Nel dibattito sul vincolo di esclusività dei professionisti sanitari c’è un dato che continua a rimanere sullo sfondo, nonostante sia decisivo per comprendere le scelte legislative più recenti: agli infermieri, a differenza della dirigenza medica e sanitaria, non è mai stata riconosciuta un’indennità di esclusività.
Questo elemento non è marginale. È, al contrario, uno dei nodi strutturali che spiegano perché il vincolo sia stato progressivamente svuotato, derogato e infine sospeso attraverso provvedimenti emergenziali. E soprattutto chiarisce perché il tema del vincolo non possa essere separato da quello, altrettanto strutturale, del demansionamento infermieristico.
Nel Servizio sanitario nazionale gli infermieri sono stati per anni assoggettati al regime di incompatibilità del pubblico impiego, con limitazioni significative allo svolgimento di attività professionali extra-istituzionali. Tuttavia, a differenza dei dirigenti medici, questa rinuncia non è mai stata accompagnata da un corrispettivo economico specifico. Non esiste, per il comparto infermieristico, una voce retributiva assimilabile all’indennità di esclusività.
Il risultato è un paradosso evidente: una limitazione giuridica senza una compensazione economica. Un vincolo che non riconosce il costo professionale della rinuncia richiesta. Questa asimmetria ha reso nel tempo il vincolo sempre più fragile, difficilmente difendibile sul piano sistemico e, infine, incompatibile con la tenuta complessiva del sistema.
La sospensione del vincolo di esclusività, prorogata anche nel 2025, va letta in questa chiave. Non come un favore agli infermieri, né come una concessione discrezionale, ma come una presa d’atto tardiva: quel vincolo, così come costruito, non era più sostenibile. Non incide su un’indennità da revocare o ricalibrare, perché quell’indennità non è mai esistita. Incide esclusivamente su una limitazione che il sistema aveva imposto senza mai compensarla.
È a questo punto che il collegamento con il demansionamento infermieristico diventa evidente. Negli stessi anni in cui il vincolo restava formalmente in piedi, l’organizzazione dei servizi si è progressivamente indebolita. Le carenze di personale di supporto, la riduzione degli organici, la pressione assistenziale crescente hanno prodotto una conseguenza concreta: agli infermieri è stato chiesto di coprire stabilmente mansioni non infermieristiche, attività di base, compiti logistici e alberghieri, frammentando il tempo e la responsabilità assistenziale.
Il demansionamento non è stato un evento episodico, né una deviazione occasionale. È stato, e in molti contesti continua a essere, una risposta organizzativa strutturale a carenze strutturali. Una risposta che ha scaricato sugli infermieri un carico improprio di funzioni, senza riconoscimento contrattuale, senza tutela economica aggiuntiva e senza un adeguato aggiornamento dei sistemi di prevenzione del rischio.
Qui il nesso diventa evidente. Un professionista vincolato al pubblico, non compensato per quel vincolo e al tempo stesso utilizzato per mansioni non coerenti con il proprio profilo, è esposto a una duplice criticità: da un lato la svalutazione professionale, dall’altro l’aumento del rischio clinico. La frammentazione dell’assistenza non è neutra. Incide sulla continuità delle cure, sulla sicurezza del paziente e sulla responsabilità professionale.
Il problema, quindi, non è la possibilità per l’infermiere di svolgere attività ulteriori. Il problema è aver preteso per anni qualità assistenziale elevata in un contesto che, organizzativamente e contrattualmente, spingeva in direzione opposta. Il demansionamento, in questo senso, non è separabile dal tema del vincolo: sono due manifestazioni della stessa fragilità di sistema.
In questo quadro il ruolo dell’Ordine professionale va mantenuto entro confini chiari. L’Ordine tutela la professione sul piano deontologico e disciplinare, ma non può supplire a vuoti contrattuali né compensare scelte organizzative aziendali. Non può ricostruire per via etica un vincolo che non è sostenuto da un riconoscimento economico e da un assetto organizzativo coerente.
La posizione di NurseNews non è ideologica. Non si tratta di difendere o attaccare il vincolo di esclusività in astratto. Si tratta di chiamare le cose con il loro nome. Non si può imporre una rinuncia senza compensarla. Non si può chiedere qualità assistenziale mentre si normalizza il demansionamento. Non si può parlare di responsabilità professionale ignorando le condizioni concrete in cui quella responsabilità viene esercitata.
Se il legislatore intende rendere strutturale la sospensione del vincolo, dovrà necessariamente affrontare anche il nodo irrisolto del demansionamento infermieristico. Perché i due temi sono legati da un filo comune: l’assenza di un disegno organizzativo e contrattuale coerente con il ruolo reale degli infermieri nel SSN.
Continuare a ignorarlo significa continuare a chiedere flessibilità senza riconoscimento, responsabilità senza tutele e qualità senza condizioni. E questo, nel lungo periodo, non è sostenibile né per i professionisti né per il sistema sanitario pubblico.
