Le attività improprie possono sottrarre agli infermieri fino a un quarto del turno lavorativo. Ma il problema va ben oltre la distribuzione delle mansioni: riguarda la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, la sicurezza dei pazienti e una cultura organizzativa che, nonostante l’evoluzione normativa e scientifica, continua a perpetuare comportamenti professionali superati. Sotto osservazione anche le responsabilità di medici, OSS, personale ausiliario e direzioni sanitarie.
Il problema delle mansioni improprie degli infermieri non può essere affrontato esclusivamente come una questione di organizzazione del lavoro o di riconoscimento delle competenze professionali. Al centro del dibattito dovrebbe esserci soprattutto la sicurezza del paziente, con particolare attenzione alla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA).
L’articolo pubblicato il 24 ottobre 2026 da Nurse24, intitolato Attività non infermieristiche: quanto tempo tolgono al turno, richiama una revisione della letteratura che documenta quanto tempo gli infermieri siano costretti a dedicare ad attività estranee o non specifiche del loro profilo professionale.
Il contributo è interessante e scientificamente rilevante. Tuttavia, non approfondisce adeguatamente un aspetto essenziale: quali conseguenze può determinare questa organizzazione del lavoro sull’applicazione delle misure di prevenzione delle ICA e sulla sicurezza complessiva dell’assistenza?
La questione assume una rilevanza ancora maggiore quando si considera la persistenza, all’interno di alcune organizzazioni sanitarie, di una cultura professionale arretrata, nella quale infermieri, medici, OSS e personale ausiliario continuano talvolta a interpretare ruoli e responsabilità sulla base di consuetudini consolidate anziché delle competenze effettive e delle evidenze scientifiche.
Non si tratta di attribuire responsabilità indistinte a intere categorie professionali, ma di interrogarsi su comportamenti, modelli organizzativi e carenze formative che possono compromettere la qualità delle cure.
Infermieri: fino a 105 minuti per turno dedicati ad attività delegabili
La revisione pubblicata nel 2026 sul Journal of Nursing Management da Magro e collaboratori ha esaminato 28 studi pubblicati tra il 1984 e il 2024, analizzando la diffusione delle attività non infermieristiche nei diversi contesti assistenziali.
Gli studi riportano una notevole variabilità del tempo assorbito da queste attività. Nelle ricerche più recenti, la quota si colloca generalmente tra il 10% e il 32,6% del tempo lavorativo.
Particolarmente significativo è uno studio italiano pubblicato nel 2024 sul Journal of Advanced Nursing, condotto da Conti e collaboratori.
La ricerca ha coinvolto 236 infermieri, appartenenti a 27 reparti di medicina e chirurgia di cinque ospedali piemontesi.
I risultati hanno evidenziato che circa un quarto del turno lavorativo veniva dedicato ad attività considerate delegabili ad altre figure.
Il tempo mediano era di 105 minuti nei reparti di medicina e 95 minuti in quelli chirurgici.
Tra le cause principali emergevano la carenza di personale di supporto, l’indisponibilità degli operatori già impegnati in altre attività e le difficoltà organizzative nell’attribuzione dei compiti.
Questi risultati non rappresentano automaticamente la situazione di tutti gli ospedali italiani, ma documentano una criticità concreta.
Quando un infermiere trascorre una parte così consistente del turno svolgendo attività che potrebbero essere gestite diversamente, è necessario chiedersi quali prestazioni assistenziali vengano ritardate, ridotte oppure omesse.
La domanda diventa ancora più rilevante quando riguarda attività fondamentali per la prevenzione delle infezioni.
Il problema dimenticato: le infezioni correlate all’assistenza
Le infezioni correlate all’assistenza rappresentano uno degli eventi avversi più rilevanti per la sicurezza dei pazienti.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nell’indagine nazionale di prevalenza condotta nel novembre 2022 su 60.404 pazienti ricoverati in 325 ospedali italiani, la media della prevalenza ospedaliera dei pazienti con almeno una ICA era dell’8,8%, includendo le infezioni da SARS-CoV-2.
