Riconoscere che la professione infermieristica è stata “dimenticata” è importante. Ma attribuire la carenza a un fenomeno internazionale non può oscurare una realtà: l’Italia affronta questa crisi con meno infermieri, uno dei peggiori rapporti infermieri-medici dell’Unione europea, retribuzioni poco competitive e una valorizzazione professionale ancora insufficiente.
«Ministro, la carenza di infermieri sarà anche europea. Ma l’Europa non parte dalle condizioni dell’Italia: molti Paesi hanno una forza infermieristica nettamente superiore alla nostra e un rapporto infermieri-medici molto migliore. La crisi è internazionale; lo squilibrio italiano è invece anche il risultato di scelte italiane.»
Le parole del ministro della Salute Orazio Schillaci sulla carenza di infermieri contengono un elemento certamente condivisibile: il problema non riguarda soltanto il nostro Paese.
La difficoltà nel reperire e trattenere personale infermieristico interessa infatti molti sistemi sanitari europei e mondiali.
Ma proprio qui occorre fare una distinzione fondamentale.
Non tutti i Paesi europei sono arrivati a questa crisi nelle stesse condizioni. E l’Italia vi arriva particolarmente debole sul versante infermieristico.
Secondo il Country Health Profile 2025 dell’OCSE e dell’Osservatorio europeo sui sistemi e le politiche sanitarie, nel nostro Paese operano circa 6,9 infermieri ogni mille abitanti, oltre il 20% in meno rispetto alla media dell’Unione europea, pari a circa 8,4.
Contemporaneamente l’Italia dispone di 5,4 medici ogni mille abitanti, uno dei valori più elevati dell’Unione.
Il risultato è un rapporto di appena 1,3 infermieri per ogni medico, che l’OCSE colloca esplicitamente tra i più bassi dell’UE.
Ed è probabilmente questo uno dei dati che meglio descrive il problema italiano.
Non abbiamo semplicemente “pochi professionisti sanitari”.
Abbiamo un sistema nel quale la componente infermieristica continua a essere numericamente troppo debole rispetto a quella medica.
La crisi è europea, ma l’Italia parte svantaggiata
Dire che gli infermieri mancano anche in Germania, Francia, Irlanda, Finlandia o nei Paesi Bassi è corretto.
Ma non significa che la situazione sia equivalente.
Molti sistemi sanitari europei affrontano oggi le difficoltà di reclutamento partendo da una dotazione infermieristica storicamente più robusta, da una maggiore presenza degli infermieri nell’organizzazione dell’assistenza e, spesso, da livelli retributivi e possibilità di carriera più attrattivi.
L’Italia, invece, affronta la stessa tempesta partendo con una nave già sbilanciata.
Lo stesso rapporto europeo evidenzia inoltre un aspetto economico molto significativo: mentre in molti Paesi dell’Unione gli infermieri guadagnano mediamente circa il 20% in più rispetto al salario medio nazionale, in Italia la loro retribuzione è sostanzialmente allineata alla media salariale del Paese.
Questo significa che non possiamo spiegare tutto con la demografia, con l’invecchiamento della popolazione o con una generica crisi internazionale delle professioni sanitarie.
La capacità di attrarre un giovane verso Infermieristica e di convincere un professionista a rimanere nel Servizio sanitario nazionale dipende anche da quanto quel Paese decide di riconoscergli economicamente e professionalmente.
E quei “300 euro” agli infermieri?
Un altro passaggio delle dichiarazioni del ministro merita un chiarimento.
Quando si parla di circa 300 euro di aumento per gli infermieri, occorre spiegare esattamente a cosa ci si riferisce.
Il CCNL Sanità 2022-2024, sottoscritto definitivamente nell’ottobre 2025, prevede secondo ARAN un incremento medio di 172 euro mensili per il complesso dei dipendenti del comparto.
Per l’Area dei professionisti della salute e dei funzionari, nella quale sono inquadrati gli infermieri, l’incremento dello stipendio tabellare è pari a 135 euro lordi mensili per tredici mensilità.
L’indennità di specificità infermieristica viene invece rideterminata a 87,79 euro mensili dal 2025. Ma attenzione: non si tratta di 87,79 euro interamente aggiuntivi, perché l’indennità esisteva già e viene rivalutata.
Per questo sarebbe utile sapere come venga costruita la cifra dei 300 euro.
Se comprende aumenti tabellari, indennità già precedentemente percepite, rivalutazioni, arretrati o altre voci, bisognerebbe dirlo chiaramente.
