Per anni abbiamo assistito in silenzio.
Abbiamo accettato classificazioni improprie, inquadramenti confusi e una sistematica svalutazione del ruolo infermieristico all’interno del comparto scuola. Ma oggi quel silenzio non è più sostenibile.
L’infermiere che opera nella scuola non può continuare a essere collocato nello stesso alveo amministrativo di figure con funzioni completamente diverse, come collaboratori scolastici o personale addetto ai servizi generali. Non è una questione di dignità delle altre professioni tutte meritano rispetto ma di coerenza giuridica, sanitaria e professionale.
Un infermiere è un professionista sanitario laureato, iscritto a un Ordine professionale, titolare di responsabilità cliniche, assistenziali, deontologiche e legali.
Non è personale ausiliario.
Non è personale generico.
Non è una figura “ibrida” da collocare dove fa più comodo amministrativamente.
Una contraddizione ormai insostenibile
Nelle scuole gli infermieri gestiscono quotidianamente:
studenti con diabete;
somministrazione di farmaci salvavita;
allergie severe e rischio anafilassi;
epilessia;
PEG;
tracheostomie;
emergenze sanitarie;
fragilità complesse;
educazione sanitaria e prevenzione.
In caso di errore rispondono professionalmente e legalmente come infermieri.
Devono attenersi al codice deontologico.
Operano con autonomia professionale prevista dalla normativa sanitaria.
E allora la domanda è inevitabile:
Per quale motivo vengono ancora inseriti in contenitori professionali nati per funzioni non sanitarie?
È una contraddizione che mortifica la professione e crea un corto circuito istituzionale gravissimo.
Il problema non è burocratico: è culturale
Dietro questo inquadramento improprio si nasconde una visione vecchia dell’infermiere: una figura accessoria, subordinata, utilizzabile ovunque senza un’identità propria.
Peccato che la realtà normativa italiana dica altro.
L’infermiere:
è professionista sanitario ai sensi della legge 42/99;
possiede autonomia professionale;
esercita una professione intellettuale sanitaria;
è responsabile degli atti assistenziali erogati;
opera secondo competenze universitarie definite.
Continuare a inserirlo in categorie scolastiche generiche significa ignorare trent’anni di evoluzione normativa e professionale.
Una scuola moderna ha bisogno di sanità, non di improvvisazione
Dopo la pandemia tutti hanno parlato dell’importanza della salute nelle scuole.
Tutti hanno invocato prevenzione, educazione sanitaria, gestione delle fragilità e sicurezza.
Ma poi, concretamente, cosa è stato fatto?
Si continua a utilizzare l’infermiere senza costruire un vero modello sanitario scolastico.
Si pretende alta responsabilità senza adeguato riconoscimento.
Si assegnano funzioni sanitarie dentro strutture amministrative che sanitarie non sono.
È una scelta miope.
Nel resto d’Europa e nei sistemi più avanzati, l’infermiere scolastico è:
figura sanitaria definita;
integrata nei servizi territoriali;
riconosciuta clinicamente;
valorizzata economicamente;
parte delle politiche di salute pubblica.
In Italia invece resta spesso un “corpo estraneo”, sospeso tra scuola e sanità, senza una collocazione coerente.
Chiediamo un cambiamento immediato
È tempo di uscire dall’ambiguità.
Chiediamo:
la rimozione dell’infermiere dai profili impropri del comparto ATA;
un inquadramento coerente con la natura sanitaria della professione;
il riconoscimento della specificità infermieristica nel contesto scolastico;
un modello nazionale di infermieristica scolastica;
percorsi contrattuali dedicati;
valorizzazione economica e professionale adeguata;
integrazione con il sistema sanitario territoriale.
Non è una rivendicazione corporativa.
È una richiesta di civiltà istituzionale.
Perché non si può continuare a pretendere responsabilità sanitarie trattando gli infermieri come figure amministrativamente indistinte.
La politica e i sindacati non possono più tacere
Su questo tema serve una presa di posizione chiara.
Chi rappresenta gli infermieri deve smettere di accettare compromessi al ribasso.
Chi governa la scuola deve comprendere che la salute degli studenti non può essere affidata a modelli organizzativi confusi.
E anche gli Ordini professionali devono pretendere il rispetto dell’identità sanitaria infermieristica.
Perché qui non si parla soltanto di un profilo contrattuale.
Si parla del valore che questo Paese attribuisce alla professione infermieristica.
E finché un infermiere continuerà a essere inserito in categorie pensate per altre funzioni, il messaggio resterà sempre lo stesso:
“Sei utile, ma non sei davvero riconosciuto.”
Ed è esattamente questo che oggi non siamo più disposti ad accettare.
