La relazione presentata dagli eurodeputati Loucas Fourlas e Ruggero Razza è stata approvata dal Parlamento europeo il 17 settembre. Al centro medici, infermieri, ostetriche, farmacisti, odontoiatri, professionisti sanitari e operatori dell’assistenza. L’obiettivo indicato è rafforzare di almeno un milione di unità la forza lavoro sanitaria europea, intervenendo anche su carichi di lavoro, sicurezza degli organici, salute mentale e attrattività delle professioni. Ma non si tratta ancora di una legge direttamente applicabile negli Stati membri.
La crisi del personale sanitario entra ufficialmente tra le grandi questioni strategiche dell’Unione europea.
Il 17 settembre 2026 il Parlamento europeo ha approvato in plenaria la relazione “An EU health workforce crisis plan: sustainability of healthcare systems and employment and working conditions in the healthcare sector”, identificata come A10-0168/2026 nell’ambito della procedura 2025/2062(INI). L’Osservatorio legislativo del Parlamento registra il risultato del voto del 17 settembre, mentre le organizzazioni europee rappresentative di medici, infermieri, farmacisti e odontoiatri hanno confermato l’adozione definitiva della relazione.
Il documento era stato depositato l’11 giugno dopo il lavoro congiunto delle commissioni EMPL, Occupazione e affari sociali, e SANT, Sanità pubblica. I due relatori nominati dal Parlamento sono Loucas Fourlas, eurodeputato cipriota del gruppo del Partito Popolare Europeo, per la commissione EMPL, e Ruggero Razza, eurodeputato italiano del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, per la commissione SANT.
Fourlas e Razza: una relazione tra sanità e condizioni di lavoro
La doppia relazione non è un dettaglio formale. Il Parlamento ha scelto di affrontare contemporaneamente due facce dello stesso problema: da una parte la capacità dei sistemi sanitari di garantire cure alla popolazione, dall’altra le condizioni nelle quali lavorano le persone che rendono possibili quelle cure.
Nella presentazione in plenaria, Fourlas ha richiamato espressamente il personale che opera nel settore sanitario e assistenziale, citando medici, farmacisti, operatori dell’assistenza e gli altri lavoratori della salute. Razza, intervenendo come relatore per la Sanità pubblica, ha collegato il futuro della sanità europea alla capacità di investire sulle professioni, sulla formazione e sulla possibilità di trattenere il personale nei sistemi sanitari.
Il documento è quindi volutamente trasversale. Non riguarda esclusivamente gli infermieri né esclusivamente i medici: interessa l’insieme della forza lavoro sanitaria e assistenziale, pur prevedendo interventi specifici per alcune professioni quando le caratteristiche dell’attività lo richiedono.
È anche il motivo per cui quattro organizzazioni europee — rappresentative di medici, infermieri, farmacisti di comunità e odontoiatri e complessivamente di oltre 5,5 milioni di professionisti — hanno accolto l’approvazione chiedendo ora che le indicazioni parlamentari siano tradotte in iniziative concrete.
La crisi europea: non manca una sola professione
I numeri spiegano perché il tema sia arrivato fino alla plenaria di Strasburgo.
Secondo Health at a Glance: Europe 2024, elaborato da OCSE e Commissione europea, nel 2022 nei Paesi dell’Unione si stimava un deficit di circa 1,2 milioni di medici, infermieri e ostetriche rispetto alle soglie minime utilizzate per valutare la capacità di raggiungere una copertura sanitaria universale. L’OCSE avverte però che si tratta di una stima basata su soglie comuni e non della somma dei posti vacanti nei singoli servizi sanitari.
Alla carenza attuale si aggiunge l’invecchiamento della forza lavoro. Oltre un terzo dei medici e circa un quarto degli infermieri dell’UE ha più di 55 anni e una parte consistente raggiungerà l’età pensionabile nei prossimi anni. Allo stesso tempo, l’aumento delle patologie croniche e della non autosufficienza sta facendo crescere il bisogno di assistenza.
L’OMS Europa stima inoltre che, mantenendo le tendenze attuali, nella Regione europea potrebbe mancare quasi un milione di operatori sanitari entro il 2030. Sono stime costruite con metodologie e perimetri differenti e non devono quindi essere sommate tra loro.
Nella relazione parlamentare il perimetro viene ulteriormente allargato agli operatori sanitari e dell’assistenza. Già il progetto illustrava una crisi che coinvolge medici, infermieri, carers e altri professionisti e indicava l’obiettivo di aumentare di almeno un milione di persone la forza lavoro sanitaria dell’Unione nei successivi sette anni.
