Un robot in grado di effettuare autonomamente un prelievo venoso può essere presentato come innovazione, progresso, efficienza.
Ma la domanda è un’altra: questa tecnologia nasce per aiutare l’infermiere o per fare a meno dell’infermiere?
Perché il confine è sottile. E nella sanità italiana, dove da anni si affronta la carenza di professionisti cercando scorciatoie organizzative invece di rendere attrattiva la professione, quel confine rischia di essere superato molto rapidamente.
Il problema non è il robot.
Il problema è l’idea che l’attività infermieristica possa essere scomposta in una serie di prestazioni e che, sostituendo chi esegue materialmente quelle prestazioni, si possa sostituire anche l’infermiere.
Non funziona così.
Un prelievo non è soltanto infilare un ago
Ridurre il prelievo venoso a una procedura tecnica significa osservare soltanto pochi minuti di ciò che accade e ignorare tutto il resto.
L’infermiere identifica la persona, valuta le sue condizioni, raccoglie informazioni, verifica eventuali criticità, osserva la cute e il patrimonio venoso, riconosce situazioni che richiedono particolare attenzione, comunica con il paziente, gestisce paura e ansia, interviene davanti a una complicanza e valuta ciò che avviene prima, durante e dopo la procedura.
Quella che dall’esterno può sembrare una semplice prestazione è inserita in un processo assistenziale molto più ampio.
La tecnica può essere automatizzata. La responsabilità professionale, il ragionamento clinico e la capacità di osservazione no.
Ed è proprio questo il punto che rischiamo di perdere.
Dalla tecnologia alla sostituzione del personale il passo può diventare breve
L’innovazione tecnologica è necessaria e può migliorare enormemente il lavoro degli operatori sanitari.
Può ridurre attività ripetitive, aumentare la precisione, migliorare la tracciabilità e liberare tempo da dedicare all’assistenza.
Ben venga.
Ma deve servire a rafforzare il lavoro dell’infermiere, non diventare il pretesto per ridurre ulteriormente le dotazioni organiche.
Perché se il ragionamento diventa:
“questa macchina fa i prelievi, quindi servono meno infermieri”,
domani potrà diventare:
“questo dispositivo rileva i parametri, quindi servono meno infermieri”;
“questo sistema distribuisce i farmaci, quindi servono meno infermieri”;
“questa figura può svolgere alcune attività, quindi possiamo sostituire un infermiere”.
È una deriva pericolosa.
Perché un professionista non è la somma delle singole mansioni che svolge.
Non chiamiamola innovazione quando serve solo a risparmiare personale
Da anni gli infermieri lavorano con organici insufficienti, carichi assistenziali sempre più pesanti, turni difficili da sostenere e responsabilità crescenti.
La risposta non può essere quella di cercare continuamente qualcuno — o qualcosa — che costi meno e possa svolgere una parte delle loro attività.
Prima le esternalizzazioni.
Poi l’utilizzo sempre più esteso di personale di supporto.
Poi il trasferimento di attività da una figura professionale all’altra.
Ora anche l’automazione.
Presi singolarmente, molti di questi strumenti possono avere una loro utilità. Il problema nasce quando vengono inseriti dentro un’unica strategia: ridurre il numero degli infermieri senza ridurre la quantità e la complessità dell’assistenza richiesta.
Questa non è innovazione organizzativa.
È impoverimento dell’assistenza.
Gli OSS sono indispensabili. Ma non sono infermieri sostitutivi
Lo stesso principio vale quando si parla delle figure di supporto.
Gli Operatori Socio Sanitari svolgono un ruolo essenziale nell’organizzazione assistenziale e devono essere valorizzati per le proprie competenze.
Ma valorizzare gli OSS non significa trasformarli in infermieri a basso costo.
Il personale di supporto integra l’assistenza infermieristica. Non sostituisce la professione infermieristica.
Confondere questi ruoli non tutela gli OSS, non tutela gli infermieri e soprattutto non tutela il cittadino.
Ogni professionista deve poter lavorare nel proprio ambito, con competenze, formazione e responsabilità chiaramente definite.
La carenza di infermieri non può essere risolta semplicemente distribuendo le loro attività ad altri.
Il cittadino non ha bisogno soltanto di prestazioni
Questo è forse l’equivoco più grande.
Un ospedale non produce prelievi, medicazioni, terapie o parametri vitali come una fabbrica produce pezzi lungo una catena di montaggio.
La sanità prende in carico persone.
Persone fragili, impaurite, anziane, confuse, doloranti, spesso con più patologie contemporaneamente.
Ed è proprio mentre esegue quelle che qualcuno considera “semplici prestazioni” che l’infermiere osserva, ascolta, collega informazioni e intercetta cambiamenti nelle condizioni della persona.
Quel tempo assistenziale non è tempo perso.
È assistenza.
Innovare sì. Sostituire gli infermieri no.
Non siamo contrari alla tecnologia.
Sarebbe assurdo esserlo.
Siamo contrari a una tecnologia utilizzata come strumento di sostituzione professionale e a un modello sanitario nel quale l’unico parametro diventa quante prestazioni possono essere prodotte con il minor numero possibile di professionisti.
L’innovazione deve permettere agli infermieri di avere più tempo per assistere, valutare, educare, prevenire e stare accanto alle persone.
Non deve servire a cancellarli progressivamente dai processi assistenziali.
Perché dietro ogni infermiere eliminato da un turno non scompare soltanto un lavoratore.
Scompare una quota di sorveglianza clinica, competenza, responsabilità e sicurezza assistenziale.
E questo dovrebbe interessare non soltanto gli infermieri.
Dovrebbe interessare soprattutto i cittadini.
La sanità del futuro avrà certamente più tecnologia.
Ma se pensiamo di costruirla con meno professionisti qualificati e più sostituzioni, rischiamo di ottenere strutture molto moderne e un’assistenza sempre più povera.
La tecnologia deve supportare l’infermiere.
Le figure di supporto devono collaborare con l’infermiere.
L’organizzazione deve valorizzare l’infermiere.
Una cosa, però, deve essere chiara:
L’INFERMIERE NON È UNA MANSIONE DA SOSTITUIRE.
È un professionista da mettere nelle condizioni di assistere.Questa versione, secondo me, ha un punto politicamente più forte: non cade nella battaglia “uomo contro robot”, ma denuncia un modello più ampio di task shifting, deprofessionalizzazione e sostituzione dell’infermiere con soluzioni meno costose. E chiude riportando la questione sulla sicurezza del cittadino, che è molto più difficile liquidare come semplice rivendicazione di categoria.
