C’è una frase che negli ultimi giorni ha acceso discussioni durissime tra infermieri:
“Scusi dottore” “Io non sono dottore”.
Per alcuni è correttezza. Per altri è umiltà. Per molti, invece, è il simbolo di qualcosa di molto più profondo: una professione che fatica ancora a riconoscersi autorevole.
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di andare oltre la superficie.
Perché il problema degli infermieri italiani non è essere chiamati “dottori”. Il problema è che troppo spesso siamo stati educati a sentirci “meno”.
Una professione laureata che continua a comportarsi da subordinata
Gli infermieri italiani:
hanno una laurea;
gestiscono processi clinico-assistenziali complessi;
prendono decisioni autonome;
rispondono legalmente delle proprie azioni;
coordinano percorsi;
fanno ricerca;
insegnano nelle università;
reggono interi pezzi del Servizio Sanitario.
Eppure, culturalmente, molti continuano a percepirsi come figure subordinate.
Questa è la vera contraddizione.
Non perché serva una guerra con i medici. Non perché serva imitare altre professioni. Ma perché una categoria che non interiorizza il proprio valore finisce inevitabilmente per essere definita dagli altri.
E infatti è quello che accade da anni.
L’infermiere viene raccontato come:
“angelo”;
“vocato del paziente”;
“quello che aiuta”;
“quello umano”.
Mai come professionista ad alta competenza.
Mai come figura strategica del sistema sanitario.
Mai come professione intellettuale.
Il danno culturale del “basso profilo”
Per decenni agli infermieri è stato insegnato che:
rivendicare fosse arroganza;
esporsi fosse pericoloso;
parlare di autonomia fosse “fare i medici”;
pretendere riconoscimento fosse presunzione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una categoria enorme, indispensabile, ma spesso incapace di imporsi nel dibattito pubblico con la forza che avrebbe.
E qui bisogna dirlo chiaramente: non basta lamentarsi degli stipendi o della carenza di personale.
Perché la crisi infermieristica è anche una crisi identitaria.
Una professione che non costruisce cultura professionale forte:
perde peso politico;
perde attrattività;
perde rappresentanza;
perde autorevolezza sociale.
E alla fine perde anche professionisti.
La responsabilità politica: infermieri usati ma non valorizzati
La politica sanitaria italiana ha enormi responsabilità.
Per anni gli infermieri sono stati:
indispensabili nelle emergenze;
celebrati nelle tragedie;
ignorati nelle riforme strutturali.
Si chiede loro di reggere:
pronto soccorso;
territorio;
cronicità;
domiciliarità;
carenze mediche;
liste d’attesa;
sovraffollamento.
Ma senza:
reali progressioni cliniche;
modelli avanzati consolidati;
riconoscimento economico adeguato;
rappresentanza decisionale proporzionata.
La verità è semplice: la sanità italiana non regge senza infermieri. Ma continua a trattarli come una professione accessoria.
Ed è una contraddizione ormai insostenibile.
Anche la leadership infermieristica ha delle colpe
Però sarebbe troppo facile scaricare tutto sulla politica.
Una parte della responsabilità appartiene anche alla leadership professionale, sindacale e culturale infermieristica.
Per troppo tempo il dibattito si è fermato a:
eroismo;
sacrificio;
vocazione;
resistenza.
Troppo poco si è parlato di:
competenza avanzata;
leadership clinica;
produzione scientifica;
autonomia organizzativa;
governo dei processi assistenziali.
Una professione cresce quando smette di chiedere solo riconoscimento emotivo e pretende riconoscimento strutturale.
Il punto non è chiamarsi “dottore”
Chiariamo una cosa: il cuore della questione non è il titolo.
Puoi anche pretendere di essere chiamato “dottore”. Ma se poi:
accetti il demansionamento;
non partecipi ai processi decisionali;
non difendi il tuo campo professionale;
non produci cultura;
non sostieni i colleghi che si espongono;
…quel titolo resta vuoto.
L’identità professionale non nasce da una parola. Nasce dalla consapevolezza collettiva.
Gli infermieri devono smettere di chiedere il permesso
La professione infermieristica italiana ha raggiunto un bivio storico.
O continua a raccontarsi come categoria “di supporto”, oppure prende definitivamente coscienza di essere una colonna clinica, organizzativa e sociale del sistema sanitario.
Questo significa:
parlare con linguaggio professionale forte;
investire in cultura infermieristica;
sostenere chi produce contenuti e ricerca;
occupare spazi decisionali;
pretendere rappresentanza vera;
smettere di avere paura del conflitto culturale.
Perché nessuna professione conquista autorevolezza chiedendo il permesso di esistere.
Il vero rischio
Il rischio più grande non è che gli infermieri vengano chiamati male.
Il rischio è che una professione essenziale finisca per convincersi di valere meno di ciò che realmente è.
E quando una categoria smette di credere nella propria identità, prima o poi lo farà anche il sistema che la circonda.