Un milione di professionisti in più, ma non significa un milione di assunzioni già decise
È uno dei passaggi più importanti e allo stesso tempo uno dei più facili da interpretare male.
Il Parlamento chiede una strategia europea di lungo periodo capace di portare almeno un milione di professionisti sanitari aggiuntivi entro il 2034. L’obiettivo comprende ampliamento della formazione, reclutamento, permanenza nel sistema, mobilità professionale e politiche capaci di rendere le professioni della salute più attrattive.
Non significa però che Bruxelles abbia appena deliberato un milione di contratti di lavoro o stabilito quanti professionisti debbano essere assunti da Italia, Francia, Germania o dagli altri Stati.
La relazione è una procedura di iniziativa propria del Parlamento europeo, INI. Esprime quindi una posizione politica e formula richieste alla Commissione, al Consiglio e agli Stati membri, ma non è un regolamento che da solo produce assunzioni, nuovi rapporti di personale o modifiche pensionistiche nei singoli ordinamenti.
Il passaggio successivo sarà capire quali proposte legislative, finanziarie e organizzative verranno effettivamente costruite sulla base di questo indirizzo.
Non soltanto assumere: il problema è trattenere chi già lavora
Uno degli elementi centrali della relazione è che la crisi non può essere affrontata soltanto aumentando i posti nei corsi universitari o reclutando personale dall’estero.
Le organizzazioni professionali europee sintetizzano il modello attraverso tre parole: Recruitment, Retention e Resilience, cioè reclutare, trattenere e rendere resilienti i sistemi sanitari.
Sul reclutamento, il documento punta su formazione di qualità, tutoraggio e sviluppo della forza lavoro interna ai singoli Paesi, limitando una dipendenza eccessiva dal reclutamento internazionale.
Sulla permanenza dei professionisti chiede migliori condizioni di lavoro, retribuzioni adeguate, maggiore sicurezza occupazionale, dialogo sociale, livelli di personale sicuri e misure contro violenze e aggressioni.
Sul piano della resilienza viene chiesto un finanziamento nazionale ed europeo stabile a sostegno della forza lavoro sanitaria.
È un’impostazione che riguarda indistintamente medici, infermieri, professionisti sanitari, farmacisti, odontoiatri e personale dell’assistenza, pur con strumenti differenti a seconda dei settori.
Organici sicuri: il numero dei professionisti diventa anche un problema di sicurezza
La relazione introduce con particolare forza il concetto di safe staffing, cioè la presenza di personale numericamente e professionalmente adeguato alla quantità e complessità delle persone assistite.
Non è soltanto una rivendicazione contrattuale. L’insufficienza dell’organico viene collegata alla sicurezza del paziente e alla salute del lavoratore.
Le organizzazioni professionali europee sottolineano che il testo adottato chiede esplicitamente livelli di staffing sicuri, insieme al miglioramento delle condizioni lavorative.
Per gli infermieri il tema assume una rilevanza particolare. Nel febbraio 2026 l’OMS Europa ha dedicato per la prima volta un policy brief specifico al safe nurse staffing, definendolo come la disponibilità del giusto numero e della corretta combinazione di infermieri adeguatamente formati e sostenuti. Secondo l’OMS, quando gli infermieri sono insufficienti o lo skill mix è inadeguato aumentano contemporaneamente i rischi per i pazienti, stress, infortuni e problemi di salute mentale dei professionisti.
Nel dibattito europeo compaiono anche strumenti di controllo dei carichi di lavoro e parametri medico/paziente e infermiere/paziente. Questo però non significa che dal 17 settembre esista un rapporto numerico obbligatorio uguale in tutti gli ospedali europei: l’eventuale trasformazione di questi principi in standard vincolanti richiederà ulteriori atti.
Lavoro gravoso, turni, riposi e salute dei professionisti
La relazione affronta anche il carattere fisicamente e psicologicamente impegnativo delle professioni sanitarie.
Il tema comprende turnazioni, lavoro notturno, durata dell’orario, riposo effettivo, esposizione ai rischi, precarietà, violenza sul lavoro e conseguenze sulla salute fisica e mentale.
Il punto deve però essere raccontato con precisione: l’approvazione della relazione non rende automaticamente medici, infermieri o altri professionisti sanitari “lavoratori usuranti” ai fini pensionistici italiani. Eventuali effetti previdenziali richiederebbero interventi nella legislazione dei singoli Stati.
