?
Chi continuerà a garantire la rivalutazione dei pazienti in attesa?
Chi sorveglierà le persone potenzialmente instabili?
Chi controllerà che i risultati degli esami siano effettivamente presi in carico?
E soprattutto: quanti infermieri aggiuntivi saranno disponibili per assicurare tutte queste attività senza sottrarre tempo all’assistenza già necessaria?
La questione è tutt’altro che secondaria.
Un infermiere impegnato nell’esecuzione di un prelievo non è contemporaneamente disponibile per tutte le altre attività assistenziali.
Se l’organizzazione non prevede una distribuzione sostenibile dei compiti, il rischio è trasferire il carico di lavoro da una fase all’altra del percorso.
Un miglioramento registrato nei tempi di trattamento potrebbe quindi accompagnarsi a un aumento della pressione sugli operatori, senza che tale incremento venga adeguatamente misurato.
Questa non è una conseguenza dimostrata dallo studio di Cuneo. È una criticità organizzativa che deve essere valutata prima di estendere protocolli analoghi.
L’innovazione professionale non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso il numero di prestazioni che un infermiere riesce ad anticipare.
Dovrebbe essere misurata anche attraverso la qualità dell’assistenza, la sicurezza dei pazienti e la sostenibilità del lavoro.
Il rischio che nessuno dovrebbe sottovalutare: chi si occupa dei risultati critici?
Anticipare un esame non significa semplicemente anticipare un prelievo.
Significa avviare prima un processo diagnostico che può produrre informazioni clinicamente rilevanti.
E quelle informazioni devono essere gestite.
Immaginiamo un paziente con dolore toracico che rimane in attesa dopo il triage. Il protocollo prevede determinati accertamenti, i campioni vengono inviati al laboratorio e uno dei risultati richiede una valutazione clinica urgente.
Chi riceve la segnalazione?
Chi verifica che il risultato sia stato visualizzato?
Quale professionista viene immediatamente coinvolto?
Cosa succede quando il medico è impegnato nella gestione di altre urgenze?
Il problema non può essere risolto limitandosi a registrare l’esecuzione del prelievo.
Un risultato disponibile non equivale a un risultato valutato.
Un protocollo sicuro deve prevedere criteri di attivazione, condizioni di esclusione, responsabilità nella gestione del referto, modalità di comunicazione dei valori critici e procedure di escalation clinica.
Deve inoltre assicurare che gli accertamenti anticipati non diventino un motivo per ritardare la valutazione medica nei pazienti che ne hanno bisogno.
Il rischio opposto è trasformare un percorso concepito per accelerare l’assistenza in un meccanismo che produce esami, risultati e nuove necessità di sorveglianza senza garantire una risposta clinica altrettanto tempestiva.
Il paziente non ha bisogno soltanto che qualcuno esegua prima un esame.
Ha bisogno che quell’esame sia appropriato, correttamente interpretato e inserito in un percorso assistenziale sicuro.
Cosa prevede davvero la normativa italiana sull’autonomia infermieristica
Sul piano giuridico è necessario evitare due interpretazioni opposte, entrambe discutibili.
La prima sostiene che l’infermiere non possa assumere alcuna iniziativa nei percorsi diagnostici.
La seconda presume che l’autonomia professionale consenta automaticamente di prescrivere qualsiasi esame senza vincoli.
Il quadro normativo è più articolato.
Il DM 739/1994 individua l’infermiere come professionista responsabile dell’assistenza generale infermieristica, che pianifica, gestisce e valuta gli interventi assistenziali e garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche.
La legge 42/1999 supera il precedente riferimento al mansionario e definisce il campo di attività e responsabilità delle professioni sanitarie attraverso profili professionali, formazione e codici deontologici, nel rispetto delle competenze delle altre professioni.
La legge 251/2000 riconosce espressamente l’autonomia professionale infermieristica nell’ambito delle attività di prevenzione, cura e salvaguardia della salute.
Anche le Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero del 2019 prevedono l’attivazione di percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali secondo protocolli definiti dall’organizzazione.
Questo rende possibile sviluppare percorsi nei quali l’infermiere attivi accertamenti prestabiliti sulla base di specifici criteri clinici e organizzativi.
L’attivazione protocollata di un esame, tuttavia, non deve essere confusa con una facoltà generale e illimitata di prescrizione autonoma.
È necessario definire competenze, indicazioni, limiti operativi, formazione e responsabilità professionali.
Un’altra distinzione importante riguarda il *See and Treat*: le linee nazionali del 2019 lo riferiscono a condizioni minori predefinite, escludendo sintomatologie che necessitano di approfondimenti specialistici, come i dolori addominali e le problematiche cardiovascolari. L’anticipazione di esami per pazienti con dolore toracico o addominale non deve quindi essere presentata automaticamente come un percorso See and Treat.
