Il caso Niguarda riporta alla luce una crisi che non nasce oggi e che il Covid aveva già reso evidente. Gli infermieri mancano negli ospedali, ma sono indispensabili anche per Case della Comunità, assistenza domiciliare e Infermieristica di Famiglia e Comunità. Nel frattempo arrivano nuovi stanziamenti e una nuova figura, l’Assistente infermiere. La questione non è più soltanto quanti soldi vengono annunciati: bisogna capire quanti professionisti producono realmente quelle risorse, chi dispone del potere di programmare e correggere e chi risponde quando i servizi non possono essere garantiti.
Sessanta posti letto che non vengono riaperti.
E il timore, espresso dal sindacato, che altri quaranta possano diventare indisponibili con l’arrivo dell’inverno.
È il caso dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano.
Secondo quanto riportato da Fanpage, che attribuisce la comunicazione all’ASST, 60 posti letto distribuiti tra diversi reparti di degenza non sarebbero stati riaperti per carenza di personale sanitario non medico. Giuseppe Rinaldi, coordinatore della CISL FP Milano Metropoli, parla di una carenza infermieristica effettiva di circa 100 unità e sostiene che all’ultima procedura citata dal sindacato si siano presentati meno di 40 candidati, mentre circa 70 professionisti avrebbero risposto a un avviso per attività libero-professionale, non tutti utilizzabili anche per limiti di budget. Sono informazioni e stime sindacali e devono essere presentate come tali.
Un elemento è invece direttamente verificabile sul sito del Niguarda: l’azienda sta effettuando procedure di reclutamento. Nel 2026 risultano, tra gli altri, concorsi per tre posti infermieristici a marzo, altri tre a maggio e cinque posti a tempo indeterminato con turnazione sulle 24 ore pubblicati a luglio.
Il problema, quindi, non può essere ridotto alla semplice frase: “bisogna fare i concorsi”.
I concorsi vengono banditi.
La domanda è perché il reclutamento non riesca a produrre, almeno in alcune realtà, la dotazione necessaria.
Un posto letto senza professionisti non è realmente un posto letto disponibile
Il caso Niguarda mette davanti a una realtà elementare.
Un posto letto ospedaliero non è un materasso dentro una stanza.
Per farlo funzionare servono infermieri, OSS, medici, tecnici, servizi diagnostici, farmaci e un’organizzazione in grado di garantire continuità assistenziale e sicurezza.
Quando manca la componente professionale indispensabile, il letto può esistere fisicamente ma non essere utilizzabile.
È in quel momento che la carenza infermieristica smette definitivamente di essere soltanto una questione occupazionale o sindacale.
Diventa un problema di capacità del Servizio sanitario di erogare cure.
Ed è questa la portata della vicenda milanese: la scarsità di personale comincia a essere misurabile non soltanto attraverso i posti vacanti, ma attraverso i servizi che non possono essere pienamente erogati.
La crisi infermieristica è globale. Ma questo non assolve la programmazione nazionale
Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ricordato nel maggio 2026 che i sistemi sanitari, “non solo quello italiano”, soffrono in particolare per la carenza di infermieri. Su questo la dimensione internazionale è documentata.
L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel 2023 vi fossero 29,8 milioni di infermieri nel mondo e una carenza globale di circa 5,8 milioni, destinata secondo le proiezioni attuali a ridursi a 4,1 milioni nel 2030. Ma la stessa OMS sottolinea che la distribuzione della forza lavoro è fortemente diseguale tra le diverse aree del pianeta.
La crisi globale, quindi, esiste.
Ma non tutti i Paesi vi entrano nelle stesse condizioni.
Nel 2023 l’Italia contava circa 6,9 infermieri praticanti ogni mille abitanti, oltre il 20% in meno della media UE indicata dal Country Health Profile 2025, pari a 8,4. Contemporaneamente disponeva di 5,4 medici praticanti ogni mille abitanti, con un rapporto di appena 1,3 infermieri per medico, tra i più bassi dell’Unione. Lo stesso rapporto identifica nella carenza infermieristica e nelle difficoltà di programmazione della forza lavoro ostacoli strutturali allo sviluppo dell’assistenza integrata.