Per un infermiere il dato davvero rilevante non è la somma teorica di tutte le risorse stanziate.
È quanto aumenta stabilmente la busta paga ogni mese.
Più formazione sì, ma dopo la laurea cosa cambia davvero?
Schillaci ha ragione quando sostiene che la professione infermieristica di oggi non può essere quella di quarant’anni fa.
La sanità è profondamente cambiata.
Sono aumentate la cronicità, la complessità assistenziale, l’assistenza territoriale, le tecnologie, la gestione delle terapie, la presa in carico delle fragilità e la necessità di competenze cliniche avanzate.
L’evoluzione universitaria verso percorsi specialistici può quindi rappresentare una grande opportunità.
Ma qui nasce una domanda inevitabile.
Che cosa succede all’infermiere dopo che si è specializzato?
Quale ruolo gli viene riconosciuto?
Quale autonomia?
Quale responsabilità?
Quale progressione di carriera?
E soprattutto: quale differenza economica concreta?
Se chiediamo a un professionista di studiare di più, acquisire competenze avanzate e assumersi maggiori responsabilità, ma poi lo collochiamo sostanzialmente nello stesso sistema organizzativo e retributivo, avremo creato un titolo in più, non necessariamente una vera carriera professionale.
E forse sarebbe ora di smettere di parlare di “mansioni”
Anche il linguaggio conta.
Parlare ancora di “evoluzione delle mansioni” quando ci si riferisce agli infermieri rischia di riportare indietro di decenni il dibattito professionale.
Il vecchio mansionario infermieristico appartiene ormai alla storia normativa della professione.
L’infermiere contemporaneo è un professionista sanitario con autonomia e responsabilità proprie.
Per questo sarebbe più corretto parlare di competenze, responsabilità, autonomia, specializzazione e sviluppo professionale.
Non si tratta di ampliare un elenco di cose che l’infermiere “può fare”.
Si tratta di decidere quale ruolo debba avere l’assistenza infermieristica nella sanità italiana dei prossimi vent’anni.
Il vero problema non è soltanto trovare infermieri. È convincerli a restare
Ed è forse questo il cuore dell’intera questione.
Possiamo aumentare i posti universitari.
Possiamo creare nuove lauree magistrali.
Possiamo finanziare campagne di orientamento.
Ma se, una volta entrato nel sistema, il professionista trova turni gravosi, carichi assistenziali elevati, difficoltà di conciliazione vita-lavoro, aggressioni, poche prospettive di sviluppo professionale e una retribuzione non proporzionata alle responsabilità, continueremo semplicemente a riempire un contenitore che perde acqua.
Il problema non è soltanto formare più infermieri.
È rendere nuovamente desiderabile essere infermieri in Italia.
Ed è soprattutto rendere conveniente rimanere nel Servizio sanitario nazionale.
“Professione dimenticata”: ora servono le conseguenze
C’è infine una frase del ministro Schillaci che merita di essere presa estremamente sul serio: quella infermieristica sarebbe stata una professione “dimenticata”.
È un riconoscimento politico tutt’altro che secondario.
Ma proprio per questo apre una domanda alla quale il Governo dovrà rispondere.
Se gli infermieri sono stati dimenticati, che cosa si intende fare concretamente per recuperarli?
Non bastano più dichiarazioni di apprezzamento.
Servono retribuzioni realmente competitive, organici adeguati ai bisogni assistenziali, percorsi di carriera clinica, riconoscimento economico delle specializzazioni, maggiore autonomia, condizioni di lavoro sostenibili e una programmazione sanitaria nella quale l’assistenza infermieristica smetta di essere considerata semplicemente una voce di costo.
Perché su una cosa il ministro ha ragione: la carenza infermieristica è un problema internazionale.
Ma l’Europa non si trova tutta nelle condizioni dell’Italia.
Altri Paesi affrontano la stessa crisi con una presenza infermieristica molto più consistente e con rapporti tra medici e infermieri assai più equilibrati.
Ed è proprio questo il punto che non può essere eluso.
La crisi è internazionale.
La debolezza strutturale dell’infermieristica italiana no.
Quella deriva anche dalle politiche sanitarie, dalle scelte organizzative, dalle retribuzioni e dal riconoscimento professionale costruiti in Italia negli ultimi decenni.
E dunque la risposta non può arrivare genericamente dall’Europa.
La risposta agli infermieri italiani deve arrivare dal Governo italiano.