La vera autonomia non consiste nel fare qualsiasi cosa.
Consiste nel poter esercitare responsabilmente competenze riconosciute, in un’organizzazione che fornisca strumenti, formazione e condizioni adeguate.
Più responsabilità senza più personale: il cortocircuito delle aziende sanitarie
C’è poi una questione che merita un confronto sindacale serio.
Ogni volta che vengono introdotti nuovi modelli assistenziali, le direzioni sanitarie dovrebbero chiarire quale sia il loro effettivo impatto sulle condizioni di lavoro.
Se un protocollo determina nuove attività, nuovi processi decisionali, maggiore complessità professionale e ulteriori obblighi di documentazione, l’organizzazione deve tenerne conto.
Non necessariamente ogni ampliamento delle attività richiede un nuovo posto di lavoro o genera automaticamente un diritto a una specifica indennità.
Ma nessuna innovazione dovrebbe essere introdotta ignorando la dotazione organica, i carichi assistenziali, la formazione e gli strumenti disponibili.
Se gli infermieri diventano protagonisti di percorsi diagnostici più avanzati, questa evoluzione deve essere accompagnata da una reale valorizzazione professionale, anche attraverso gli strumenti organizzativi e contrattuali applicabili.
Altrimenti il rischio è che l’espressione *valorizzazione delle competenze* diventi una formula utilizzata per attribuire nuove incombenze senza un corrispondente investimento.
È necessario che le rappresentanze sindacali e i professionisti siano coinvolti nella valutazione delle ricadute lavorative, negli ambiti previsti dalle relazioni sindacali e dalle procedure aziendali.
Non per ostacolare l’innovazione, ma per evitare che venga costruita esclusivamente sulla disponibilità degli operatori a sostenere carichi crescenti.
L’autonomia professionale non può essere utilizzata come sostituto della programmazione del personale.
Lo studio scientifico dimostra un’opportunità, non una soluzione universale
Sarebbe ingiusto liquidare la ricerca di Cuneo come irrilevante.
Al contrario, il progetto dimostra quanto sia importante sperimentare modalità organizzative che riconoscano il contributo infermieristico alla gestione dei percorsi clinici.
I risultati suggeriscono un possibile vantaggio nell’anticipare gli accertamenti in pazienti selezionati.
Ma è necessario rispettare i limiti metodologici della ricerca.
Si tratta di uno studio osservazionale inserito in un progetto di miglioramento della qualità, non di una sperimentazione randomizzata in cui pazienti e condizioni di affollamento siano stati distribuiti casualmente.
Il protocollo veniva attivato proprio durante periodi di sovraffollamento.
Di conseguenza, la differenza osservata nei tempi di trattamento non può essere attribuita con certezza al solo intervento infermieristico.
Anche la letteratura precedente invita alla prudenza.
Una revisione pubblicata nel 2021 sul Journal of Emergency Medicine, comprendente 13 studi, non aveva individuato una riduzione clinicamente significativa della permanenza complessiva in Pronto soccorso grazie alla richiesta anticipata di accertamenti da parte degli infermieri di triage.
Questo non significa che il modello sia inefficace.
Significa che i benefici devono essere misurati in relazione ai pazienti, agli esami effettuati, all’organizzazione e agli esiti complessivi.
Non basta verificare che una singola fase sia diventata più rapida.
Occorre comprendere cosa sia successo all’intero percorso assistenziale.
Le domande che le direzioni sanitarie dovrebbero affrontare prima di adottare questi protocolli
Se un’azienda intende introdurre stabilmente i prelievi anticipati, dovrebbe innanzitutto dimostrare che l’intervento produce benefici superiori ai costi assistenziali e organizzativi.
Per farlo, deve essere in grado di rispondere ad alcune domande fondamentali.
Quanto diminuisce realmente il tempo complessivo di permanenza dei pazienti, confrontando condizioni di affollamento comparabili?
Quanti esami vengono anticipati in modo appropriato e quanti risultano non necessari o vengono successivamente ripetuti?
Qual è l’impatto sui tempi di triage, sulla rivalutazione dei pazienti in attesa e sul numero di persone che abbandonano il Pronto soccorso prima della visita?
Quali risorse infermieristiche sono destinate alle nuove attività e come viene misurato il carico di lavoro?
Quali procedure garantiscono la presa in carico tempestiva dei risultati critici?
E soprattutto, il miglioramento riguarda soltanto alcuni indicatori di processo oppure determina un beneficio clinico e assistenziale verificabile?
Sono interrogativi che riguardano direttamente la sicurezza delle cure.
La legge 24/2017, all’articolo 1, collega espressamente la sicurezza alla prevenzione e alla gestione del rischio e all’utilizzo appropriato delle risorse strutturali, tecnologiche e organizzative.
Non è sufficiente introdurre una procedura e definirla innovativa.