Quindi affermare che “gli infermieri mancano in tutto il mondo” descrive correttamente il contesto.
Non spiega da solo perché manchino in Italia né quali interventi siano stati adottati per affrontare il problema italiano.
Del resto lo stesso ministro Schillaci aveva riconosciuto già nel 2023 che i vincoli assunzionali degli anni precedenti avevano contribuito alla riduzione del personale e che le difficoltà di reclutamento derivavano anche dalla scarsa attrattività del SSN, con concorsi che talvolta non riuscivano a coprire i posti disponibili.
Prima del Covid gli infermieri mancavano già
Questo è probabilmente uno dei passaggi più importanti per comprendere la situazione attuale.
Il Servizio sanitario nazionale non entrò nella pandemia partendo da una dotazione infermieristica considerata adeguata.
Nel 2019 il Ministero della Salute censiva 256.429 infermieri nel perimetro del SSN considerato dall’Annuario statistico. Nel 2020 erano diventati 264.686. L’aumento fu quindi di 8.257 unità, poco più del 3%.
Ma quello sviluppo si sovrapponeva a una carenza già presente.
Nel 2019 un’elaborazione del Centro Studi FNOPI, basata sui dati del Conto annuale, stimava una carenza corrente di 53.860 infermieri. Considerando le possibili uscite legate a Quota 100, lo scenario arrivava a 76.212 unità.
Per questo bisogna usare con cautela la cifra spesso ripetuta dei “100 mila infermieri mancanti”.
Non esiste un unico dato nazionale certificato e immutabile di 100 mila unità: il risultato cambia in funzione del metodo utilizzato, dello standard assunto come riferimento e del periodo analizzato.
Il problema strutturale, però, è fuori discussione.
Nel 2025 la stessa FNOPI indicava una carenza nell’ordine di 65 mila infermieri, prospettando un possibile ampliamento fino a circa 140 mila con gli effetti della futura ondata pensionistica. Anche questi sono dati della Federazione professionale, non un censimento ministeriale del posto vacante, e vanno indicati come stime.
La conclusione più corretta è quindi questa:
la pandemia colpì un SSN che presentava già una carenza infermieristica nell’ordine di decine di migliaia di professionisti.
Durante il Covid si assunse. Il problema è ciò che rimase dopo l’emergenza
Dire che durante il Covid non fu fatto nulla sul personale sarebbe sbagliato.
Le misure emergenziali consentirono un reclutamento imponente.
Nel 2020 il Ministero riferiva di 29.433 assunzioni legate al potenziamento emergenziale, tra cui 13.607 infermieri e 6.476 OSS.
Un successivo monitoraggio ministeriale rilevava che al 17 dicembre 2021 erano ancora in forza presso aziende ed enti del SSN, per effetto delle misure emergenziali, 76.557 professionisti, di cui 29.151 infermieri; oltre 19 mila di quelle unità erano state reclutate a tempo indeterminato.
Questi numeri non vanno confrontati direttamente con la crescita dello stock 2019-2020: uno misura i reclutamenti effettuati attraverso specifiche misure emergenziali, l’altro fotografa il numero complessivo dei dipendenti in due momenti diversi, dentro cui incidono contemporaneamente assunzioni, cessazioni e differenti forme contrattuali.
Il Covid, dunque, dimostrò almeno due cose.
La prima è che davanti a una vera emergenza è possibile modificare rapidamente procedure, disponibilità finanziarie e modalità di reclutamento.
La seconda è che reclutare in emergenza non equivale automaticamente a risolvere una carenza strutturale.
Nel 2021, nello stesso perimetro statistico, il Ministero censiva 264.768 infermieri: appena 82 in più rispetto ai 264.686 del 2020.
