Nel Presidio Ospedaliero di Piedimonte Matese, afferente all’ASL di Caserta, è stato adottato un protocollo organizzativo per far fronte alla cronica assenza di operatori socio-sanitari nei turni notturni. Una scelta che, nelle intenzioni aziendali, avrebbe l’obiettivo di garantire la continuità assistenziale, ma che nella pratica determina un trasferimento strutturale di attività di supporto sugli infermieri.
Il punto critico non è l’eccezionalità della misura, ma il suo significato organizzativo. Quando un’azienda formalizza procedure che prevedono l’assorbimento sistematico di mansioni non infermieristiche da parte degli infermieri, non si è più di fronte a una gestione emergenziale, ma a una ridefinizione impropria dei ruoli professionali.
Secondo quanto segnalato dal NurSind territoriale, il protocollo rischia di legittimare un demansionamento di fatto. Non perché l’infermiere non sia in grado di svolgere attività di base, ma perché l’assunzione continuativa di tali compiti frammenta l’assistenza infermieristica e sottrae tempo, attenzione e risorse cognitive alle funzioni cliniche proprie della professione.
Questo aspetto viene spesso sottovalutato nel dibattito pubblico. Il demansionamento non produce solo una lesione professionale, ma genera effetti diretti sulla qualità e sulla sicurezza delle cure. In particolare, emerge con forza il tema del rischio clinico infettivo.
L’assenza di personale di supporto nelle ore notturne comporta un sovraccarico operativo dell’infermiere, che si trova a gestire contemporaneamente assistenza di base, sorveglianza clinica, terapie, presidi invasivi e prevenzione delle infezioni. In queste condizioni, le barriere di sicurezza non vengono formalmente rimosse, ma diventano più fragili.
Il rischio infettivo non aumenta perché l’infermiere “non sa cosa fare”, ma perché l’organizzazione lo costringe a moltiplicare le azioni, riducendo il tempo disponibile per l’aderenza rigorosa alle procedure. Il sovraccarico cognitivo è uno dei fattori più noti nella genesi degli eventi avversi, incluse le infezioni correlate all’assistenza.
Quando l’infermiere deve compensare sistematicamente l’assenza di altre figure, si producono ritardi nell’igiene assistita, difficoltà nel rispetto dei protocolli di isolamento, compressione dei tempi dedicati alla sorveglianza clinica e alla prevenzione. Tutto questo non è neutro dal punto di vista del rischio.
In sanità, le scelte organizzative non possono essere valutate solo in termini di copertura dei turni. Ogni modifica strutturale deve essere letta alla luce del rischio clinico complessivo, inclusa la dimensione infettiva, che resta una delle principali criticità dei contesti ospedalieri sotto-organico.
La vicenda dell’ASL di Caserta pone quindi una questione più ampia: la sostenibilità di modelli organizzativi che risolvono le carenze strutturali spostando il carico su una sola professione. Questo approccio non tutela né gli infermieri né i pazienti e rischia di trasformare l’emergenza in prassi consolidata.
La sicurezza delle cure non si garantisce ridefinendo informalmente i profili professionali, ma attraverso una programmazione adeguata delle risorse, assunzioni mirate e una chiara separazione delle funzioni. Ogni altra soluzione, anche se presentata come temporanea, finisce per produrre effetti permanenti sul sistema e sul rischio clinico.
