Il DM 77/2022 ha rappresentato una svolta importante nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale, introducendo un modello strutturato basato sulle Case della Comunità. In particolare, le Case della Comunità “hub” sono pensate come il fulcro dell’assistenza di prossimità, con un’offerta integrata sanitaria e sociale.
A distanza di anni dalla sua approvazione, però, emerge una criticità evidente: la distanza tra gli standard previsti e la reale disponibilità di personale.
Gli standard del DM 77
Il decreto stabilisce parametri organizzativi precisi per le Case della Comunità hub. In particolare, sono previsti:
da 7 a 11 infermieri
1 assistente sociale
da 5 a 8 unità di personale di supporto
Questi numeri rappresentano il minimo necessario per garantire una presa in carico continuativa, multiprofessionale e orientata alla gestione della cronicità e della fragilità.
All’interno di questo modello, l’infermiere assume un ruolo centrale, soprattutto nella continuità assistenziale e nella gestione dei percorsi di cura.
La realtà: personale insufficiente
Nella pratica quotidiana, questi standard risultano spesso disattesi.
In molte realtà territoriali:
il numero di infermieri è inferiore al minimo previsto;
l’assistente sociale è assente o condiviso tra più strutture;
il personale di supporto è ridotto o precario.
Il risultato è un sistema che fatica a funzionare come previsto. Le Case della Comunità rischiano così di diventare strutture formalmente attive, ma prive delle risorse necessarie per operare efficacemente.
Un modello avanzato senza basi solide
Il DM 77 disegna un modello avanzato, ma presuppone condizioni che oggi non sono garantite: disponibilità di personale, stabilità degli organici e reale integrazione tra sanitario e sociale.
Senza questi elementi, il rischio è quello di creare strutture che esistono sulla carta, ma non nella pratica quotidiana.
Le conseguenze
La carenza di personale non è solo un problema organizzativo. Ha effetti diretti su:
qualità dell’assistenza
sicurezza delle cure
carico di lavoro degli operatori
capacità di presa in carico dei pazienti fragili e cronici
In questo contesto, il sistema rischia di scaricare la pressione sugli operatori presenti, aumentando il rischio di burnout e riducendo l’efficacia complessiva del servizio.
Cosa serve davvero
Non si tratta di mettere in discussione il modello delle Case della Comunità, ma di affrontare un dato concreto: gli standard previsti non sono sostenibili senza un investimento reale sul personale.
È necessario:
un piano straordinario di assunzioni
una programmazione realistica del fabbisogno
maggiore trasparenza sui dati di personale
sistemi di monitoraggio sull’applicazione del DM 77
Conclusione
Le Case della Comunità rappresentano una grande opportunità per il sistema sanitario territoriale. Tuttavia, senza personale adeguato, rischiano di rimanere un progetto incompiuto.
La vera sfida non è costruire le strutture, ma renderle operative. E questo passa da una scelta precisa: investire sulle persone, prima ancora che sui modelli organizzativi.