Il Parlamento sta indicando agli Stati una direzione sulle condizioni del lavoro sanitario; la concreta traduzione in pensioni, indennità, organizzazione dei turni o altri istituti continuerà a dipendere dalle norme nazionali e dalla successiva evoluzione europea.
Salute mentale: il problema non può essere scaricato sul singolo professionista
Un capitolo importante riguarda il benessere psicologico.
L’indagine MeND dell’OMS Europa ha raccolto oltre 90 mila risposte valide da medici e infermieri nei 27 Paesi UE, Islanda e Norvegia. I risultati mostrano una forte associazione tra condizioni di lavoro insicure e peggioramento della salute mentale.
Un medico su tre e circa un infermiere su quattro ha riportato sintomi di depressione o ansia; circa uno su dieci, tra medici e infermieri, ha riferito nelle due settimane precedenti pensieri passivi di morte o autolesionismo. Un terzo ha inoltre riferito episodi di bullismo o minacce violente sul luogo di lavoro.
Sono dati che spostano il tema del burnout da una lettura esclusivamente individuale alla dimensione organizzativa: carichi di lavoro, turni, violenza, precarietà, leadership e possibilità concreta di recuperare dopo il lavoro.
Formazione, giovani professionisti e mobilità europea
Aumentare la forza lavoro significa anche formarla.
La relazione sostiene l’espansione dei percorsi di istruzione e formazione, il tutoraggio e la mobilità, ma contemporaneamente richiama l’esigenza di evitare che la soluzione alla carenza consista semplicemente nello spostare professionisti dai Paesi che ne hanno meno verso quelli economicamente più forti.
Il problema esiste già. Dopo la pandemia, il reclutamento di professionisti formati all’estero è cresciuto fortemente: tra 2019 e 2022 l’afflusso di medici formati all’estero nei Paesi europei considerati dall’OCSE è aumentato del 17%, mentre quello degli infermieri è cresciuto del 72%.
Da qui il richiamo a politiche di mobilità accompagnate da investimenti sulla formazione interna e sul contrasto al cosiddetto brain drain.
Medici, infermieri, farmacisti, odontoiatri e assistenza: una crisi con caratteristiche diverse
Uno degli errori da evitare sarebbe trattare tutte le professioni come se avessero esattamente lo stesso problema.
La disponibilità di personale varia enormemente per professione, specialità e territorio. Possono coesistere, nello stesso Paese, una buona densità complessiva di una categoria e carenze molto severe in alcune specialità o aree geografiche.
La stessa logica vale per infermieri, ostetriche, tecnici e professionisti della riabilitazione, farmacisti, operatori sociosanitari e personale dedicato alla long-term care.
Per questo la programmazione proposta a livello europeo dovrebbe poter leggere la carenza professione per professione e territorio per territorio, invece di limitarsi al numero complessivo dei dipendenti del settore sanitario.
Ed è probabilmente questa la chiave più importante per capire la situazione italiana.
Italia: molti medici, pochi infermieri e una forte debolezza nell’assistenza di lungo periodo
I dati comparabili più recenti mostrano un sistema italiano particolarmente squilibrato.
Nel 2023 l’Italia disponeva di circa 5,4 medici praticanti ogni 1.000 abitanti, un valore oltre il 25% superiore alla media dell’Unione europea. Nello stesso periodo contava invece soltanto 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media UE di 8,4. Il rapporto era quindi di circa 1,3 infermieri per medico, tra i più bassi dell’Unione.
Questo non significa che l’Italia non abbia carenze mediche: la media nazionale può nascondere mancanze di medici di medicina generale, specialisti, emergenza-urgenza o professionisti disponibili in determinate aree. Significa però che, guardando alla composizione complessiva della forza lavoro, lo squilibrio infermieristico è particolarmente evidente.
Anche l’assistenza alla non autosufficienza presenta numeri critici. L’OCSE rileva in Italia circa 1,5 lavoratori della long-term care ogni 100 abitanti con almeno 65 anni, contro una media OCSE di 5. Questo indicatore comprende personale assistenziale con profili diversi e non può essere tradotto automaticamente nel numero degli OSS italiani, ma descrive comunque una capacità assistenziale significativamente inferiore alla media comparabile.
Sono dati importanti anche pensando alle future politiche europee.
Se alle indicazioni del Parlamento seguiranno fondi dedicati, programmi di formazione, incentivi al reclutamento o altre misure comunitarie, la questione sarà inevitabilmente quali criteri utilizzare per indirizzare le risorse tra Paesi, professioni e territori.