Le infezioni maggiormente rappresentate comprendevano quelle delle basse vie respiratorie, del sangue, delle vie urinarie e del sito chirurgico.
Si tratta di un dato di prevalenza puntuale, che non deve essere confuso con il rischio individuale di contrarre un’infezione durante il ricovero.
Il rapporto globale dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2024 sottolinea che una quota significativa delle infezioni correlate all’assistenza può essere prevenuta attraverso programmi efficaci di prevenzione e controllo, condizioni igieniche adeguate e applicazione rigorosa delle buone pratiche.
La prevenzione delle ICA richiede personale formato, procedure validate, sorveglianza epidemiologica, corretta gestione dei dispositivi invasivi e disponibilità di risorse organizzative adeguate.
Non dipende soltanto dalla capacità del singolo professionista di rispettare una procedura.
Dipende anche da come l’organizzazione garantisce le condizioni affinché quella procedura venga applicata correttamente e sistematicamente.
È proprio questo il collegamento che dovrebbe essere maggiormente approfondito quando si parla di mansioni improprie.
La prevenzione delle ICA non può essere scaricata su altri operatori
La responsabilità della prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza non può essere trasferita genericamente da una figura professionale all’altra. Ogni operatore risponde delle misure di prevenzione che è tenuto ad applicare nell’esercizio delle proprie attività.
Questo principio deve essere distinto dall’attribuzione delle singole prestazioni assistenziali e igieniche.
L’igiene ordinaria della persona, il soddisfacimento dei bisogni di base e determinate attività di igiene ambientale rientrano anche nelle competenze degli operatori socio-sanitari, secondo quanto previsto dal loro profilo professionale.
Il DPCM 25 marzo 2025, che ha recepito la revisione del profilo OSS, identifica espressamente tra gli ambiti di competenza l’aiuto alla persona nel soddisfacimento dei bisogni di base e la cura dell’igiene, della sicurezza e del comfort degli ambienti di vita e di assistenza.
Lo stesso provvedimento stabilisce che l’OSS opera in collaborazione con i professionisti di riferimento, secondo la pianificazione, i piani di lavoro e le attività attribuite in relazione alla complessità assistenziale. L’operatore è responsabile della corretta esecuzione delle attività attribuite.
Il DM 739/1994 assegna invece all’infermiere la responsabilità dell’assistenza generale infermieristica, comprendendo l’identificazione dei bisogni, la pianificazione, la gestione e la valutazione degli interventi.
La distinzione è precisa: le attività previste dal profilo OSS possono essere attribuite al personale qualificato, mentre la valutazione infermieristica, la pianificazione dell’assistenza, le decisioni che richiedono competenze infermieristiche e la verifica dei relativi esiti non possono essere trasferite al personale di supporto.
L’igiene delle mani, l’applicazione delle precauzioni standard e il rispetto delle procedure di prevenzione delle infezioni costituiscono invece obblighi propri di ogni operatore coinvolto nell’assistenza.
Il medico deve rispettarli durante l’attività diagnostica e terapeutica. L’infermiere deve applicarli nell’esercizio delle proprie competenze. L’OSS e il personale ausiliario devono osservarli durante le attività di rispettiva competenza.
Nessuno può ritenersi esonerato perché immagina che della prevenzione delle infezioni debba occuparsi un’altra figura professionale.
La prevenzione delle ICA non è una zona grigia nella distribuzione delle mansioni. È una responsabilità condivisa, ma non indistinta: ciascuno deve rispondere delle proprie condotte e delle proprie competenze, mentre le strutture sanitarie devono garantire organizzazione, formazione e controlli.
L’igiene del paziente non è sempre una semplice prestazione materiale
Un altro elemento che merita attenzione riguarda l’abitudine a classificare genericamente l’igiene del paziente come attività di bassa complessità.
Questa interpretazione può diventare pericolosa quando non si considera il quadro clinico della persona assistita.