Il dato più recente del Ministero, riferito al 2024, mostra nuovamente una crescita del personale a tempo indeterminato: +1,6% sul 2023, con 58.311 assunzioni a fronte di 47.238 cessazioni. Il rapporto 2024 utilizza però un perimetro statistico più ampio e una pubblicazione riorganizzata rispetto ai vecchi annuari, quindi i suoi 297.983 infermieri non devono essere confrontati meccanicamente con i 256.429 del 2019 come se appartenessero a una serie perfettamente omogenea.
Ed è proprio questo il punto.
Il personale può crescere complessivamente e, allo stesso tempo, risultare ancora insufficiente rispetto ai bisogni assistenziali e alla distribuzione territoriale.
Dopo il Covid abbiamo aggiunto un’altra domanda di infermieri: il territorio
Qui il problema diventa ancora più complesso.
Mentre gli ospedali continuano a cercare infermieri, l’Italia ha avviato una profonda riorganizzazione dell’assistenza territoriale.
Il DM 77 del 2022 prevede Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali, assistenza domiciliare e la diffusione dell’Infermiere di Famiglia o Comunità.
Per quest’ultima figura il decreto stabilisce uno standard di un Infermiere di Famiglia o Comunità ogni 3.000 abitanti e precisa espressamente che si tratta del numero complessivo di IFoC impiegati nei diversi setting dell’assistenza territoriale.
Su scala nazionale questo standard corrisponde a un fabbisogno complessivo nell’ordine dei 20 mila IFoC, stima riportata anche nelle analisi FNOPI/Eurispes. Ma è importante non equivocare: non significa automaticamente che servano 20 mila assunzioni aggiuntive rispetto a tutto il personale esistente, perché parte di quella funzione può essere esercitata da infermieri già presenti nel sistema territoriale.
La domanda corretta è quindi un’altra:
quanti degli infermieri necessari per rispettare lo standard territoriale sono già disponibili e quanti devono essere realmente aggiunti agli organici?
Ed è una domanda decisiva perché quegli infermieri provengono dallo stesso mercato del lavoro dal quale gli ospedali stanno cercando di reclutare.
Le Case della Comunità sono state attivate. Adesso bisogna misurare il personale
Anche su questo punto occorre evitare un errore.
Non sarebbe corretto oggi scrivere semplicemente che le Case della Comunità previste dal PNRR sono rimaste vuote.
Il PNRR, dopo la rimodulazione, ha previsto un target di almeno 1.038 Case della Comunità. Il 29 luglio 2026 il ministro Schillaci ha dichiarato alla Camera il pieno conseguimento del target europeo entro giugno e ha ricordato che la programmazione nazionale supera le 1.400 strutture.
Questo è un dato che va riconosciuto.
Ma raggiungere il target PNRR di strutture con i servizi richiesti attivati e disporre stabilmente di tutto il personale necessario secondo il modello organizzativo sono due misure diverse.
Il DM 77 prevede infatti, per una Casa della Comunità hub, una presenza infermieristica significativa, oltre ad altre figure professionali e di supporto.
Ed è qui che l’analisi sul personale deve diventare molto più precisa.
La questione non è chiedere se gli edifici siano stati aperti.
È chiedere:
con quanti infermieri funzionano, con quali orari, attraverso nuove assunzioni o attraverso personale redistribuito da altri servizi e quanto quella dotazione sia stabile nel tempo.
Se per attivare il territorio si sposta personale già scarso da altri setting, la carenza non necessariamente scompare.
Può semplicemente cambiare indirizzo.
Ospedale e territorio non dovrebbero competere per gli stessi infermieri
Il modello del DM 77 nasce proprio per spostare una quota dell’assistenza fuori dall’ospedale, intercettare precocemente cronicità e fragilità e migliorare la presa in carico.
Quindi rafforzare il territorio può, nel tempo, ridurre parte della pressione ospedaliera.
