NAPOLI – Quel pomeriggio in sala operatoria al Monaldi resterà impresso nella memoria di chi c’era. Quando dalla borsa termica arriva il cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo, di appena due anni e mezzo, scoppia subito l’incredulità: l’organo non è morbido, non ha la consistenza che ogni infermiere e chirurgo si aspetta prima di un trapianto. È un blocco di ghiaccio.
Tre infermieri, ascoltati dagli inquirenti che indagano sulla tragedia che ha poi portato alla morte del bambino, hanno raccontato la drammaticità di quei momenti. Davanti a quel cuore visibilmente danneggiato, avvolto in ghiaccio secco e congelato fino all’inverosimile, non ci sono protocolli che tengano. C’è solo la spinta umana a tentare l’impossibile.
«Lo abbiamo tolto dal cestello e sembrava una pietra», raccontano. Prima un getto di acqua fredda, poi tiepida, infine calda: tentativi disperati per riportare quell’organo al minimo di vivibilità, nella speranza che potesse battere ancora. Ma la durezza non cede, il cuore resta compromesso.
Quando si capisce che quel tentativo è fallito, si apre uno dei momenti più duri e controversi dell’intervento. Il primario, di fronte alla scelta impossibile, decide di procedere comunque: qualsiasi altra strada significherebbe lasciare Domenico senza un cuore, visto che il suo era già stato espiantato.
Quella decisione segna l’inizio di una lotta durata oltre due mesi, tra macchine di supporto vitale e speranze sempre più fragili, fino al tragico epilogo.
Oggi gli atti investigativi conservano queste testimonianze come uno specchio di quegli istanti concitati. Nelle parole dei tre infermieri si leggono la tensione, la frustrazione e l’umanità di chi ha provato in ogni modo a salvare una vita, pur sapendo che non esistono soluzioni perfette quando la procedura è compromessa fin dall’inizio.