Un paziente sottoposto a ventilazione meccanica, per esempio, necessita di interventi di igiene orale inseriti in un programma strutturato di prevenzione delle complicanze respiratorie.
Le raccomandazioni SHEA/IDSA/APIC aggiornate nel 2022 identificano la cura quotidiana del cavo orale con spazzolamento dei denti, senza clorexidina routinaria, tra le pratiche essenziali per la prevenzione della polmonite associata alla ventilazione.
L’attività materiale può coinvolgere personale formato secondo il contesto e le procedure previste, ma la valutazione delle condizioni cliniche, l’individuazione delle precauzioni necessarie e la gestione degli aspetti assistenziali complessi richiedono le competenze professionali appropriate.
Un discorso analogo riguarda i pazienti portatori di catetere vescicale.
La prevenzione delle infezioni urinarie associate al catetere non coincide con la sola igiene della persona. Comprende la corretta gestione del sistema di drenaggio, il mantenimento delle condizioni previste dalle procedure e la rivalutazione quotidiana della necessità del dispositivo.
Le raccomandazioni SHEA/IDSA/APIC prevedono una revisione periodica, generalmente quotidiana, dell’indicazione al mantenimento del catetere, con il coinvolgimento di infermieri e medici.
Questa valutazione non può essere sostituita da una semplice attività esecutiva attribuita al personale di supporto.
La stessa attenzione deve essere riservata agli accessi venosi, alle ferite chirurgiche, alle lesioni cutanee e ai pazienti sottoposti a isolamento per rischio infettivo.
Un conto è attribuire correttamente un’attività igienico-assistenziale. Un altro è trasferire impropriamente valutazioni, decisioni e responsabilità che richiedono competenze sanitarie specifiche.
Confondere questi due livelli significa compromettere la chiarezza delle responsabilità e, potenzialmente, la sicurezza dell’assistenza.
Igiene degli ambienti: una responsabilità organizzativa che non può essere improvvisata
La prevenzione delle ICA comprende anche la pulizia e la disinfezione degli ambienti sanitari.
Le superfici frequentemente toccate, le attrezzature condivise e le aree di assistenza richiedono procedure appropriate, prodotti idonei e frequenze di intervento definite in base al rischio.
I Centers for Disease Control and Prevention individuano sei componenti fondamentali per assicurare ambienti sanitari puliti e sicuri: integrazione dei servizi ambientali nella cultura della sicurezza, formazione, scelta appropriata delle tecnologie e dei prodotti, standardizzazione delle procedure, monitoraggio e restituzione dei risultati.
È importante sottolineare che la sanificazione ambientale non può essere considerata una funzione residuale, da affidare occasionalmente a chiunque sia disponibile.
Le attività devono essere assegnate a personale competente, adeguatamente formato e dotato dei materiali necessari.
Quando un infermiere viene sistematicamente impiegato per compensare carenze dei servizi ausiliari, si determina una possibile dispersione di risorse professionali.
Quando invece il personale incaricato della sanificazione non dispone di formazione, strumenti o procedure adeguate, emerge un problema diretto di sicurezza ambientale.
Entrambe le situazioni richiedono un intervento organizzativo.
La carenza di personale non giustifica l’abbassamento degli standard di prevenzione delle infezioni. Impone alle direzioni di riconoscere il rischio, valutarlo e adottare misure correttive.
La formazione culturale arretrata di una parte del personale sanitario
Le carenze di organico non spiegano, da sole, perché determinate pratiche organizzative continuino a ripetersi.
Occorre affrontare anche una questione culturale.
In alcune realtà ospedaliere sopravvivono interpretazioni dei ruoli professionali che non riflettono pienamente l’evoluzione normativa, scientifica e organizzativa degli ultimi decenni.
Una parte del personale infermieristico può continuare a considerare normale l’esecuzione sistematica di attività non specifiche, rinunciando di fatto a esercitare pienamente le proprie responsabilità professionali.