Ma per costruire quella capacità occorre personale.
E questo genera una fase particolarmente delicata: mentre il nuovo sistema territoriale necessita di migliaia di professionisti, gli ospedali denunciano contemporaneamente difficoltà di reclutamento.
È quindi insufficiente programmare separatamente i due mondi.
La vera programmazione dovrebbe rispondere a una domanda complessiva:
quanti infermieri servono contemporaneamente per garantire ospedali, emergenza, territorio, domiciliarità, residenzialità e prevenzione?
Non quanti possiamo spostare da un servizio all’altro.
Ma quanti ne servono davvero.
E proprio AGENAS ha rilevato quanto la determinazione del fabbisogno nazionale e territoriale richieda metodologie, dati regionali, attività prodotte e configurazione concreta dei servizi; nei propri lavori ha anche evidenziato storicamente l’assenza di un unico modello “gold standard” nazionale per la definizione dei fabbisogni.
E gli OSS? Qui bisogna evitare numeri inventati
Accanto agli infermieri c’è un’altra questione spesso sottovalutata: quella degli operatori sociosanitari.
Anche gli OSS furono reclutati in misura significativa durante il Covid.
Ma sarebbe scorretto scrivere che in Italia “mancano X OSS” senza indicare quale metodologia e quale perimetro producano quella cifra.
Esistono dati sulle consistenze e metodologie per la determinazione del fabbisogno, ma non emerge un singolo indicatore nazionale pubblico e universalmente applicabile equivalente a “mancano esattamente X OSS in tutto il SSN”.
Ed è già questo un tema importante.
Perché una buona programmazione dovrebbe permettere di sapere non soltanto quanti operatori possediamo, ma quanti ne servono nei diversi setting assistenziali rispetto all’attività che vogliamo garantire.
Altrimenti rischiamo di scoprire la carenza soltanto quando il servizio comincia a non funzionare.
In questo scenario arriva l’Assistente infermiere
La nuova figura dell’Assistente infermiere va valutata dentro questo contesto, senza demonizzarla ma neppure attribuendole capacità che la norma non prevede.
Il DPCM del 28 febbraio 2025 stabilisce che l’Assistente infermiere è componente dell’équipe assistenziale, collabora attenendosi alle indicazioni e ai programmi dell’infermiere e svolge attività dirette alla persona attribuite dall’infermiere o previste dalla pianificazione assistenziale.
La norma precisa inoltre che l’Assistente riferisce all’infermiere, responsabile dell’assistenza infermieristica generale, e che le attività attribuite sono collocate in situazioni di bassa discrezionalità decisionale ed elevata standardizzazione.
Quindi l’Assistente infermiere può avere una funzione utile nello skill mix.
Può assumere attività coerenti con il proprio profilo.
Può liberare tempo infermieristico.
Può contribuire a una diversa organizzazione dell’assistenza.
Ma non può essere considerato matematicamente il sostituto dell’infermiere che manca.
Perché il modello stesso previsto dalla norma presuppone un infermiere che pianifica, attribuisce e mantiene la responsabilità dell’assistenza infermieristica generale.
Questo rende necessaria una vigilanza molto concreta sugli organici futuri.
Il parametro non dovrà essere soltanto quanti Assistenti infermieri saranno introdotti.
Dovremo verificare contemporaneamente quanti infermieri rimarranno presenti nelle équipe.
Poi arrivano i miliardi. Ma uno stanziamento non è ancora un infermiere
La legge di bilancio 2026 prevede 450 milioni di euro annui a regime per l’assunzione di personale sanitario da parte delle aziende e degli enti del SSN, oltre a risorse per diverse indennità del personale.
È una misura concreta.
Ma bisogna leggere bene le parole.
Si parla di personale sanitario, non di 450 milioni esclusivamente destinati agli infermieri.
E soprattutto lo stanziamento rappresenta una risorsa disponibile, non il risultato finale.
