Nel dibattito sulla sanità pubblica calabrese, una cifra ha assunto un ruolo centrale: mille infermieri inidonei. Un numero ripetuto più volte e rilanciato nel confronto pubblico anche dal Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, capace di orientare il racconto mediatico e di suggerire una conclusione implicita: il sistema regionale sarebbe sostanzialmente a posto, mentre il problema risiederebbe nei comportamenti o nelle condizioni individuali di una parte del personale.
È proprio questa narrazione che merita di essere messa in discussione.
Un numero che pesa solo se isolato dal contesto
Ad oggi, il dato dei mille infermieri inidonei, richiamato nel dibattito politico regionale, non è accompagnato da una pubblicazione ufficiale dettagliata che chiarisca quante inidoneità siano totali e quante parziali, quante temporanee e quante permanenti, la distribuzione per aziende sanitarie e, soprattutto, la distribuzione per fasce di età.
Senza questi elementi, il numero non è una fotografia del sistema, ma un’affermazione politica. E quando un numero viene usato senza contesto, smette di informare e inizia a orientare il giudizio.
Questo non significa negare l’esistenza del fenomeno. Una stima indiretta, basata sul numero di infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale in Calabria e sulle percentuali di limitazioni lavorative osservate a livello nazionale, colloca plausibilmente l’ordine di grandezza tra 700 e 1.000 professionisti. Ma è proprio questa plausibilità che rende inevitabile la domanda successiva: perché questo dato viene presentato come un’anomalia ingestibile?
L’elemento rimosso: età e demografia del lavoro infermieristico
Se una parte significativa di questi infermieri è composta da professionisti over 55 o over 60, il dato cambia radicalmente di significato. Non descrive un abuso, ma un fenomeno demografico prevedibile in una regione che ha bloccato il turnover per anni, ritardato le assunzioni, accumulato precarietà e rinviato una vera pianificazione del personale.
Un sistema che invecchia senza ricambio genera inevitabilmente limitazioni lavorative. Questo non è un fallimento individuale, ma un esito strutturale.
La Calabria e il nodo strutturale della carenza infermieristica
C’è inoltre un dato strutturale che nel dibattito pubblico viene sistematicamente rimosso. La Calabria è la regione con il più basso rapporto infermieri per abitanti in Italia. Questo significa che ogni infermiere rimasto in servizio sostiene carichi assistenziali superiori alla media nazionale, in un contesto già segnato da una cronica insufficienza di organico.
In una regione con un numero di infermieri così ridotto rispetto alla popolazione, qualsiasi quota di limitazioni lavorative appare immediatamente sproporzionata. Non perché il dato sia eccezionale in termini assoluti, ma perché viene calato in un sistema già sottodimensionato. È l’effetto denominatore: quando il numero complessivo di infermieri è basso, ogni riduzione o limitazione pesa di più e viene percepita come emergenza.
Questo elemento ribalta la narrazione dominante. Se mille infermieri con limitazioni sembrano troppi, è anche perché la Calabria parte da una dotazione infermieristica strutturalmente insufficiente, la più bassa del Paese. In un sistema adeguatamente dimensionato, lo stesso numero sarebbe fisiologico e gestibile. In un sistema sotto organico, diventa invece lo strumento perfetto per spostare l’attenzione dalle carenze strutturali alle presunte responsabilità individuali.
Perché il numero appare alto
Mille infermieri con limitazioni funzionali non sono automaticamente un problema. Diventano un problema solo se inseriti in un’organizzazione rigida, costruita esclusivamente sulla forza lavoro di corsia, senza differenziazione di ruoli, funzioni e carichi.
In un sistema organizzato, l’età viene ammortizzata, l’esperienza viene redistribuita, le limitazioni non espellono ma riorientano. In un sistema che lavora costantemente in emergenza, invece, ogni limitazione individuale viene percepita come una sottrazione netta di personale.
Il numero appare alto non perché sia fuori scala, ma perché il sistema non è in grado di assorbirlo.
La strumentalizzazione del dato: quando il sistema si assolve
È qui che il dato viene politicamente utilizzato. Presentare il problema come quello di troppi infermieri inidonei produce un messaggio implicito: la Regione Calabria, e quindi la sua governance, sarebbero sostanzialmente efficienti, mentre il problema risiederebbe nei lavoratori.
In questa narrazione, rafforzata anche dalle dichiarazioni del Presidente Roberto Occhiuto, il sistema si autoassolve, le scelte di programmazione spariscono, l’usura professionale diventa sospetto e prende forma l’ombra dei cosiddetti furbetti.
Ma se davvero il fenomeno fosse riconducibile a comportamenti opportunistici diffusi, la domanda sarebbe un’altra: dov’era, e dov’è oggi, la governance regionale?
Un sistema che dispone di medici competenti, direzioni aziendali, servizi di prevenzione e controlli non può scaricare su presunti abusi individuali una criticità di questa portata senza ammettere una responsabilità organizzativa e politica.
Il grande assente: il personale di supporto
C’è poi una rimozione ancora più evidente. Nel racconto sugli infermieri inidonei non si parla quasi mai del personale di supporto.
Eppure una parte significativa dell’usura infermieristica deriva dal fatto che gli infermieri svolgono attività fisicamente gravose, spesso in assenza di un numero adeguato di operatori socio-sanitari, con carichi assistenziali sproporzionati.
Se il personale di supporto fosse strutturalmente adeguato, molte limitazioni non si tradurrebbero in inidoneità. La domanda politica allora diventa inevitabile: perché si contano gli infermieri che non reggono più, ma non si contano quelli che mancano per supportarli?
Demansionamento: la falsa soluzione
In assenza di una riorganizzazione vera, la risposta diventa il demansionamento. Infermieri esperti vengono spostati su mansioni improprie non per valorizzarne le competenze, ma per fare spazio in corsia.
Questa non è una politica del lavoro sanitario. È una strategia difensiva che disperde competenze, aumenta il carico su chi resta, alimenta nuove inidoneità e incrementa il rischio clinico.
La sanità pubblica calabrese non ha un problema di infermieri inidonei. Ha un problema di governo del lavoro sanitario.
Usare un numero senza contesto, anche se pronunciato dal Presidente della Regione, per dimostrare che il sistema funziona e che il problema sono i singoli, è una scorciatoia politica che sposta il bersaglio. Se davvero esistono abusi, vadano accertati. Ma trasformare un fenomeno strutturale in una colpa individuale significa confondere l’effetto con la causa.
Un servizio sanitario che si difende delegittimando chi lo tiene in piedi non è un sistema in salute. È un sistema che ha smesso di assumersi le proprie responsabilità.
Quando il potere deve spiegarsi accusando chi lavora, significa che non ha più una visione da offrire.
NursenNews.eu