Alcuni medici possono perpetuare una concezione gerarchica del rapporto con gli infermieri, confondendo la responsabilità delle decisioni diagnostico-terapeutiche con una generale posizione di superiorità professionale.
Tra gli operatori socio-sanitari e il personale ausiliario possono persistere interpretazioni inesatte delle competenze, delle procedure o degli obblighi connessi alla prevenzione del rischio infettivo.
Il problema diventa più grave quando queste convinzioni vengono trasmesse ai nuovi assunti, agli studenti e al personale in formazione.
In tali situazioni, la consuetudine finisce per prevalere sulla conoscenza.
Non è sufficiente conseguire un titolo di studio o partecipare formalmente a un corso di aggiornamento.
La competenza professionale deve essere mantenuta attraverso formazione continua, verifica delle abilità, aggiornamento sulle evidenze e capacità di modificare comportamenti non più appropriati.
Una struttura sanitaria che continua a insegnare implicitamente ai nuovi operatori che si deve lavorare soltanto come si è sempre fatto rischia di perpetuare le stesse criticità organizzative per generazioni.
La cultura professionale non si misura soltanto da ciò che gli operatori conoscono, ma soprattutto da ciò che applicano quotidianamente nella pratica clinica.
Non sarebbe corretto generalizzare queste criticità a tutte le categorie professionali. Tuttavia, ignorarne l’esistenza significherebbe rinunciare ad affrontare un possibile fattore di rischio organizzativo.
Medici, infermieri, OSS e personale ausiliario: il rischio infettivo non rispetta le gerarchie
La prevenzione delle ICA richiede un modello organizzativo nel quale le competenze siano chiare e le procedure vengano applicate indipendentemente dalla posizione professionale di chi interviene.
Un medico che non rispetta le precauzioni standard durante una procedura invasiva può favorire condizioni di rischio.
Un infermiere che trascura una misura di asepsi, non rileva tempestivamente un segno di infezione o non applica una procedura prevista può contribuire allo stesso problema.
Un OSS che non rispetta le misure di igiene delle mani o le precauzioni previste durante l’assistenza di base può creare ulteriori condizioni di esposizione.
Analogamente, una sanificazione ambientale non conforme alle procedure può compromettere la sicurezza degli spazi assistenziali.
La differenza di qualifica professionale non elimina gli obblighi di sicurezza.
Nessun professionista può considerarsi esente dal rispetto delle procedure, così come nessun operatore deve essere incaricato di attività per le quali non possiede le competenze necessarie.
Il principio dovrebbe essere elementare: la prevenzione delle infezioni è un obbligo di tutti, ma ogni attività deve essere svolta entro i confini delle rispettive competenze e responsabilità.
Il Codice deontologico FNOPI 2025 e la responsabilità degli infermieri
Il Codice deontologico delle professioni infermieristiche, in vigore dal 22 marzo 2025, contiene disposizioni particolarmente rilevanti.
L’articolo 34 richiama il ruolo dell’infermiere nella sicurezza della persona assistita e nei percorsi di prevenzione e gestione del rischio, anche infettivo.
L’articolo 39 attribuisce all’infermiere funzioni di pianificazione, supervisione e verifica delle attività degli operatori di supporto presenti nel processo assistenziale e a lui affidati.
L’articolo 40 richiama il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali, nonché la vigilanza sulla loro corretta applicazione.
L’articolo 37, inoltre, prevede che l’infermiere segnali agli organi competenti le situazioni organizzative in contrasto con i principi e le norme della professione, attivandosi per proporre soluzioni alternative.
Queste disposizioni delineano un modello professionale fondato sull’autonomia, sulla responsabilità e sulla partecipazione attiva alla sicurezza delle cure.
L’infermiere non può limitarsi ad accettare passivamente qualsiasi organizzazione del lavoro, soprattutto quando questa rischia di compromettere la qualità dell’assistenza.
Allo stesso tempo, la responsabilità infermieristica non può diventare il pretesto per attribuire al professionista l’obbligo illimitato di compensare le carenze di tutte le altre figure.