Densità dei professionisti rispetto alla popolazione, invecchiamento degli operatori, posti vacanti, fabbisogni sanitari e assistenziali, popolazione anziana, aree rurali e insulari e differenze tra singole professioni potrebbero rappresentare indicatori utili.
La relazione approvata, tuttavia, non stabilisce oggi una quota italiana del milione di professionisti né un criterio automatico di ripartizione.
Per l’Italia questo passaggio sarà particolarmente importante: una eventuale politica europea basata semplicemente sul numero complessivo degli operatori sanitari rischierebbe di non fotografare correttamente uno squilibrio nel quale la densità medica è elevata mentre quella infermieristica è sensibilmente inferiore alla media europea.
Deserti sanitari: non tutte le carenze sono nazionali
Un altro elemento centrale è la distribuzione geografica.
La carenza può essere modesta a livello nazionale e diventare drammatica in un’isola, in una zona montana, rurale, periferica o scarsamente popolata.
La relazione affronta quindi il problema dei cosiddetti deserti sanitari, collegando il reclutamento nelle aree svantaggiate non soltanto alla retribuzione, ma anche a casa, formazione, opportunità di carriera, servizi, telemedicina e rafforzamento dell’assistenza territoriale.
Per Paesi caratterizzati da rilevanti differenze regionali, come l’Italia, il tema non riguarda soltanto quante persone formare o assumere, ma dove riuscire a farle lavorare e soprattutto restare.
Tecnologia e intelligenza artificiale: supportare il professionista, non sostituirlo
La digitalizzazione è un altro elemento del piano.
Telemedicina, strumenti digitali e intelligenza artificiale vengono considerati potenziali strumenti per ridurre attività amministrative, migliorare l’organizzazione e rendere più accessibili alcuni servizi, soprattutto nei territori con meno professionisti.
Il Parlamento inserisce però la tecnologia in una strategia complessiva sulla forza lavoro: digitalizzazione e nuovi strumenti hanno senso se permettono ai professionisti di utilizzare meglio il proprio tempo e le proprie competenze.
Anche le analisi OCSE sottolineano che tecnologie e intelligenza artificiale possono contribuire alla produttività sanitaria, ma insieme a interventi sullo skill mix, sulla formazione e sulle competenze professionali.
Dopo il voto del Parlamento, cosa succede davvero
È probabilmente il punto più importante per evitare titoli che promettano effetti che ancora non esistono.
Il Parlamento europeo ha approvato la relazione Fourlas-Razza. Quindi non siamo più di fronte a una semplice proposta in attesa del voto.
Ma la relazione rimane un atto di iniziativa parlamentare.
Da oggi non scattano automaticamente un milione di assunzioni, nuovi rapporti infermiere/paziente, una diversa età pensionabile per i sanitari o nuovi livelli minimi di personale negli ospedali italiani.
Il passaggio politico compiuto a Strasburgo consiste nell’aver individuato una linea comune: la crisi della forza lavoro sanitaria non viene più trattata soltanto come un problema interno alle singole aziende sanitarie, ma come una questione di sostenibilità dei sistemi sanitari europei, sicurezza delle cure e condizioni di lavoro.
Ora la partita si sposta sull’attuazione.
Commissione europea, Stati membri e istituzioni nazionali dovranno decidere quali parti trasformare in finanziamenti, raccomandazioni, programmi o eventuali atti normativi. Le organizzazioni europee di medici, infermieri, farmacisti e odontoiatri hanno già chiesto che il voto sia seguito da concrete iniziative politiche e legislative.
Per l’Italia la discussione avrà inevitabilmente una specificità: non soltanto quanti professionisti mancano, ma quali professioni mancano, in quali territori e con quale rapporto rispetto ai bisogni della popolazione.
Ed è proprio qui che il dato infermieristico assume un peso particolare: 6,9 infermieri per mille abitanti contro 8,4 nella media UE, all’interno di un sistema che dispone invece di una densità medica superiore alla media europea.
La sfida, quindi, non sarà semplicemente avere “più personale”, ma costruire una forza lavoro sanitaria equilibrata tra medici, infermieri, ostetriche, professionisti sanitari, farmacisti, odontoiatri, operatori dell’assistenza e tutte le figure necessarie ai diversi livelli di cura.
Ed è su questa capacità di trasformare una relazione parlamentare in programmazione, formazione, condizioni di lavoro sostenibili e servizi realmente accessibili che si misureranno i prossimi passi della politica sanitaria europea.
Prosia
