Il sindacato sollecita l’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Napoli a vigilare sulle ricadute professionali e assistenziali delle scelte organizzative adottate nelle aziende sanitarie. Per NurseNews la questione merita attenzione, ma occorre distinguere con chiarezza il ruolo sindacale da quello ordinistico: quando l’organizzazione compromette autonomia professionale, appropriatezza e sicurezza del paziente, il problema non è più soltanto contrattuale.
NAPOLI – I modelli organizzativi adottati nelle aziende sanitarie possono diventare una questione deontologica quando le carenze di personale, i carichi assistenziali e le scelte gestionali finiscono per incidere sulla qualità delle cure e sul corretto esercizio della professione infermieristica?
È l’interrogativo che emerge dall’iniziativa della Segreteria provinciale di Nursing Up Napoli, che ha chiamato in causa l’Ordine delle Professioni Infermieristiche partenopeo chiedendo un ruolo più incisivo di vigilanza sulle conseguenze dei modelli organizzativi adottati nelle strutture sanitarie.
Secondo quanto riportato sulla vicenda, il sindacato distingue l’attività propriamente contrattuale e sindacale dalle competenze dell’Ordine, ma sostiene che questa separazione non possa tradursi in indifferenza quando determinate organizzazioni del lavoro rischiano di comprimere l’autonomia professionale dell’infermiere o di esporre professionisti e cittadini a condizioni assistenziali ritenute non sostenibili.
Al centro delle contestazioni ci sono soprattutto organici insufficienti, carichi di lavoro elevati, possibile ricorso improprio alle competenze professionali e organizzazioni che, secondo Nursing Up, rischierebbero di trasformare l’infermiere nel soggetto chiamato sistematicamente a compensare le carenze strutturali del sistema. Il sindacato collega queste condizioni anche al rischio di burnout, aumento del rischio clinico e progressivo allontanamento dei professionisti dal servizio sanitario pubblico.
La richiesta all’OPI di Napoli
Nursing Up non chiede formalmente all’Ordine di sostituirsi alle organizzazioni sindacali nella contrattazione del personale. La richiesta riguarda piuttosto la tutela della professione e l’eventuale verifica delle situazioni nelle quali le scelte organizzative possano interferire con l’autonomia, la responsabilità e la dignità professionale degli infermieri.
Il tema trova oggi un riferimento particolarmente interessante nel Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche entrato in vigore il 22 marzo 2025.
L’articolo 32 stabilisce infatti che l’infermiere, ai diversi livelli di responsabilità assistenziale, gestionale e formativa, partecipa alle scelte organizzative e alla definizione dei modelli assistenziali, contribuendo anche all’equa allocazione delle risorse. L’articolo 33 richiama inoltre il professionista alla valutazione del contesto organizzativo, gestionale e logistico nel quale viene assistita la persona, mentre l’articolo 34 lega direttamente l’attività infermieristica alla promozione delle migliori condizioni di sicurezza e alla gestione del rischio.
Non meno significativo è l’articolo 45, che richiama infermiere e Ordine all’impegno affinché l’attività professionale rimanga libera da impropri condizionamenti e indebite pressioni. Lo stesso Codice attribuisce agli Ordini il compito di garantirne il rispetto.
La valutazione di NurseNews
La questione posta da Nursing Up, a nostro avviso, non può essere liquidata come una semplice contrapposizione tra sindacato, aziende sanitarie e Ordine professionale.
Il punto è un altro.
Un turno gravoso, una contestazione sull’orario o una rivendicazione economica appartengono chiaramente alla sfera sindacale. Ma se un modello organizzativo determina sistematicamente condizioni nelle quali l’infermiere non riesce più a garantire il proprio mandato professionale, l’appropriatezza dell’assistenza o la sicurezza della persona, allora il problema assume anche una dimensione professionale e deontologica.
Ed è proprio qui che il ruolo dell’Ordine può diventare rilevante.
Questo non significa attribuire all’OPI il compito di decidere quanti infermieri debbano essere presenti in ogni turno o di entrare nella gestione quotidiana delle aziende. Significa però riconoscere che l’organizzazione del lavoro non è neutrale rispetto alla qualità dell’assistenza.
Un modello può essere perfettamente sostenibile sulla carta e diventare insostenibile al letto del paziente.
Per questo riteniamo che la discussione dovrebbe fare un ulteriore passo avanti: dalle denunce generali occorre passare anche a elementi verificabili. Dotazioni organiche, rapporto tra complessità assistenziale e personale disponibile, ricorso sistematico allo straordinario, prestazioni infermieristiche non erogate o ritardate, utilizzo improprio degli operatori di supporto, segnalazioni di rischio e difficoltà nel garantire continuità e sicurezza assistenziale sono indicatori sui quali sarebbe utile costruire un confronto trasparente.
La tutela della professione non può significare soltanto intervenire quando il singolo infermiere viola una norma deontologica. Deve significare anche interrogarsi sulle condizioni organizzative nelle quali quello stesso professionista viene chiamato quotidianamente ad assumersi responsabilità cliniche e assistenziali.
Da questo punto di vista, la richiesta avanzata a Napoli può diventare qualcosa di più di una vertenza locale.
Può aprire una riflessione nazionale sul rapporto tra Ordini professionali, organizzazioni sindacali e aziende sanitarie: soggetti con ruoli differenti, che non devono sovrapporsi, ma che non possono nemmeno ignorarsi quando in gioco ci sono contemporaneamente condizioni di lavoro, dignità professionale e sicurezza delle cure.
Perché alla fine il vero parametro con cui dovrebbe essere valutato qualunque modello organizzativo non è soltanto quanto consente di risparmiare, ma se permette agli infermieri di assistere le persone con competenza, autonomia e sicurezza.
