La rete nazionale sulle malattie infettive emergenti, avviata grazie ai fondi del PNRR e raccontata anche da Il Sole 24 Ore, rappresenta uno dei più ambiziosi investimenti italiani in ricerca, prevenzione e risposta alle crisi sanitarie future.
Un progetto che guarda lontano: sorveglianza, diagnostica avanzata, modelli predittivi, approccio One Health.
Eppure, analizzando la composizione della rete e dei partner ufficiali, emerge una assenza rilevante:
la partecipazione strutturata della professione infermieristica.
Un paradosso del sistema sanitario
Le malattie infettive emergenti non sono un problema esclusivamente di laboratorio, né soltanto di ricerca accademica.
Sono, prima di tutto, un fenomeno clinico-assistenziale, che si manifesta e si gestisce:
nei reparti ospedalieri
nei pronto soccorso
nelle RSA
nei territori
nei percorsi di isolamento, prevenzione e sorveglianza
E in tutti questi contesti, l’infermiere è il primo osservatore, il primo esecutore e spesso il primo decisore operativo.
Escludere o non integrare formalmente la componente infermieristica nei grandi progetti strategici sulle malattie infettive significa costruire un modello incompleto, sbilanciato verso la teoria e meno aderente alla realtà quotidiana della sanità.
Il ruolo chiave dell’infermiere nelle infezioni emergenti
L’infermieristica moderna non è solo assistenza, ma governo del rischio clinico e infettivo.
Gli infermieri sono centrali in:
sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza (ICA)
applicazione e verifica dei protocolli di isolamento
uso corretto dei DPI
educazione sanitaria del paziente e della comunità
gestione dei percorsi sporco/pulito
early warning clinico su deterioramento infettivo
continuità assistenziale ospedale–territorio
Tutte aree strategiche per qualsiasi rete che voglia davvero prepararsi alle future pandemie.
PNRR e ricerca: perché serve una partecipazione infermieristica strutturata
I grandi progetti PNRR parlano di innovazione, resilienza, preparedness.
Ma l’innovazione non è solo tecnologia, è anche organizzazione, processi, competenze professionali.
Coinvolgere formalmente la professione infermieristica significa:
portare nel progetto il punto di vista dell’assistenza reale
migliorare l’applicabilità delle soluzioni tecnologiche
ridurre il gap tra ricerca e pratica clinica
rafforzare la sanità territoriale e preventiva
valorizzare competenze avanzate già esistenti ma sottoutilizzate
Senza infermieri, il rischio è che i modelli restino eccellenti sulla carta ma fragili nella realtà.
Non una rivendicazione, ma una necessità di sistema
Questa non è una battaglia corporativa.
È una questione di efficacia del Servizio Sanitario Nazionale.
La pandemia da COVID-19 lo ha dimostrato chiaramente:
quando il sistema è sotto stress, sono gli infermieri a reggere l’urto operativo, spesso supplendo a carenze strutturali e decisionali.
Non riconoscerli come stakeholder strategici nei grandi progetti su malattie infettive emergenti significa non aver ancora imparato del tutto la lezione.
Verso un vero polo di innovazione sanitaria
Se la rete PNRR sulle malattie infettive vuole davvero evolvere in un Polo tecnologico di innovazione, deve compiere un passo ulteriore:
integrare stabilmente la professione infermieristica
includere associazioni e competenze infermieristiche nei tavoli di lavoro
riconoscere l’infermiere come attore di prevenzione, sorveglianza e risposta
Solo così l’innovazione diventa sanità reale, e non solo ricerca d’eccellenza.
Conclusione
Le malattie infettive emergenti non si fermano ai confini dei laboratori.
Entrano nei reparti, nelle case, nelle comunità.
E lì, da sempre, ci sono gli infermieri.
Escluderli significa indebolire il sistema.
Coinvolgerli significa prepararsi davvero al futuro.
