La recente approvazione definitiva alla Camera del disegno di legge sulla revisione della Croce Rossa Italiana segna, almeno sulla carta, un passo avanti nella tutela della professione infermieristica. La modifica della denominazione delle cosiddette “infermiere volontarie”, oggi sostituite con formule come “ausiliario sanitario militare CRI” e “operatore di supporto sanitario CRI”, va nella direzione giusta: evitare ambiguità e proteggere un titolo che è frutto di un percorso accademico preciso e riconosciuto.
Ma è proprio qui che emerge una contraddizione profonda, che non può essere ignorata.
Se da un lato si difende formalmente la figura dell’infermiere laureato, dall’altro si limita concretamente il suo accesso ai ruoli di comando. Il testo approvato, infatti, prevede l’inserimento esclusivo dei dirigenti infermieri tra il personale direttivo del Corpo militare volontario della CRI, escludendo di fatto gli infermieri in possesso di laurea magistrale che non ricoprano già incarichi dirigenziali.
Una scelta che appare difficilmente giustificabile.
Nel sistema sanitario civile, la laurea magistrale rappresenta il titolo che abilita all’accesso alla dirigenza. Non è richiesto essere già dirigenti per partecipare a un concorso o per accedere a ruoli di responsabilità. Qui, invece, si introduce un filtro ulteriore: non basta la formazione, serve uno status già acquisito. In altre parole, si restringe artificialmente la platea, escludendo professionisti altamente qualificati.
Il risultato? Meno infermieri nei ruoli decisionali.
E questo ha conseguenze che vanno ben oltre la singola norma. Ridurre la presenza infermieristica nei livelli direttivi significa indebolire la capacità della professione di incidere nei contesti organizzativi complessi, come quelli militari e dell’emergenza. Significa lasciare spazio ad altri profili nella gestione e nella governance sanitaria.
Il paradosso è evidente: mentre si cerca di eliminare sovrapposizioni e confusioni sul piano operativo, si crea una nuova marginalizzazione sul piano strategico.
FNOPI: posizione condivisibile, ma ancora troppo timida
La posizione espressa dalla FNOPI appare, nel merito, corretta: segnalare l’esclusione degli infermieri con laurea magistrale dai ruoli direttivi è necessario e doveroso. Tuttavia, la modalità con cui viene avanzata la richiesta solleva qualche perplessità.
Affidare la soluzione a un intervento “in via interpretativa” nei decreti attuativi del Ministero della Difesa rischia di essere una risposta debole rispetto a una criticità che è, a tutti gli effetti, strutturale. Non si tratta di chiarire una norma ambigua, ma di correggere una scelta politica precisa.
In questo senso, sarebbe forse servita una presa di posizione più netta, capace di rivendicare con forza il pieno riconoscimento della laurea magistrale infermieristica come titolo sufficiente per l’accesso ai ruoli direttivi, senza ulteriori filtri legati allo status professionale.
Il rischio, altrimenti, è quello di accettare implicitamente una logica che continua a subordinare la crescita della professione a dinamiche esterne, anziché affermarne con decisione l’autonomia e il valore.
Difendere il titolo è fondamentale. Ma difendere anche il potere decisionale degli infermieri lo è ancora di più.
Un passo avanti e due indietro: il filo rosso che non possiamo ignorare
Se si guarda a questa vicenda come a un caso isolato, si rischia di perdere il quadro generale. In realtà, siamo davanti all’ennesimo esempio di una dinamica ormai ricorrente: un passo avanti formale per la professione infermieristica, seguito da uno o due passi indietro sul piano sostanziale.
Da una parte, si interviene per chiarire e tutelare il titolo di infermiere, come nel caso della revisione della Croce Rossa Italiana, eliminando denominazioni ambigue che potevano generare sovrapposizioni. Dall’altra, però, si limita l’accesso degli infermieri ai ruoli di comando, escludendo di fatto una parte significativa dei professionisti con formazione avanzata.
Lo stesso schema si intravede anche in altri ambiti. Si aprono spazi a nuove figure di supporto – come nel dibattito sugli “aiuto infermieri” – nel tentativo di rispondere alla carenza di personale. Ma contemporaneamente non si valorizzano fino in fondo gli infermieri già formati, in particolare quelli con laurea magistrale, che restano ai margini dei processi decisionali.
Il messaggio che passa è contraddittorio: si riconosce la professione sul piano simbolico, ma la si limita su quello strategico.
Non basta cambiare i nomi o ridefinire le etichette se poi, nei fatti, si riduce lo spazio di crescita e di leadership. Perché una professione non si misura solo da ciò che è autorizzata a fare, ma anche da quanto può incidere nelle scelte.
E oggi il rischio è chiaro: costruire un sistema in cui gli infermieri sono sempre più presenti nell’operatività, ma sempre meno rappresentati nei luoghi dove si decide.
Un equilibrio che, alla lunga, non rafforza la professione. La svuota.
Ci chiamano quando serve lavorare.
Ci escludono quando si decide.
Alfio Stiro
Redazione NurseNews.eu

