La morte di un bambino dopo un trapianto cardiaco ha riacceso una domanda scomoda ma inevitabile: quando accade un evento avverso in un percorso trapiantologico, di chi è la responsabilità?
Del chirurgo? Dell’anestesista? Dell’infermiere? Del coordinamento trapianti?
La risposta, nel 2026, è molto meno semplice di quanto si pensi: nei trapianti la responsabilità non è quasi mai individuale. È responsabilità di filiera. E questo cambia tutto.
Il trapianto non è un intervento: è una catena ad altissimo rischio
Un trapianto non nasce in sala operatoria. Inizia molto prima e termina molto dopo. La filiera comprende la valutazione del donatore, l’espianto dell’organo, la conservazione e il trasporto, l’accettazione clinica dell’organo, l’impianto chirurgico e la gestione rianimatoria e di follow-up. Ogni fase è interdipendente, ogni fase è critica, ogni fase ha posizioni di garanzia diverse. Quando qualcosa si rompe, non si rompe un atto sanitario: si rompe un sistema.
Responsabilità d’équipe: cosa dice davvero il diritto sanitario
La giurisprudenza italiana ha chiarito un principio fondamentale: non esiste la colpa collettiva, ma esiste la responsabilità per ruolo all’interno dell’équipe. Ogni professionista risponde per ciò che rientra nelle sue competenze, per ciò che era prevedibile, per ciò che era evitabile e per ciò che aveva il dovere di controllare. Questo significa che l’équipe non protegge automaticamente il singolo, ma significa anche che non si può scaricare tutto su chi ha eseguito l’ultimo atto clinico.
Il principio di affidamento: il mito che non regge nei trapianti
Nel lavoro sanitario esiste il principio di affidamento: ciascun professionista può confidare che gli altri svolgano correttamente il proprio lavoro. Tuttavia, nei contesti ad alto rischio, come terapia intensiva, emergenza e trapianti, questo principio si restringe drasticamente. Non vale quando il rischio è elevato e noto, quando l’errore è riconoscibile, quando esiste un dovere di coordinamento o quando manca un controllo minimo di sicurezza. Nei trapianti non basta dire: non era compito mio.
Tra errore clinico e colpa organizzativa
Nel 2026 la responsabilità sanitaria si gioca sempre più sul terreno della colpa organizzativa. Significa chiedersi se esistevano protocolli chiari, se erano aggiornati, se venivano rispettati, se esistevano controlli e checklist, se la comunicazione tra team era tracciata e se le decisioni erano documentate. Quando manca uno di questi elementi, la responsabilità non è più solo clinica: diventa responsabilità di sistema.
Il ruolo della struttura dopo la Legge Gelli-Bianco
La Legge 24/2017 ha cambiato la prospettiva: la sicurezza delle cure è parte del diritto alla salute e la gestione del rischio clinico è responsabilità della struttura sanitaria. Nei trapianti questo significa che, se la filiera non è progettata per essere sicura, la responsabilità non può ricadere esclusivamente sui singoli operatori.
La filiera logistica: il nuovo fronte della responsabilità
Un passaggio spesso ignorato ma oggi centrale riguarda conservazione dell’organo, trasporto, tempi di ischemia, catena di custodia e tracciabilità dei dati. Negli ultimi anni sono stati introdotti standard nazionali specifici sul sistema di trasporto degli organi, proprio perché la medicina dei trapianti ha riconosciuto una verità semplice: un errore logistico può essere letale quanto un errore chirurgico.
Il consenso informato nei trapianti
Nei trapianti il consenso informato assume un significato particolare. Spesso il rischio è elevato perché l’alternativa è la morte, ma questo non elimina gli obblighi informativi. Al contrario, li rafforza: occorre spiegare il rischio reale, l’assenza di alternative, le incertezze cliniche e documentare il processo decisionale. Il consenso non è un modulo firmato, ma un percorso clinico documentato.
Infermieri e responsabilità d’équipe
Quando emergono indagini nei trapianti, molti si stupiscono nel leggere che tra gli indagati possano esserci infermieri. In realtà, nei trapianti gli infermieri gestiscono materiali e conservazione, monitorano parametri critici, intercettano complicanze precoci, partecipano alla gestione rianimatoria e garantiscono continuità assistenziale. La sicurezza del paziente nasce da competenze integrate, non da atti isolati.
La vera lezione dei trapianti
Quando un evento avverso colpisce un percorso trapiantologico, la domanda non è soltanto chi ha sbagliato. La domanda giusta è se il sistema fosse progettato per non fallire. Nella medicina ad alta complessità l’errore raramente nasce da una singola decisione: nasce da una catena di fragilità che, allineandosi, diventano tragedia. La responsabilità d’équipe serve proprio a questo: non a distribuire colpe, ma a ricostruire la filiera della sicurezza.
