Le dichiarazioni della presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli secondo cui le Case della Comunità possono funzionare anche senza la presenza fisica del medico di medicina generale hanno riacceso il dibattito sulla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022.
Secondo Mangiacavalli, ciò che conta non è necessariamente la presenza fisica del medico all’interno della struttura, ma il suo collegamento funzionale ai percorsi assistenziali, anche attraverso strumenti di telemedicina e modelli organizzativi integrati. Una posizione che apre interrogativi importanti sul futuro delle professioni sanitarie e sul ruolo che gli infermieri saranno chiamati a svolgere nelle nuove strutture territoriali.
Il vero problema non è il medico, ma il modello organizzativo
Ridurre il dibattito alla semplice presenza o assenza del medico rischia di essere fuorviante.
Le Case della Comunità nascono per superare il modello tradizionale centrato sul singolo professionista e costruire un sistema basato su équipe multiprofessionali, nelle quali medici, infermieri, assistenti sociali e altri professionisti collaborano in modo integrato. Agenas stessa ha indicato questo come uno degli elementi fondamentali della riforma territoriale.
La domanda da porsi è quindi diversa: il sistema sanitario italiano è realmente pronto a lavorare in équipe?
Per decenni l’assistenza territoriale è stata costruita intorno alla figura del medico di medicina generale. Oggi si chiede invece agli infermieri di famiglia e di comunità di assumere un ruolo più attivo nella presa in carico, nell’educazione sanitaria, nella gestione della cronicità e nella continuità assistenziale.
Gli infermieri non sostituiscono il medico
Occorre però evitare letture ideologiche.
Nessuno sostiene che l’infermiere debba sostituire il medico o assumersi responsabilità che appartengono ad altre professioni. La vera sfida consiste nel valorizzare competenze già esistenti e troppo spesso sottoutilizzate.
L’infermiere di famiglia e di comunità può rappresentare il primo contatto del cittadino con il sistema sanitario territoriale, monitorare i pazienti cronici, intercettare precocemente i bisogni assistenziali, coordinare i percorsi di cura e garantire continuità tra ospedale e territorio.
In molti contesti europei questi modelli sono consolidati da anni e consentono di utilizzare in modo più appropriato le competenze professionali disponibili.
Il rischio delle “scatole vuote”
Esiste però un nodo che la politica non può ignorare: la carenza di personale.
I dati più recenti mostrano che una quota molto limitata delle Case della Comunità programmate è pienamente operativa e che il principale ostacolo resta proprio la disponibilità di professionisti sanitari. Secondo il monitoraggio della Fondazione Gimbe, molte strutture risultano attive solo sulla carta o prive di personale sufficiente per garantire i servizi previsti.
In questo scenario, il rischio è evidente: costruire edifici senza avere gli operatori necessari per farli funzionare.
Non bastano muri, insegne e inaugurazioni. Servono infermieri, medici, operatori sociosanitari, assistenti sociali e professionisti adeguatamente formati e valorizzati.
Una sfida anche sindacale
Per la professione infermieristica il tema assume una valenza strategica.
Se il territorio diventerà realmente il centro dell’assistenza, sarà necessario affrontare questioni oggi ancora irrisolte:
- definizione chiara delle competenze;
- adeguamento degli organici;
- valorizzazione economica e contrattuale;
- percorsi formativi avanzati;
- tutela delle responsabilità professionali.
Non è accettabile che all’aumento delle responsabilità non corrisponda un reale riconoscimento professionale e retributivo.
L’evoluzione del sistema territoriale deve rappresentare un’opportunità di crescita e non un semplice trasferimento di carichi di lavoro verso professioni già in sofferenza.
Guardare oltre le polemiche
Le parole della presidente FNOPI non dovrebbero essere interpretate come una contrapposizione tra medici e infermieri.
La vera sfida consiste nel costruire un modello nel quale ciascun professionista operi al massimo delle proprie competenze, collaborando all’interno di percorsi condivisi e orientati ai bisogni dei cittadini.
Le Case della Comunità potranno funzionare senza il medico fisicamente presente in ogni momento? Probabilmente sì, se esisteranno strumenti organizzativi, digitali e professionali capaci di garantire continuità assistenziale.
Potranno invece funzionare senza infermieri? La risposta appare molto più difficile.
Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe partire il dibattito sul futuro della sanità territoriale italiana.
