Una battaglia senza fine sulle spalle dei singoli
Quando la risposta al demansionamento è solo il ricorso in tribunale, la lotta si trasforma in una maratona infinita combattuta da singoli infermieri, ognuno per sé. In questo modo il problema non viene affrontato collettivamente e rimane un fardello personale.
Il tribunale non è la sede per ridisegnare i modelli organizzativi né per contrattare i ruoli. È una porta che sembra dare tutela, ma in realtà diventa strumentale: produce vittorie isolate, che alimentano nuove cause, nuove tessere sindacali, nuovi iscritti ad associazioni, senza intaccare il cuore del problema.
Ed è qui il paradosso: mentre i professionisti si logorano tra avvocati, sentenze e anni di attese, le aziende continuano a risparmiare personale, a usare impropriamente gli infermieri, a non assumere OSS o figure di supporto.
Pagano eventualmente qualche risarcimento a distanza di anni, ma nel frattempo hanno gestito i reparti con costi ridotti, scaricando la fatica sul personale. In sostanza, il ricorso diventa parte del costo d’impresa: meglio subire una sentenza che assumere personale in più.
Questa dinamica, che dovrebbe essere un campanello d’allarme, si è trasformata invece in una vetrina per sindacati e associazioni. Ogni causa vinta diventa un trofeo utile a fare iscritti, mentre la contrattazione politica resta immobile. Così si consolida un sistema dove tutti trovano un vantaggio, tranne chi lavora in corsia.
Il demansionamento non è un concetto astratto, ma una realtà che si ripete ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Ancora nel 2025, nelle corsie dei nostri ospedali, capita di vedere infermieri che spingono tavoli con le ruote durante il giro visite, solo per permettere al medico di scrivere le terapie.
Non si tratta di un gesto marginale: è il simbolo di una professione costretta a piegarsi a mansioni che nulla hanno a che vedere con l’assistenza infermieristica.
In quell’immagine c’è tutta la contraddizione di un sistema che proclama la centralità della professione, ma nella pratica ne calpesta la dignità. È la fotografia di un modello organizzativo fermo agli anni ’70, che non valorizza competenze e autonomia, e che continua a trattare gli infermieri come braccia da spostare a piacimento.
Per uscire dal vicolo cieco dei ricorsi e trasformare il demansionamento da emergenza cronica a questione risolta servono tre mosse politiche:
Un tavolo permanente Governo–Regioni–Ordini–Sindacati: il demansionamento va trattato come problema nazionale di sicurezza delle cure e non come vertenza locale.
Inserimento di norme chiare nei contratti collettivi: definizione di mansioni, sanzioni per le aziende inadempienti, obbligo di dotazione minima di OSS e figure di supporto.
Monitoraggio e trasparenza: ogni azienda deve rendere pubblici i dati su organici, turni, utilizzo improprio del personale infermieristico, con possibilità di segnalazioni anonime.
Il futuro della professione infermieristica non si gioca nelle aule dei tribunali, ma nelle stanze dove si scrivono i contratti, si decidono le dotazioni organiche e si pianifica la sanità del Paese.
Meno avvocati, più politica.
Meno cause, più contratti.
Meno tessere, più diritti.
Questo dobbiamo pretendere dai nostri rappresentanti: che smettano di usare il demansionamento come vetrina e lo combattano con strumenti politici, sindacali e organizzativi concreti.
Perché ogni volta che un infermiere spinge un tavolo con le ruote lungo una corsia, la dignità della professione viene umiliata e nel 2025, questo è un obbrobrio che non possiamo più accettare.
Redazione NurseNews.eu