Per trasformare una somma scritta in legge in un infermiere presente durante il turno bisogna attraversare diversi passaggi:
finanziamento → riparto → programmazione regionale → budget aziendale → fabbisogno → autorizzazione → procedura di reclutamento → candidato disponibile → assunzione → presa di servizio → permanenza nel sistema.
Uno stanziamento può quindi esistere senza produrre automaticamente un incremento equivalente degli organici.
E questa distinzione è fondamentale quando si discute di “miliardi in più alla sanità”.
I soldi non spariscono necessariamente. Ma bisogna sapere che cosa producono
Sarebbe scorretto sostenere senza bilanci alla mano che i soldi stanziati per la sanità vengano semplicemente “spostati altrove”.
Una parte delle risorse aggiuntive può essere assorbita legittimamente dall’aumento dei costi esistenti, dai contratti, dalle indennità, da farmaci, dispositivi, servizi, prevenzione, territorio o nuove prestazioni.
Ma proprio per questo il dato finanziario da solo non è sufficiente.
Un aumento dell’indennità infermieristica può essere utile per migliorare retribuzione e attrattività.
Ma non aggiunge automaticamente un professionista al turno.
Pagare straordinari può mantenere temporaneamente un servizio.
Ma non aumenta l’organico strutturale.
Acquistare prestazioni esterne può coprire un bisogno.
Ma non equivale necessariamente ad assumere personale stabile.
Sono scelte e strumenti differenti.
Perciò accanto alla domanda:
“Quanto è aumentato il finanziamento della sanità?”
dovrebbe essercene sempre un’altra:
“Quale risultato assistenziale misurabile ha prodotto quell’aumento?”
Se l’obiettivo dichiarato è rafforzare il personale, allora bisogna misurare persone, non soltanto euro.
Chi controlla? La domanda giusta è: chi possiede il potere di correggere?
Qui arriviamo alla questione delle responsabilità.
Il controllo economico-contabile è importante, ma non va confuso con il potere di governare il sistema.
Un organismo di vigilanza contabile può verificare la regolarità degli atti.
Non per questo possiede il potere di assumere cento infermieri, modificare la programmazione regionale o ridefinire l’organizzazione di un ospedale.
Se vogliamo capire chi deve rendere conto di un risultato, dobbiamo quindi seguire le competenze e il potere decisionale.
Il Ministero della Salute ricorda che lo Stato determina i LEA e vigila sulla loro erogazione, mentre le Regioni programmano e gestiscono la sanità nei rispettivi territori attraverso le aziende sanitarie. Le Regioni organizzano i servizi, programmano gli interventi, coordinano le aziende e ne verificano l’operato.
In Lombardia, la legge regionale n. 33/2009 stabilisce inoltre che il direttore generale dell’ASST è il legale rappresentante e responsabile della gestione complessiva; lo stesso direttore generale viene nominato e valutato dalla Giunta regionale.
Questo non significa che ogni carenza sia automaticamente colpa del direttore generale.
Significa che la responsabilità deve essere ricostruita seguendo i poteri effettivamente disponibili a ciascun livello.
Per capire il caso Niguarda bisogna aprire gli atti
È qui che una vera verifica dovrebbe cominciare.
Per stabilire dove si sia prodotta la criticità dei 60 posti letto servirebbe ricostruire documentalmente:
quando la carenza infermieristica è stata formalmente rilevata; quale fabbisogno era stato previsto dall’azienda; quante unità erano state richieste e quante autorizzate; quali risorse erano disponibili; quanti infermieri hanno cessato il servizio e per quali ragioni; quanti concorsi e scorrimenti di graduatoria sono stati effettuati; quanti candidati hanno accettato e preso servizio; quali richieste aziendali sono eventualmente state respinte o limitate; quanto si è ricorso a straordinario, prestazioni aggiuntive, libera professione o altre forme di compensazione; quando è stato formalmente segnalato che la carenza avrebbe potuto impedire la piena riapertura dei posti letto.
