Nel dibattito sul demansionamento infermieristico e sulle carenze strutturali di personale nelle aziende sanitarie, una figura continua a restare ai margini: il medico del lavoro. Eppure, proprio nei contesti in cui l’organizzazione è sotto pressione, il suo ruolo diventa centrale. Non sul piano sindacale o disciplinare, ma su quello, ben più sostanziale, della prevenzione, della sicurezza e del rischio clinico.
Affrontare il tema del demansionamento esclusivamente in chiave contrattuale è una lettura riduttiva. Quando l’organizzazione del lavoro cambia nella pratica quotidiana, cambiano anche i rischi. È in questo spazio che si colloca la funzione del medico del lavoro, non come osservatore passivo, ma come snodo giuridico e sanitario del sistema di tutela.
Il medico del lavoro non è chiamato a stabilire se una scelta aziendale sia legittima ai sensi del contratto collettivo o dell’articolo 2103 del codice civile. La sua funzione è più profonda e spesso più scomoda: valutare se l’organizzazione del lavoro espone il professionista sanitario a rischi nuovi, sottovalutati o divenuti strutturali nel tempo.
Quando, per carenze croniche di personale di supporto, l’infermiere viene stabilmente chiamato a svolgere attività di assistenza di base, il lavoro reale cambia. Cambia l’esposizione al rischio biologico, aumenta il carico fisico, cresce lo stress lavoro-correlato e si modifica il profilo di rischio complessivo della prestazione. In questi casi non si è più di fronte a una flessibilità organizzativa occasionale, ma a una trasformazione sostanziale delle condizioni di lavoro.
Uno dei nodi centrali è il Documento di Valutazione dei Rischi. Troppo spesso il DVR resta ancorato a un modello teorico di reparto che non corrisponde più alla realtà operativa: turni ideali, dotazioni complete, presenza di tutte le figure previste. Un modello che, nella pratica quotidiana, non esiste più.
Il medico del lavoro, per mandato normativo, è invece chiamato a osservare il lavoro così come viene realmente svolto, non come è descritto negli organigrammi. Quando esiste una discrepanza stabile tra carta e pratica, la valutazione dei rischi perde aderenza e diventa fittizia. Dal punto di vista giuridico questo passaggio è decisivo: se il rischio cambia e il DVR non viene aggiornato, non siamo davanti a una semplice disfunzione gestionale, ma a una criticità prevenzionistica che può fondare responsabilità precise.
Nel contesto sanitario, questa discrepanza assume un peso particolare sul piano del rischio clinico biologico e infettivo. L’infermiere che compensa l’assenza di altre figure è costretto a moltiplicare le azioni, a ridurre i tempi di transizione sicura tra un’attività e l’altra, a gestire contemporaneamente assistenza di base, presidi invasivi, terapie e bisogni primari del paziente.
Il rischio infettivo non aumenta perché il professionista non conosce le buone pratiche o ignora le procedure, ma perché l’organizzazione riduce il tempo, l’attenzione e le risorse cognitive necessarie per applicarle in modo rigoroso e sistematico. È un rischio organizzativo, non individuale.
In questo scenario il medico del lavoro dispone di strumenti concreti: può segnalare l’inadeguatezza della valutazione dei rischi, richiedere l’aggiornamento del DVR, rilevare indicatori di stress lavoro-correlato e, nei casi più critici, esprimere giudizi di idoneità con limitazioni. Non si tratta di atti punitivi, ma di strumenti di prevenzione e di riequilibrio organizzativo.
Ignorare questa dimensione significa spostare il problema sul singolo infermiere, caricandolo di una responsabilità che non gli compete. Al contrario, coinvolgere pienamente il medico del lavoro significa riportare il tema del demansionamento nel suo perimetro corretto: quello della sicurezza, della salute occupazionale e della responsabilità organizzativa.
Il demansionamento non è solo una questione di dignità professionale. È anche, e sempre di più, una questione di rischio clinico. E quando il rischio cambia, la sorveglianza sanitaria non può restare immobile.
Rimettere il medico del lavoro al centro di questo dibattito significa compiere un passo avanti verso una sanità che non gestisce le carenze scaricandole sui professionisti, ma le affronta riconoscendone gli effetti reali sulla salute dei lavoratori e sulla sicurezza dei pazienti.
Questo contributo si colloca in un percorso di analisi che, finora, è rimasto in larga parte inesplorato nel dibattito pubblico. Il tema del demansionamento infermieristico è stato quasi sempre affrontato in chiave contrattuale o ordinamentale, mentre raramente è stato letto in modo sistematico alla luce della prevenzione, della sorveglianza sanitaria e del rischio clinico biologico e infettivo. L’approccio proposto intende colmare questo vuoto, integrando profili giuridici, organizzativi e di sicurezza delle cure. Non per rivendicare primati, ma per contribuire a una lettura più completa e aderente alla realtà del lavoro sanitario, nella convinzione che solo un’analisi multidimensionale possa restituire la reale portata del problema e orientare soluzioni efficaci.
Dott. Alfio Stiro_Infermiere
Direttore NurseNews
Analista di diritto sanitario e organizzazione delle professioni sanitarie.

