Dopo la violenta aggressione al Triage del Pronto Soccorso, l’Ordine degli Infermieri chiede più personale, vigilanza, presenza delle Forze dell’ordine, de-escalation e tutela legale. NurseNews allarga il confronto sulle misure di sicurezza: sul tavolo anche il cosiddetto “Daspo sanitario” e l’eventuale impiego dei militari a supporto delle Forze di polizia nei presidi più esposti.
CATANIA – La condanna non basta più. Dopo le prese di posizione arrivate dal mondo medico, sulla grave aggressione avvenuta nella tarda serata del 20 settembre al Triage del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Marco interviene anche l’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Catania.
Un episodio che ha lasciato dietro di sé quattro feriti: un infermiere, due addetti alla vigilanza e il familiare di un altro paziente. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’infermiere ha riportato una prognosi di cinque giorni, i due vigilanti rispettivamente di cinque e venti giorni e il familiare trenta giorni. Danneggiati anche una porta e alcuni arredi dell’area Triage. Le Forze dell’ordine sono intervenute e sono in corso gli accertamenti sulle responsabilità.
L’episodio riporta ancora una volta al centro una questione che riguarda direttamente infermieri, medici, OSS, personale della vigilanza e, inevitabilmente, gli stessi cittadini: quanto sono realmente sicuri oggi i Pronto Soccorso?
OPI Catania: «Non possiamo lavorare con la paura di essere aggrediti»
La posizione dell’OPI Catania è netta.
Il presidente Giuseppe D’Angelo parla dell’«ennesimo episodio di una violenza inaccettabile che colpisce in prima linea proprio gli infermieri».
«Non possiamo più considerare normale che chi è in prima linea, 24 ore su 24, per garantire assistenza, cura e accoglienza, debba farlo con la paura di essere aggredito».
Per D’Angelo il tema riguarda in modo particolare i Pronto Soccorso, ambienti nei quali ogni giorno si concentrano emergenza, sofferenza, attese e situazioni ad alta complessità.
Ma l’Ordine evidenzia anche un secondo aspetto: quando viene aggredito un infermiere non viene colpito soltanto un lavoratore.
«Aggredire un infermiere che sta prestando assistenza significa interrompere un servizio essenziale e mettere potenzialmente a rischio anche la cura degli altri pazienti presenti».
L’OPI esprime quindi piena solidarietà al collega ferito e agli altri operatori coinvolti.
Il nodo body cam: «Non fermano una mano che colpisce»
È probabilmente questo il passaggio politicamente e sindacalmente più rilevante dell’intervento dell’Ordine.
L’Azienda Policlinico “G. Rodolico-San Marco” aveva annunciato nel febbraio 2026 l’introduzione sperimentale delle body cam nei Pronto Soccorso dei due presidi, destinate a medici, infermieri e OSS e attivabili in caso di necessità. Il 4 agosto l’Azienda ha poi comunicato l’entrata in funzione delle prime body cam nel Pronto Soccorso del presidio Rodolico.
L’OPI riconosce lo sforzo dell’Azienda, ma pone un limite molto preciso alla funzione di questi dispositivi.
«Le body cam possono servire a posteriori, ma non fermano una mano che colpisce».
Da qui la richiesta di D’Angelo: più personale, presenza fissa e adeguata delle Forze dell’ordine e della vigilanza, percorsi di de-escalation e una tutela legale reale degli operatori.
«Non bastano più le parole di condanna, servono azioni concrete», conclude il presidente dell’OPI.
Un problema che va ben oltre Catania
I numeri nazionali spiegano perché il tema non possa essere circoscritto all’ultimo episodio del San Marco.
Secondo l’Osservatorio nazionale del Ministero della Salute, nel 2025 sono state segnalate quasi 18 mila aggressioni, con 23.367 operatori coinvolti. Gli infermieri rappresentano il gruppo professionale maggiormente interessato, con il 55% delle segnalazioni, davanti a medici e OSS. I Pronto Soccorso figurano inoltre tra gli ambienti ospedalieri nei quali il fenomeno si manifesta maggiormente.
La risposta normativa è stata rafforzata negli ultimi anni. La legge 171 del 18 novembre 2024 ha convertito il decreto contenente nuove misure di contrasto alle aggressioni contro personale sanitario e sociosanitario e ai danneggiamenti nelle strutture sanitarie. Il Ministero ricorda inoltre l’introduzione della possibilità dell’arresto in flagranza differita nei casi previsti dalla normativa.
Eppure il fenomeno continua a produrre migliaia di segnalazioni.
