Nel 2026 continuiamo a parlare di competenze avanzate, lauree magistrali specialistiche e sviluppo professionale. Ma c’è una domanda che non possiamo più evitare:
che impatto reale avranno questi percorsi, se il demansionamento infermieristico resta strutturale e diffuso?
Il rischio è evidente: costruire un’evoluzione accademica e formativa su fondamenta operative fragili, dove l’infermiere continua a essere impiegato in attività non coerenti con il proprio profilo professionale.
La realtà: una prassi consolidata, non un’eccezione
La giurisprudenza più recente lo conferma con chiarezza.
La Cassazione Civile, Sezione Lavoro, 2 gennaio 2026 n. 87 descrive un quadro inequivocabile: infermieri impiegati stabilmente in attività riconducibili ai profili di OTA e OSS, tra cui:
distribuzione dei pasti
igiene personale
cambio biancheria
sanificazione degli ambienti
accompagnamento dei pazienti
gestione di materiali e rifiuti
attività di pulizia
Non si tratta di marginalità, cioè attività residuali che non incidono sul ruolo professionale, né di occasionalità, cioè situazioni eccezionali legate alla sicurezza del paziente. Si tratta invece di un impiego sistematico e continuativo.
E questo cambia completamente il quadro.
Non è solo un problema contrattuale: è una lesione della dignità professionale
La stessa giurisprudenza riconosce che il demansionamento produce un danno alla dignità professionale, non solo economico.
Non siamo quindi di fronte soltanto a una violazione contrattuale, ma a una compressione dell’identità professionale infermieristica.
Codice deontologico: il nodo del decoro professionale
L’articolo 14 del Codice Deontologico è chiaro:
“L’infermiere favorisce e tutela il prestigio professionale.”
Questo significa una cosa molto concreta: non è neutrale accettare sistematicamente il demansionamento.
Quando l’infermiere viene percepito da pazienti, familiari e altri professionisti come una figura esecutiva indistinta, si produce un danno diretto al prestigio della professione.
E questo è un tema che non può restare confinato al piano individuale o sindacale.
Il punto centrale: serve una risposta ordinistica
Finora la risposta al demansionamento è stata quasi esclusivamente individuale: ricorsi, cause di lavoro, contenziosi.
Ma questo basta?
La vera domanda oggi è un’altra: gli Ordini professionali possono restare ai margini di un fenomeno che incide direttamente su identità, dignità e riconoscimento sociale della professione?
Una risposta ordinistica strutturata dovrebbe includere:
una presa di posizione pubblica chiara sul demansionamento
la definizione operativa dei confini tra attività infermieristiche e attività di supporto
la tutela del decoro professionale come responsabilità istituzionale
il supporto agli iscritti anche sul piano etico-professionale
il monitoraggio delle situazioni organizzative critiche
Senza questo passaggio, il rischio è evidente
Possiamo investire in lauree magistrali cliniche, percorsi specialistici e ruoli avanzati.
Ma se non si interviene sul piano operativo quotidiano, tutto questo rischia di restare una costruzione teorica su una pratica professionale impoverita.
La vera sfida
Il punto non è scegliere tra evoluzione accademica e tutela delle competenze di base.
Il punto è che senza il riconoscimento concreto del ruolo infermieristico nei contesti assistenziali, nessuna evoluzione sarà credibile.
Qui non basta più riconoscere che il problema esiste.
Serve decidere chi deve assumersi la responsabilità istituzionale di affrontarlo.
E, questa volta, la risposta non può arrivare solo dai tribunali.