Soltanto con questi dati possiamo distinguere situazioni completamente diverse.
Se l’azienda aveva previsto e richiesto il personale ma non disponeva delle necessarie autorizzazioni o risorse, bisogna risalire al livello che controllava quelle leve.
Se invece disponeva delle condizioni necessarie ma le procedure erano state insufficienti o tardive, il problema sarebbe principalmente gestionale.
Se azienda e Regione avevano programmato e finanziato correttamente ma non esistevano professionisti disponibili ad accettare i posti, allora la questione diventerebbe quella dell’attrattività del lavoro e della disponibilità complessiva di infermieri.
E se quest’ultima è insufficiente a livello nazionale, entra inevitabilmente in gioco la programmazione formativa e della forza lavoro nel lungo periodo.
Non si può attribuire la responsabilità a chi non possiede il potere di intervenire.
Ma vale anche il principio inverso:
chi possiede una leva decisionale deve poter rendere conto di come l’ha utilizzata.
Dopo il Covid non possiamo più trattare tutto come imprevedibile
Questo è forse il punto conclusivo.
Prima della pandemia sapevamo già che esisteva una carenza infermieristica.
Durante la pandemia abbiamo sperimentato direttamente quanto la disponibilità di personale determini la capacità di un sistema sanitario di funzionare.
Abbiamo quindi reclutato decine di migliaia di professionisti attraverso strumenti straordinari.
Successivamente abbiamo deciso di costruire un nuovo modello territoriale che richiede un’importante presenza infermieristica.
Oggi, contemporaneamente, ospedali come il Niguarda incontrano difficoltà nel mantenere pienamente utilizzabile la propria capacità di degenza.
Il problema, quindi, non può più essere considerato esclusivamente un’emergenza improvvisa.
È una questione di programmazione.
E una programmazione può essere valutata.
Occorre stabilire quanti infermieri e operatori di supporto servono realmente.
Quanti ne abbiamo.
Quanti entrano nel sistema ogni anno.
Quanti lo abbandonano.
Dove lavorano.
Quanto rimangono.
Quali servizi devono garantire.
E quali risorse occorrono per renderli disponibili.
Seguire i soldi non basta: bisogna seguire anche il potere
Quando viene approvata una legge di bilancio possiamo seguire il percorso del finanziamento:
Stato → Regione → azienda → budget → reclutamento → professionista realmente presente nel servizio.
Ma contemporaneamente dobbiamo seguire un secondo percorso:
chi programma → chi finanzia → chi autorizza → chi assume → chi organizza → chi valuta → chi può intervenire se il risultato non arriva.
È nel punto in cui queste due catene si incontrano che troviamo la vera accountability del Servizio sanitario.
Il caso Niguarda non dimostra, da solo, che qualcuno abbia amministrato male.
Per affermarlo servono atti e dati.
Dimostra però una cosa molto concreta: la carenza di personale può trasformarsi in riduzione dell’offerta assistenziale.
E mette davanti a una contraddizione che il SSN dovrà risolvere.
Gli ospedali hanno bisogno di infermieri.
La nuova sanità territoriale ha bisogno di infermieri.
La domiciliarità ha bisogno di infermieri.
Gli Ospedali di Comunità hanno bisogno di infermieri.
Le Case della Comunità hanno bisogno di infermieri.
E gli infermieri non possono essere contemporaneamente in cinque luoghi diversi.
Per questo non basta più annunciare nuovi finanziamenti, costruire strutture o introdurre nuove figure.
Bisogna dimostrare numericamente che esiste una forza lavoro sufficiente a far funzionare il sistema che stiamo progettando.
Altrimenti continueremo a misurare il SSN attraverso ciò che possiede sulla carta.
Mentre per il cittadino il criterio è infinitamente più semplice:
il posto letto può esserci. La Casa della Comunità può esserci. I finanziamenti possono esserci.
Ma senza professionisti sufficienti, il servizio non c’è.
