“C’è l’OSS”: perché questa risposta non regge sul piano tecnico-organizzativo
Demansionamento infermieristico, rischio lavorativo e responsabilità di sistema
Nel confronto sul demansionamento infermieristico, una delle risposte più frequenti delle aziende sanitarie è la seguente: l’infermiere sarebbe adeguatamente supportato dal personale OSS. È una formula apparentemente rassicurante, spesso sufficiente a chiudere la discussione sul piano delle mansioni e a spostare l’eventuale contenzioso davanti al Tribunale del lavoro.
Tuttavia, se si abbandona la lettura contrattuale e si osserva il problema dal punto di vista tecnico-organizzativo e prevenzionistico, questa affermazione mostra limiti evidenti.
La presenza dell’OSS in reparto è un dato formale. La riduzione del rischio lavorativo, invece, è un dato tecnico che deve essere dimostrato. In materia di salute e sicurezza, ciò che conta non è l’organigramma, ma l’attività concretamente svolta. Il rischio si misura sulla base di ciò che il professionista fa realmente, con quale frequenza e con quale livello di esposizione.
Un infermiere che partecipa in modo sistematico ad attività di assistenza di base, come l’igiene del paziente, la movimentazione o la gestione di escrezioni e secrezioni, è esposto a un rischio biologico e biomeccanico reale. Questa esposizione non viene annullata dalla presenza dell’OSS. Al massimo viene condivisa, ma resta comunque presente.
Nella pratica quotidiana, infatti, l’infermiere non è una figura estranea a queste attività. Coordina, integra, interviene nei momenti critici e spesso supplisce alle assenze o ai sovraccarichi del personale di supporto. Questo determina un doppio effetto: da un lato l’esposizione diretta al rischio, dall’altro la frammentazione dell’assistenza infermieristica, con un aumento del carico fisico e cognitivo.
Dal punto di vista prevenzionistico, il rischio non si “diluisce” con il supporto organizzativo. Il rischio si valuta sull’azione concreta. Dire che c’è l’OSS non dimostra che l’esposizione dell’infermiere sia diminuita, né che il rischio sia stato governato.
La vera questione tecnica, infatti, non è contestare la presenza dell’OSS, ma porre una domanda precisa: in che modo questa presenza ha modificato il profilo di rischio dell’infermiere?
Per rispondere in modo corretto, l’azienda dovrebbe poter documentare l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi, la revisione delle schede di rischio, l’adeguamento della sorveglianza sanitaria e l’esistenza di indicazioni operative formalizzate. In assenza di questi elementi, il supporto OSS resta una scelta organizzativa, non una misura di prevenzione riconoscibile.
In questo contesto emerge il ruolo del medico del lavoro. Se la presenza dell’OSS fosse davvero in grado di ridurre l’esposizione dell’infermiere, tale riduzione dovrebbe riflettersi nella valutazione sanitaria, nella periodicità dei controlli e nelle eventuali prescrizioni. Quando questo non accade, si crea una frattura tra organizzazione dichiarata e rischio reale.
È proprio in questa frattura che entra in gioco INAIL. L’INAIL non valuta il demansionamento né la correttezza dell’assetto contrattuale. Valuta se il rischio era prevedibile, se l’esposizione era coerente con quanto dichiarato nel DVR e se le misure adottate erano adeguate. In caso di infortunio o di malattia professionale, l’ente ricostruisce l’attività realmente svolta dal lavoratore, non quella teoricamente prevista.
Da questo punto di vista, l’argomento “c’è l’OSS” perde valore se non è supportato da una reale governance del rischio. Non elimina l’esposizione e non solleva l’organizzazione dalle proprie responsabilità.
Affrontare il tema in questi termini consente di uscire dalla contrapposizione tra professioni e di superare la logica del “può” o “non può” fare. La questione non riguarda la svalutazione del personale OSS né una rivendicazione identitaria dell’infermiere. Riguarda la coerenza organizzativa, la tutela dei professionisti e la sicurezza delle cure.
Dire che c’è l’OSS non equivale a dire che il rischio è governato. Finché l’organizzazione reale del lavoro non viene tradotta in una valutazione del rischio coerente, in una sorveglianza sanitaria adeguata e in misure preventive concrete, quella affermazione resta una copertura difensiva, non una risposta tecnica.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

