La vicenda che coinvolge alcuni infermieri dell’ospedale “Vito Fazzi” di riaccende uno dei temi più controversi della sanità italiana: l’utilizzo sistematico degli infermieri per coprire carenze organizzative e mancanze croniche di personale di supporto.
La decisione del giudice del lavoro richiama infatti un principio destinato ad avere effetti ben oltre il singolo caso: la collaborazione professionale nell’interesse del paziente non può trasformarsi in un meccanismo stabile di compensazione delle carenze aziendali.
Per anni il demansionamento è stato spesso normalizzato dietro formule come “spirito di collaborazione”, “necessità di servizio” o “emergenza organizzativa”. Ma quando attività inferiori diventano continuative, programmate e strutturalmente inserite nell’organizzazione del reparto, il problema non riguarda più la collaborazione tra professionisti: riguarda il modello organizzativo adottato dall’Azienda.
Ed è proprio questo il punto centrale.
Sul piano giuridico, infatti, eccezionale è soltanto ciò che è imprevedibile e temporaneo. Allo stesso modo, occasionale è un’attività sporadica, residuale e non stabilmente programmata nei turni di lavoro.
Se invece la carenza di OSS o personale di supporto è cronica, conosciuta e reiterata nel tempo, diventa difficile sostenere che l’utilizzo continuativo degli infermieri in mansioni inferiori rappresenti ancora una risposta emergenziale.
La più recente giurisprudenza distingue chiaramente tra:
- collaborazione contingente nell’interesse del paziente;
- utilizzo strutturale dell’infermiere come sostituto permanente del personale mancante.
Il nodo, quindi, non è stabilire se un professionista sanitario — infermiere, medico, operatore socio-sanitario o altro personale sanitario e socio-sanitario — possa occasionalmente svolgere attività di supporto. Il vero tema è un altro: le aziende sanitarie possono organizzare stabilmente il servizio facendo leva sul demansionamento del personale?
Per molti professionisti la risposta è già evidente nella pratica quotidiana dei reparti, dove la carenza cronica di personale viene spesso scaricata sugli infermieri, con una progressiva sottrazione di tempo all’assistenza clinica, alla pianificazione assistenziale e alle attività ad alta responsabilità professionale.
Prestare collaborazione nell’interesse del paziente, anche oltre le attività strettamente riconducibili al proprio ruolo, rappresenta un dovere professionale che coinvolge tutti gli operatori sanitari, medici compresi.
Diverso è quando tale collaborazione diventa stabile, reiterata e organizzativamente prevista per sopperire a carenze strutturali di personale. In questi casi il rischio non è più quello di una fisiologica integrazione tra professionisti, ma di un utilizzo improprio e sistematico della professione infermieristica, con conseguente compressione delle competenze proprie del ruolo e possibile svilimento della professionalità del lavoratore.
Il rischio non riguarda soltanto i lavoratori. Riguarda direttamente la qualità delle cure. Ogni infermiere utilizzato stabilmente in attività improprie rappresenta infatti una riduzione delle competenze realmente disponibili per il paziente.
La decisione del Tribunale di Lecce assume quindi un significato che va oltre il singolo ricorso: riafferma che le criticità organizzative non possono giustificare indefinitamente la compressione della professionalità infermieristica.
Perché aiutare il paziente è un dovere professionale.
Diventare la soluzione permanente alle carenze strutturali delle Aziende, invece, è un’altra cosa.