La pianificazione e la supervisione non sostituiscono la responsabilità individuale di chi esegue le attività attribuite.
La sicurezza richiede responsabilità chiaramente individuate, non una loro sovrapposizione indiscriminata.
Direzioni sanitarie: la prevenzione delle ICA è anche una responsabilità di gestione
Una delle questioni più delicate riguarda le responsabilità organizzative.
La legge 8 marzo 2017, n. 24, all’articolo 1, stabilisce che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute.
La stessa disposizione collega la prevenzione del rischio all’utilizzo appropriato delle risorse strutturali, tecnologiche e organizzative e prevede il concorso di tutto il personale alle attività di prevenzione.
Il principio è chiaro: la sicurezza non dipende soltanto dalla correttezza tecnica del singolo operatore.
Dipende anche dalle condizioni nelle quali il personale è chiamato a lavorare.
Quando in un reparto la carenza di OSS o di personale ausiliario viene compensata abitualmente dagli infermieri, la direzione deve valutare se tale modello comprometta le attività assistenziali prioritarie.
Quando mancano materiali per la corretta igiene delle mani, quando le procedure di sanificazione non vengono verificate oppure quando gli operatori non ricevono formazione adeguata, il problema non può essere risolto con un generico richiamo alla responsabilità personale.
Occorrono interventi organizzativi.
La carenza di personale può spiegare una difficoltà, ma non elimina l’obbligo di gestire il rischio.
Una direzione sanitaria non dovrebbe limitarsi a verificare se il turno sia stato coperto. Dovrebbe verificare se, durante quel turno, siano state realmente garantite le condizioni necessarie per un’assistenza sicura.
Questo significa valutare organici, complessità dei pazienti, carichi di lavoro, prestazioni non eseguite, procedure di prevenzione e segnalazioni del personale.
Quando l’errore diventa una prassi consolidata
La persistenza di comportamenti organizzativi scorretti pone anche una questione di responsabilità.
Occorre distinguere l’errore dovuto a formazione insufficiente, la negligenza, la difficoltà provocata da condizioni operative inadeguate e la violazione consapevole di procedure conosciute.
Sono situazioni differenti, che richiedono valutazioni distinte.
Un operatore non adeguatamente formato rappresenta anche un problema di gestione delle competenze.
Un professionista costretto a lavorare con carichi eccessivi può trovarsi esposto a un aumento del rischio di errore.
Diverso è il caso di comportamenti ripetutamente contrari alle procedure, mantenuti nonostante formazione, richiami e segnalazioni.
In queste circostanze possono emergere responsabilità disciplinari, professionali o giuridiche, da accertare in relazione alle condotte concretamente tenute.
Il termine dolo, tuttavia, non può essere utilizzato indiscriminatamente: in ambito penale richiede specifici presupposti e non coincide semplicemente con la persistenza di una cattiva abitudine.
Il nodo centrale resta la conoscenza del rischio.
Quando una criticità è nota, viene documentata e continua a ripetersi senza adeguati interventi correttivi, non è più sufficiente considerarla una semplice disfunzione quotidiana. Deve diventare oggetto di valutazione e gestione formale da parte dell’organizzazione.
Quante infezioni potrebbero essere prevenute con una migliore organizzazione?
È una domanda alla quale non possiamo attribuire una risposta numerica basandoci esclusivamente sugli studi sulle mansioni improprie.
La revisione del 2026 evidenzia associazioni con stress, burnout, cure mancate ed eventi avversi, ma non dimostra che una specifica quota di infezioni sia direttamente causata dal tempo dedicato dagli infermieri ad attività non infermieristiche.
Sarebbe scientificamente scorretto trasformare i 95 o 105 minuti rilevati dallo studio italiano in una percentuale presunta di ICA evitabili.
Esistono però basi scientifiche sufficienti per sostenere che le condizioni organizzative, i carichi di lavoro e l’adeguatezza delle risorse costituiscano elementi fondamentali dei programmi di prevenzione e controllo delle infezioni.
