Dal medico di famiglia alle RSA, dagli ospedali convenzionati agli appalti, il Servizio sanitario nazionale è già un sistema misto. Il problema non è il privato, ma come viene governato.
Per anni abbiamo raccontato il Servizio sanitario nazionale come un blocco compatto, interamente pubblico. Ma la realtà è diversa. Il SSN è già un sistema ibrido, dove pubblico e privato convivono in quasi ogni segmento dell’assistenza.
Il privato non è una novità che rischia di entrare nel sistema: ci lavora già. È presente nella medicina generale, nelle strutture accreditate, nelle RSA, nell’odontoiatria, nei servizi acquistati direttamente dai cittadini e perfino dentro gli ospedali pubblici attraverso appalti, tecnologie, servizi e manutenzioni.
Il primo esempio è rappresentato dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta. Pur svolgendo una funzione pubblica essenziale, non sono dipendenti del SSN ma professionisti convenzionati. Un modello che ha garantito capillarità, ma che oggi mostra limiti evidenti nell’integrazione con Case della Comunità, presa in carico dei pazienti cronici e continuità assistenziale.
Poi c’è il privato accreditato. Ospedali, cliniche e centri diagnostici erogano milioni di prestazioni finanziate con risorse pubbliche. In molte aree del Paese rappresentano una componente indispensabile dell’offerta sanitaria. Il nodo, però, non è la loro esistenza, ma la capacità del sistema pubblico di misurarne qualità, appropriatezza, esiti e costi.
Ancora più evidente è il caso delle RSA e della non autosufficienza. Quando il territorio non riesce a garantire assistenza adeguata, il peso economico ricade sulle famiglie, che finiscono per sostenere rette, assistenza domiciliare, badanti e professionisti sanitari. Una spesa che cresce silenziosamente e alimenta le disuguaglianze.
C’è poi il fenomeno dell’out of pocket. Sempre più cittadini pagano visite, esami e interventi non perché preferiscano il privato, ma perché non possono attendere mesi per una prestazione nel pubblico. Più che acquistare sanità, acquistano tempo.
Infine esiste un “privato invisibile”, quello che opera quotidianamente dentro gli ospedali pubblici. Cooperative, appalti, manutenzioni, software, logistica, servizi informatici e forniture rappresentano ormai una parte strutturale del funzionamento delle aziende sanitarie. Il problema non è esternalizzare, ma farlo senza controlli, trasparenza e capacità di governo.
Il vero rischio, quindi, non è una privatizzazione improvvisa o dichiarata. È una privatizzazione progressiva, che cresce ogni volta che il cittadino è costretto a pagare per ottenere in tempi ragionevoli ciò che il Servizio sanitario dovrebbe garantire.
Per questo la domanda non dovrebbe essere quanto spazio concedere al privato, ma come governare un sistema che è già misto. Servono regole uguali per tutti, trasparenza sugli esiti, integrazione dei percorsi assistenziali, valutazione della qualità e una governance capace di mettere realmente al centro il paziente.
Il futuro del SSN non si gioca nello scontro ideologico tra pubblico e privato. Si gioca nella capacità del pubblico di mantenere la guida del sistema, evitando che l’universalismo venga sostituito da una sanità sempre più dipendente dalla capacità di spesa dei cittadini. Perché il privato può essere una risorsa, ma solo se è il pubblico a stabilire le regole del gioco.
Redazione NurseNews.eu