È da qui che, secondo NurseNews, vale la pena riaprire il confronto sulle misure ulteriori proposte negli ultimi anni, verificandone applicabilità, limiti ed efficacia.
Daspo sanitario: esiste una proposta, ma non è legge
Una delle formule entrate nel dibattito è quella del cosiddetto “Daspo sanitario”.
Non si tratta, allo stato attuale, di una misura vigente.
Al Senato risulta il disegno di legge S.1224, presentato il 5 settembre 2024 dal senatore Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia insieme ad altri cofirmatari. La proposta riguarda la sospensione della gratuità per gli autori di aggressioni contro operatori sanitari e di reati contro il patrimonio sanitario. Sul portale del Senato l’iter risulta ancora nella fase “da assegnare”.
Il proponente aveva descritto il meccanismo come una sospensione per tre anni della gratuità delle cure programmate e di elezione, precisando che il diritto alle cure sarebbe comunque preservato. È questa proposta che nel dibattito mediatico è stata definita “Daspo sanitario”.
È però un tema che inevitabilmente apre anche questioni giuridiche, organizzative ed etiche: quali prestazioni comprendere, nei confronti di chi applicare la misura, con quale accertamento definitivo della responsabilità e come conciliarla con il diritto alla tutela della salute.
Per questo NurseNews ritiene utile riaprire il confronto, senza confondere una proposta parlamentare con una norma già operativa.
Esercito davanti agli ospedali? Cosa significherebbe realmente
C’è poi un’altra ipotesi già emersa nel dibattito nazionale: l’utilizzo dell’Esercito nei pressi degli ospedali maggiormente esposti, nell’ambito dei dispositivi di sicurezza pubblica.
La richiesta di valutare l’impiego dei militari negli ospedali era stata avanzata, tra gli altri, dal sindacato Nursing Up già durante l’ondata di aggressioni del 2024.
Anche in questo caso occorre però distinguere lo slogan dal funzionamento concreto.
L’Italia dispone già dell’operazione “Strade Sicure”: ad agosto 2026 risultavano impiegati circa 6.800 militari in 58 province, a presidio di oltre mille siti e aree considerate sensibili. I militari operano in concorso con le Forze di polizia; l’impiego sul territorio viene definito in coordinamento con le Prefetture e i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Ciò significa che un eventuale presidio militare davanti a un ospedale non potrebbe essere deciso autonomamente da un’Azienda sanitaria o da un Ordine professionale: dovrebbe rientrare nelle valutazioni delle autorità competenti per la pubblica sicurezza.
A Catania il tema della sicurezza ospedaliera era già stato affrontato dalla Prefettura, che aveva ricordato la presenza di posti fissi di polizia negli ospedali cittadini e, per il San Marco, la vicinanza di un Commissariato di Polizia e di una Compagnia dei Carabinieri. Tra le ipotesi analizzate figuravano anche un collegamento diretto dei Pronto Soccorso con le sale operative tramite NUE 112 e l’intensificazione dei servizi di controllo e vigilanza.
Body cam, polizia, vigilanza, personale: quale modello di sicurezza?
È probabilmente questa la domanda che l’ennesima aggressione del San Marco pone con maggiore urgenza.
Il Ministero della Salute, nell’aggiornamento delle misure preventive, indica un approccio composto da diversi strumenti: presidi di polizia dove previsti, coordinamento con le Forze dell’ordine, allarmi e pulsanti antipanico, videosorveglianza, metal detector nei contesti appropriati, body cam, formazione degli operatori e interventi organizzativi capaci di ridurre tensioni e fattori di rischio.
La posizione dell’OPI Catania aggiunge un elemento preciso: la tecnologia, da sola, non può sostituire la presenza delle persone e un’organizzazione della sicurezza adeguata.
Il “Daspo sanitario” e un eventuale coinvolgimento dell’Esercito rappresentano invece proposte differenti, sulle quali la politica e le istituzioni dovrebbero eventualmente confrontarsi valutandone effetti, limiti e compatibilità con il quadro normativo.
NurseNews rilancia il tema partendo da una constatazione: mentre si discute degli strumenti, nei Pronto Soccorso infermieri e altri professionisti continuano a essere la categoria più esposta al contatto diretto con l’utenza e alle conseguenze delle situazioni di violenza. I dati nazionali lo documentano.
E dopo quanto accaduto al San Marco, la domanda torna inevitabilmente sul tavolo: le misure attuali sono sufficienti oppure il sistema di protezione dei professionisti sanitari deve essere ripensato?