Occorre dimostrarne l’efficacia, monitorarne gli effetti e correggerne le criticità.
La sicurezza del paziente deve essere l’obiettivo, non una variabile da adattare alle necessità produttive dell’organizzazione.
La vera sfida non è far lavorare prima gli infermieri, ma far funzionare meglio il sistema
Il Pronto soccorso italiano non ha bisogno di una contrapposizione tra professionisti.
Ha bisogno di modelli organizzativi capaci di utilizzare tutte le competenze disponibili, superare i colli di bottiglia e garantire continuità assistenziale.
I protocolli di anticipazione diagnostica possono rappresentare una parte di questa risposta.
Ma soltanto una parte.
Il sovraffollamento richiede interventi sul personale, sulla gestione dei posti letto, sui percorsi diagnostici, sull’organizzazione dei reparti e sull’integrazione tra ospedale e territorio.
Concentrare l’attenzione esclusivamente sul lavoro infermieristico rischia di spostare la discussione dalle responsabilità di sistema alle prestazioni del singolo professionista.
Ed è proprio questo il punto che non dovrebbe sfuggire.
Gli infermieri devono essere messi nelle condizioni di esprimere pienamente le proprie competenze.
Non devono diventare il meccanismo attraverso il quale si cerca di rendere sostenibile un’organizzazione che continua a funzionare al limite.
Perché ogni nuova responsabilità richiede condizioni adeguate per essere esercitata.
E ogni innovazione, se non accompagnata da risorse e verifiche, rischia di scaricare ulteriori tensioni su chi garantisce quotidianamente l’assistenza.
Conclusioni: trenta minuti sono importanti, ma non possono diventare un alibi
La ricerca sui prelievi anticipati apre una prospettiva interessante per il futuro dell’assistenza infermieristica in emergenza-urgenza.
Dimostra che ripensare i percorsi diagnostici può migliorare alcuni tempi di processo e favorire un utilizzo più efficace delle competenze professionali.
Non dimostra che il sovraffollamento possa essere risolto con un protocollo.
E non fornisce, da sola, tutte le informazioni necessarie per stabilire se l’intervento sia sostenibile in qualsiasi contesto organizzativo.
Il punto non è essere favorevoli o contrari ai prelievi anticipati.
Il punto è pretendere che ogni nuova attività sia accompagnata da formazione, responsabilità chiaramente definite, personale adeguato e risultati misurabili.
Perché un Pronto soccorso che risparmia trenta minuti grazie agli infermieri, ma continua a lasciare i pazienti in attesa per ore, non ha ancora risolto il suo problema principale.
Ha soltanto dimostrato che i professionisti possono contribuire a gestirne meglio una parte.
E se il Servizio sanitario nazionale vuole davvero valorizzare gli infermieri, deve smettere di considerarli una risorsa organizzativa da comprimere all’infinito.
L’innovazione è autentica quando migliora le cure e le condizioni in cui vengono erogate. Quando aumenta soltanto le cose da fare, rischia di essere semplicemente altro lavoro, con un nome più moderno.
Fonti e riferimenti
– Durando F. et al. (2026), *Impact of early blood testing on emergency department length of stay during overcrowding*, International Emergency Nursing, 85, 101772. [Studio originale su PubMed](https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41671714/).
– Gottlieb M. et al. (2021), *Triage Nurse-Ordered Testing in the Emergency Department Setting: A Review of the Literature for the Clinician*, Journal of Emergency Medicine, 60(4), 570–575. [PubMed](https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33419653/).
– Ministero della Salute, *Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero*, Accordo Stato-Regioni del 1° agosto 2019. [Documento ufficiale](https://www.statoregioni.it/media/1953/p-01-csr-atto-rep-n-143-01-agosto2019.pdf).
– Ministero della Salute, *Linee di indirizzo nazionali per lo sviluppo del piano di gestione del sovraffollamento in pronto soccorso*, 2019. [Documento ministeriale](https://www.salute.gov.it/new/it/pubblicazione/linee-di-indirizzo-nazionali-lo-sviluppo-del-piano-di-gestione-del-sovraffollamento/).
– DM 739/1994, legge 42/1999, legge 251/2000 e legge 24/2017.
– SIMEU, indagine sulle condizioni dei Pronto soccorso diffusa nel maggio 2026. [Sintesi dei risultati](https://tg24.sky.it/salute-e-benessere/2026/05/09/pronto-soccorso-sotto-organico-dati-italia).
– InfermieriAttivi, 20 ottobre 2026, *Prelievi anticipati dagli infermieri in Pronto Soccorso: si riducono davvero i tempi di attesa?* [Articolo di partenza](https://www.infermieriattivi.it/tecniche-e-tecnologie/procedure-e-protocolli/7981-prelievi-anticipati-dagli-infermieri-in-pronto-soccorso.html).
Redazione
