Negli ultimi mesi sono stati approvati due provvedimenti che toccano direttamente la professione infermieristica: il cosiddetto “Decreto Università” (DL 90/2025) e il Decreto fiscale sulle prestazioni aggiuntive (DL 73/2024, convertito in L. 107/2024).
A prima vista potrebbero sembrare misure di progresso, ma se le osserviamo da vicino emergono contraddizioni e zone grigie che non possiamo ignorare.
Decreto Università: un passo avanti o l’ennesima disparità?
Il decreto stabilisce che il personale non dirigenziale delle aziende ospedaliere universitarie sia inquadrato nel Comparto Sanità se assunto dopo la trasformazione delle strutture.
Chi invece è già in servizio mantiene il vecchio contratto del Comparto Istruzione e Ricerca.
Due contratti diversi nello stesso ospedale: colleghi che lavorano fianco a fianco, con le stesse responsabilità assistenziali, ma con tutele e retribuzioni differenti.
Per i nuovi assunti il passaggio al CCNL Sanità è positivo, ma chi resta nel comparto universitario continuerà a vivere in una terra di mezzo, con condizioni poco aderenti al lavoro infermieristico.
È un intervento a metà, che corregge un’ingiustizia senza sanarla del tutto.
Questo va messo in relazione con la Legge 42/1999 e la Legge 251/2000, che hanno ridefinito la professione infermieristica come autonoma, intellettuale e non più ausiliaria.
Nonostante ciò, oggi si rischia di vedere infermieri “universitari” trattati ancora come personale di supporto alla ricerca, in evidente contrasto con la natura assistenziale e autonoma definita dal DM 739/1994.
Decreto fiscale sulle prestazioni aggiuntive: incentivo o toppa temporanea?
Con l’introduzione di un’imposta sostitutiva agevolata sulle ore extra, lo Stato promette più netto in busta paga per chi accetta straordinari, reperibilità e turni aggiuntivi.
È un vantaggio economico immediato, ma rischia di diventare una strategia di emergenza mascherata da incentivo.
Invece di investire su assunzioni stabili e rafforzare gli organici, si continua a spremere il personale già in servizio.
Il messaggio implicito è chiaro: “ti paghiamo un po’ meglio se lavori di più”, ma il carico assistenziale resta insostenibile.
La Cassazione (Sez. Lavoro, sentenza n. 23431/2025) ha ribadito che le aziende sanitarie hanno l’obbligo di organizzare il lavoro infermieristico in modo da prevenire il demansionamento e garantire sicurezza, non semplicemente incentivare con compensi straordinari.
Qui, invece, il rischio è che le prestazioni aggiuntive diventino strutturali, consolidando una prassi di carenza organizzativa.
Se mettiamo insieme i due decreti, la fotografia non è rassicurante:
da un lato si tenta di riconoscere il ruolo assistenziale negli ospedali universitari, ma creando disparità interne;
dall’altro si spinge a fare più ore invece che affrontare la radice del problema, cioè la carenza strutturale di personale.
In entrambi i casi, la logica sembra essere quella della “pezza”: misure tampone che risolvono nell’immediato ma non affrontano la questione del riconoscimento pieno e dignitoso della professione infermieristica.
Il Decreto Università e il Decreto fiscale non vanno letti solo come conquiste:
sono interventi parziali, che aprono nuove disuguaglianze (tra personale universitario e sanitario) e consolidano vecchie dipendenze (straordinari come norma, non come eccezione).
La vera sfida resta investire in organici, valorizzare economicamente la professione e garantire condizioni contrattuali eque.
Non dimentichiamo che già il DM 739/1994 affida all’infermiere la responsabilità dell’assistenza generale, e che la Legge 251/2000 riconosce un ruolo centrale nella gestione dei processi assistenziali.
Continuare a trattare la professione come una risorsa da sfruttare e non da valorizzare rischia di alimentare il malessere e la fuga dagli ospedali pubblici.
Fino a quando non ci sarà un progetto strutturale, gli infermieri continueranno a vivere di rattoppi legislativi che non cambiano davvero la sostanza del problema.
