La nomina di 9 direttori generali su 12 da parte della Regione Sardegna non chiude, ma riapre il dossier più delicato della sanità isolana. Restano infatti scoperte le ASL di Cagliari, Sassari e Gallura, le tre aziende più rilevanti per popolazione assistita, volumi di attività e impatto finanziario. Una scelta che, secondo le opposizioni, fotografa una governance ancora fragile e segnata da decisioni prese sotto pressione.
La decisione della Giunta guidata da Alessandra Todde arriva dopo la sentenza della Corte costituzionale del 24 dicembre, che ha dichiarato illegittimo il commissariamento generalizzato disposto nella precedente legislatura. Proprio quel verdetto, però, secondo il centrodestra, avrebbe imposto una riflessione più profonda prima di procedere con nomine parziali e accelerate.
Le nomine e il vuoto nelle ASL strategiche
I direttori generali indicati sono nove, selezionati dall’elenco nazionale previsto dal decreto legislativo 171/2016, con incarico triennale. Tuttavia, per Cagliari, Sassari e Gallura la Regione ha scelto di rinviare a gennaio, in attesa della pronuncia del TAR sul ricorso dell’ex DG della ASL di Sassari, Flavio Sensi.
Per le opposizioni, questo rinvio non è un dettaglio tecnico ma un elemento di instabilità: tre aziende cardine restano senza una guida pienamente legittimata mentre il sistema sanitario regionale affronta contenziosi, carenze organizzative e squilibri territoriali già evidenti.
Il nodo politico: responsabilità, tempi e danno erariale
Il punto più critico, sollevato con forza dall’opposizione, riguarda le conseguenze giuridiche ed economiche della stagione dei commissariamenti dichiarati incostituzionali. Secondo Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari Sociali e Salute della Camera, la fretta nel chiudere le nomine entro il 31 dicembre avrebbe un obiettivo preciso: mettersi al riparo dalla responsabilità erariale sfruttando lo scudo ancora in vigore fino a fine anno.
La critica è netta: a fronte di scelte dichiarate illegittime, la Regione rischia ora una valanga di ricorsi e richieste risarcitorie, con costi che ricadrebbero sull’ente pubblico e, quindi, sui cittadini sardi. Non pagherebbero i decisori, ma il sistema sanitario nel suo complesso, con meno risorse per servizi e assistenza.
Una maggioranza unita, ma una sanità ancora esposta
La Giunta rivendica l’operazione come scelta politica di una maggioranza coesa. Le opposizioni, però, leggono un quadro diverso: una sanità ancora ostaggio di equilibri pregressi, in cui la nuova governance si trova costretta a convivere con assetti ereditati e con gli effetti di decisioni assunte nella fase iniziale della legislatura.
Secondo Fausto Piga, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, le nomine parziali possono anche tenere insieme Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, ma non risolvono il problema centrale: il danno erariale potenziale resta, così come l’incertezza su chi ne risponderà.
Una governance incompleta e una partita ancora aperta
Per il centrodestra – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Partito Sardo d’Azione – la vicenda conferma un dato politico: la sanità sarda esce dal commissariamento senza una vera ricostruzione del governo del sistema.
Con tre ASL strategiche ancora senza direttore generale, sentenze costituzionali alle spalle e ricorsi amministrativi pendenti, la fase che si apre non è di stabilizzazione, ma di esposizione al rischio istituzionale e finanziario. È su questo terreno che le opposizioni annunciano battaglia, chiedendo trasparenza, assunzione di responsabilità e garanzie affinché gli errori amministrativi non si traducano, ancora una volta, in costi per i cittadini e in un ulteriore indebolimento della sanità pubblica sarda.