Le linee guida OMS del 2016 e il rapporto globale del 2024 sottolineano proprio l’importanza dei programmi strutturati di infection prevention and control.
Per comprendere realmente il problema, gli ospedali dovrebbero integrare l’analisi delle mansioni improprie con la rilevazione delle cure mancate, il monitoraggio dell’igiene delle mani, gli audit sulle procedure di sanificazione e la sorveglianza epidemiologica delle infezioni.
Andrebbero inoltre valutati gli indicatori relativi alle infezioni associate a dispositivi invasivi e alle infezioni del sito chirurgico, con criteri standardizzati e adeguati aggiustamenti per il rischio dei pazienti.
Solo attraverso questi dati sarebbe possibile individuare associazioni, verificare interventi correttivi e approfondire gli eventuali rapporti causali.
Senza misurazioni adeguate, il rischio è continuare a discutere della distribuzione delle mansioni senza conoscere pienamente le conseguenze sulla sicurezza dell’assistenza.
La prevenzione delle ICA deve diventare una priorità organizzativa, non uno slogan
La questione delle mansioni improprie impone una riflessione più ampia sul funzionamento degli ospedali.
Non basta chiedere agli infermieri di svolgere esclusivamente attività coerenti con il loro profilo professionale.
Occorre contemporaneamente garantire che gli OSS possano esercitare le proprie competenze, che il personale ausiliario disponga di formazione e risorse adeguate, che i medici rispettino pienamente le procedure di sicurezza e che le direzioni sanitarie organizzino e controllino efficacemente i processi assistenziali.
La prevenzione delle ICA deve essere inserita concretamente nei sistemi di governo clinico e di gestione del rischio.
I programmi formativi devono essere accompagnati da verifiche delle competenze e osservazioni sul campo.
Le procedure non devono limitarsi a essere formalmente disponibili nei documenti aziendali: devono risultare conosciute, applicate e controllate.
Le segnalazioni degli operatori devono essere analizzate, e le criticità ripetute devono produrre interventi verificabili.
La collaborazione interprofessionale non può trasformarsi in una distribuzione casuale di mansioni, né in un sistema nel quale le responsabilità si disperdono.
Attribuire correttamente le attività significa rafforzare la sicurezza del paziente, non creare nuove ambiguità sulle responsabilità.
Conclusioni: il vero problema non è soltanto cosa fanno gli infermieri, ma cosa rischiano i pazienti
L’articolo di Nurse24 contribuisce utilmente al dibattito sulle attività non infermieristiche e sulla necessità di utilizzare in maniera appropriata le risorse professionali.
La questione, però, non può fermarsi alla misurazione del tempo perduto.
Occorre chiedersi quanto incidano sulle condizioni di sicurezza dell’assistenza la carenza cronica di personale, la distribuzione inappropriata delle attività, le lacune formative e la persistenza di modelli culturali e organizzativi superati.
La prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza rappresenta uno degli ambiti nei quali queste criticità possono assumere particolare rilevanza.
Non è accettabile che i confini delle competenze vengano ignorati per comodità organizzativa.
Non è accettabile che procedure scientificamente consolidate siano applicate in maniera discontinua senza adeguati controlli.
Non è accettabile che le carenze di organico vengano considerate una giustificazione permanente per organizzazioni che non riescono a garantire condizioni assistenziali adeguate.
Ed è necessario interrogarsi sulle responsabilità di chi continua a perpetuare comportamenti superati, per insufficiente formazione, abitudine oppure consapevole inosservanza delle procedure.
La soluzione non consiste nel contrapporre infermieri, medici, OSS e personale ausiliario.
Consiste nel pretendere che ciascuna figura eserciti correttamente le proprie competenze e che le direzioni sanitarie garantiscano modelli organizzativi coerenti con gli standard di sicurezza.
La prevenzione delle ICA non si delega come responsabilità indistinta: ogni operatore deve garantire le misure di propria competenza, mentre le attività devono essere attribuite in modo appropriato e sottoposte ai necessari controlli.
La domanda conclusiva che dovrebbe essere rivolta alle direzioni sanitarie è semplice:
Se gli infermieri trascorrono fino a un quarto del turno svolgendo attività attribuibili ad altre figure, chi verifica che nel tempo restante vengano garantite tutte le prestazioni assistenziali necessarie, comprese quelle fondamentali per la prevenzione delle infezioni ospedaliere?
Finché non verrà data una risposta fondata su dati, controlli e responsabilità chiaramente individuate, le mansioni improprie continueranno a essere considerate prevalentemente un problema professionale e sindacale.
Quando invece rappresentano anche un problema di sicurezza delle cure, di governo clinico e di tutela del diritto alla salute.
—
Fonti scientifiche e normative
1. Nurse24, Davide Alborino, 24 ottobre 2026. Attività non infermieristiche: quanto tempo tolgono al turno. “Articolo originale” (https://www.nurse24.it/diventare-infermiere/attivita-non-infermieristiche-tempo-turno.html).
2. Magro G. e collaboratori, 2026. Patterns, Evidence, Gaps and Recommendations Across Studies of Non-Nursing Tasks: Findings From a Scoping Review. Journal of Nursing Management. “DOI: 10.1155/jonm/9885933” (https://doi.org/10.1155/jonm/9885933).
3. Conti A., Gonella S., Berardinelli D., Dimonte V., Campagna S., 2024. Time Spent on Activities That Can Be Delegated and Reasons for Not Delegating Among Acute Care Nurses: A Mixed-Methods Study. Journal of Advanced Nursing, 80(12), 5102–5119. “PubMed” (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38967383/).
4. Istituto Superiore di Sanità – EpiCentro. Sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza negli ospedali per acuti. Dati PPS3 2022. “Dati nazionali” (https://www.epicentro.iss.it/sorveglianza-ica/sorveglianza-ospedali-per-acuti).
5. World Health Organization, 2024. Global Report on Infection Prevention and Control 2024. “Rapporto OMS” (https://www.who.int/publications/i/item/9789240103986).
6. World Health Organization, 2016. Guidelines on Core Components of Infection Prevention and Control Programmes at the National and Acute Health Care Facility Level. “Linee guida OMS” (https://www.who.int/publications/i/item/9789241549929).
7. Ministero della Sanità, DM 14 settembre 1994, n. 739. Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere. “Testo normativo” (https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=095G0001&atto.dataPubblicazioneGazzetta=1995-01-09).
8. Presidenza del Consiglio dei Ministri, DPCM 25 marzo 2025. Revisione del profilo dell’operatore socio-sanitario. Gazzetta Ufficiale n. 142 del 21 giugno 2025. “Testo ufficiale” (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/06/21/25A03429/SG).
9. FNOPI, 2025. Codice deontologico delle professioni infermieristiche, articoli 34, 37, 39 e 40. “Testo ufficiale” (https://www.fnopi.it/norme-e-codici/deontologia/).
10. Legge 8 marzo 2017, n. 24, articolo 1. Sicurezza delle cure in sanità. “Normattiva” (https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2017;24).
11. SHEA/IDSA/APIC, 2022 Update. Strategies to Prevent Ventilator-Associated Pneumonia, Ventilator-Associated Events, and Nonventilator Hospital-Acquired Pneumonia in Acute-Care Hospitals. “Testo scientifico” (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10903147/).
12. SHEA/IDSA/APIC, 2022 Update. Strategies to Prevent Catheter-Associated Urinary Tract Infections in Acute-Care Hospitals. “Testo scientifico” (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11287483/).
13. Centers for Disease Control and Prevention, 2024. Considerations for Reducing Risk: Surfaces in Healthcare Facilities. “Raccomandazioni CDC” (https://www.cdc.gov/healthcare-associated-infections/hcp/infection-control/index.html).
